A New York si celebrano i 40 anni del Noguchi Museum: mostra sul rapporto tra lo scultore e la città
Nato a Los Angeles e di origini giapponesi, Isamu Noguchi si reputava newyorkese e nella Grande Mela progettò un museo per le sue opere. A 40 anni dalla sua apertura, c’è una mostra che ripercorre il rapporto tra l’artista e la città e dimostra l’attualità del suo lavoro
Lo scultore nippo-americano Isamu Noguchi (Los Angeles, 1904 – New York, 1988) dedicò gli ultimi anni della sua vita alla progettazione di un museo interamente consacrato alla propria opera, concepito come la sintesi più compiuta della sua visione. “Penso alla scultura come a qualcosa che deve essere vissuto pienamente, non soltanto guardato. Tu ne sei parte integrante”, affermava. Inaugurato nel 1985 a Long Island City, nel distretto del Queens, a New York, il Noguchi Museum, oggi nel suo quarantesimo anniversario, fu il primo esempio negli Stati Uniti di istituzione fondata da un artista vivente per accogliere stabilmente il proprio lavoro. Il museo si configura come un “ambiente totale”, dove l’idea di scultura come esperienza prende forma nello spazio stesso.

Architettura e collezione del Noguchi Museum
La sequenza dei volumi, la permeabilità tra interno ed esterno, la luce naturale e il ruolo strutturante del vuoto concorrono a definirne l’assetto complessivo. Architettura, spazi aperti e opere sono così integrati in un sistema unitario, privo di cesure espositive; la disposizione delle sculture stabilisce rapporti di prossimità, distanza e scala che incidono sulla percezione e sulla lettura del lavoro, rendendo esplicita la dimensione relazionale che ne costituisce il principio compositivo. La collezione – la più ampia al mondo dedicata all’artista – riunisce sculture in pietra, metallo, legno e argilla, insieme a disegni, modelli per progetti pubblici, scenografie e alle celebri lampade Akari.
La mostra “Noguchi’s New York”
Nel quadro delle celebrazioni per il quarantesimo anniversario, la mostra Noguchi’s New York, curata da Kate Wiener, mette al centro il rapporto tra l’artista e la città che più di ogni altra ne ha condizionato il percorso artistico e le ambizioni. Noguchi arriva a New York nel 1922, a diciassette anni, e vi ritornerà costantemente nel corso della vita. “Sono davvero un newyorkese”, dichiarerà. “Non giapponese, non cittadino del mondo, ma semplicemente un newyorkese che vaga, come tanti newyorkesi”.
L’allestimento della mostra
L’esposizione non procede in modo strettamente cronologico. Attraverso sculture, plastici, fotografie d’archivio e documenti, mette in evidenza il confronto tra l’idea di spazio pubblico dell’artista e le dinamiche sociali, politiche ed economiche che hanno rimodellato la città nella seconda metà del Novecento. Accanto alle opere realizzate – il rilievo News (1940) al Rockefeller Center, il Red Cube (1968) nel distretto finanziario, il Sunken Garden (1960-64) a Lower Manhattan – emergono con forza i progetti rimasti allo stadio di modello: Play Mountain (1933), Contoured Playground (1941-1970), gli interventi per Riverside Park e per il complesso delle Nazioni Unite. “Le mie cose migliori non sono mai state costruite”, dirà Noguchi. Nel contesto della mostra, la frase non suona come un rimpianto personale, ma come un’indicazione critica. Il percorso rende evidente la distanza tra le sue ipotesi progettuali e le condizioni che ne hanno consentito – o impedito – la realizzazione, riportando la riflessione su una questione ancora attuale: quale spazio è realmente concesso all’arte quando questa interviene come trasformazione strutturale dell’ambiente urbano? Noguchi’s New York diventa così l’occasione per interrogarsi, ancora oggi, sul ruolo che l’arte può assumere nella costruzione della città contemporanea.
L’arte totale di Isamu Noguchi
Scultore con la sensibilità spaziale di un architetto, Isamu Noguchi si orientava verso un’idea di arte totale: un linguaggio quanto mai attuale, che intreccia in un unico progetto scultura, architettura, paesaggio e vita quotidiana. Nel corso di oltre sessant’anni di attività ha lavorato con pietra, metallo, terra e luce: ha progettato arredi, scenografie, giardini e playground. Non stabiliva gerarchie tra queste pratiche: le considerava parti di una stessa concezione dello spazio, in cui arte e progetto contribuivano insieme alla definizione di un ambiente condiviso.
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La scultura come sistema di relazioni
In questa prospettiva la scultura non coincide con un oggetto isolato, ma con un sistema di relazioni. La forma acquista significato nel rapporto con ciò che la circonda: nell’intervallo tra i volumi, nella distanza che li separa, nel dialogo tra pieno e vuoto. È su questo principio che la critica ha individuato uno dei nuclei teorici del suo lavoro, spesso descritto utilizzando la nozione di “in-between”. Non si tratta dell’intermedio tra due poli opposti, né di un semplice spazio negativo: piuttosto, di una condizione strutturante, in cui l’intervallo assume valore positivo e definisce l’assetto dell’insieme. In termini culturali, il riferimento è alla nozione giapponese di Ma, che indica l’intervallo come luogo attivo della relazione: una presenza che organizza la composizione e stabilisce misura, distanza ed equilibrio tra gli elementi.
Beatrice Caprioli
New York // fino al 13 settembre 2026
Noguchi’s New York
NOGUCHI MUSEUM
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