A quarant’anni dalla sua fondazione, il Centre Pompidou di Parigi è ancora emblema di una rivoluzione architettonica che affonda le radici negli Anni Cinquanta e che ha trasformato il volto della Ville Lumière.

Nel 1956 Pierre Sudreau, Commissarie à la Construction et à l’Urbanisme in Île-de-France, dichiara ufficialmente aperta la campagna per “la riconquista di Parigi”. La sua arringa entusiasta ai lettori della rivista Urbanisme è accompagna dai disegni della capitale del futuro, una Parigi finalmente moderna, dove torri avveniristiche e grandi spazi verdi prendono il posto dei quartieri più popolari e sovraffollati. In una città che cresce freneticamente ma che fatica a debellare la minaccia dell’insalubrité – ancora nei primi Anni Venti a Porte de Clignancourt si registrano alcuni casi di peste –, la riconquista si svolge innanzitutto all’interno dei diciassette îlots insalubres, le aree dalle condizioni igieniche pessime già evidenziate all’interno della celeberrima mappa prodotta dalla municipalità nel 1920. Diciassette chiazze rosse e compatte, perimetri della vergogna per i quali si prevede, almeno in un primo tempo, una soluzione radicale: gli îlot devono essere interamente rasi al suolo, a partire dal più centrale e scandaloso di essi, a poche centinaia di metri dalle glorie del Louvre e di Notre Dame. Nell’îlot insalubre n. 1 le demolizioni cominciano già alla fine degli Anni Trenta, per poi conoscere lunghi decenni di impasse amministrativa, durante i quali lo spazio liberato del cosiddetto plateau Beaubourg si riduce a un improvvisato parcheggio all’aperto. In questo luogo dalla storia complessa e dalla posizione strategica, nel maggio del 1972 cominciano ufficialmente i lavori per la costruzione del futuro Centre Pompidou.

Renzo Piano, Richard Rogers e il loro team in cantiere, 1972. © Studio Piano & Rogers © Fondazione Renzo Piano
Renzo Piano, Richard Rogers e il loro team in cantiere, 1972. © Studio Piano & Rogers © Fondazione Renzo Piano

UN NUOVO CENTRO PER L’ARTE

La formidabile ripresa economica della Francia post-bellica sembra poter trasformare la visione di Sudreau in realtà. Negli Anni Cinquanta si avviano campagne di demolizioni vastissime e spericolate, soprattutto negli arrondissement periferici (i faubourg). A Ménilmonant, all’interno dell’îlot n. 11, gli edifici condannati sono letteralmente sezionati con il lanciafiamme e i loro resti lasciati in balia di spettacolari incendi controllati. Mentre torri e barre costruiscono sui colli attorno al centro cittadino frammenti di un nuovo paesaggio urbano, un po’ ovunque le complessità logistiche, economiche e sociali delle operazioni determinano ritardi, ripensamenti, momenti di stallo. Così, negli enormi vuoti urbani in attesa di progetto, le gru a riposo e i telai delle impalcature diventano protagonisti assoluti di uno skyline solo teoricamente temporaneo – sempre a Ménilmontant, lo stop ai lavori dura quasi vent’anni –, dove i mastodonti metallici emergono come periscopi dal “terzo paesaggio” dei cantieri, ormai colonizzati dalla vegetazione. Questo è l’aspetto di molti quartieri parigini nel luglio del 1971, quando Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini vincono a sorpresa il concorso internazionale per la progettazione del nuovo centro di arte contemporanea, nel cuore della capitale.

Il Centre Pompidou in costruzione. © Centre Pompidou
Il Centre Pompidou in costruzione. © Centre Pompidou

UN PROGETTO RIVOLUZIONARIO

Del museo tradizionale, il Pompidou rivoluziona gli spazi – qui semplici piattaforme sovrapposte e ininterrotte, dove le partizioni possono essere reinventate a ogni allestimento o cambio di funzione – e le estetiche. Per liberare gli interni da qualsiasi accidente, i prospetti si arricchiscono e si complicano di tutti gli elementi che di solito li attraversano: la maglia strutturale, gli impianti, le tantissime tubature colorate disegnano le facciate caleidoscopiche di quello che fu considerato da molti uno scempio scandaloso e che oggi è un monumento amatissimo. A più di quarant’anni dall’arresto delle rénovation moderniste, il Pompidou svetta sui tetti del centro come l’ultima e la più colossale delle gru parigine.
Lungo il sistema urbano che conduce dal Marais a Les Halles, di cui il Centre Pompidou è sostanzialmente il punto mediano, nella seconda metà del Novecento si sono concentrate le più grandi battaglie per la salvaguardia del patrimonio storico parigino. Nei primi Anni Sessanta il Ministro della Cultura André Malraux trasforma i resti monumentali ma scalcagnati del Marais nel primo “settore di salvaguardia” nazionale, sottraendo la maggior parte dei nobili hôtel particulier alle mire della speculazione e dando avvio a uno dei più intensi processi di gentrification della storia urbana occidentale. Pochi anni dopo, l’amministrazione parigina fa piazza pulita delle rimpiante Halles ottocentesche di Victor Baltard: al loro posto, l’enorme trou del cantiere si trasforma prima in un cratere lunare – che Marco Ferreri utilizza come sfondo per il western Non toccare la donna bianca – poi in centro commerciale e nodo infrastrutturale principale per tutti coloro che raggiungono Parigi dalle banlieue, mai del tutto risolto e oggetto recentemente di un’ulteriore, costosissima riprogettazione. Stretto tra le vie imbellettate dell’oasi per bobos e il caos dell’hub metropolitano, il Centre Pompidou è la dimostrazione tridimensionale di come è possibile costruire la qualità contemporanea nella città antica. La sua esplanade, che è parte integrante del progetto, è oggi uno degli spazi pubblici più animati della Parigi contemporanea, continuamente attraversata da folle di locali e turisti, una piazza pubblica aperta a tutti dove popolazioni urbane diversissime possono rappresentarsi e coesistere. Non per forza pacificamente.
Nel 2017 il Centre Pompidou festeggia i suoi primi quarant’anni con un programma di mostre, eventi e conferenze senza precedenti, che coinvolge più di 40 città francesi e 75 istituzioni partner.

Alessandro Benetti

www.centrepompidou.fr

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.
  • Angelov

    Disumano ed aberrante: vedere i quadri di Picasso e Kandinsky appesi a delle grate-divisorio è stata un’esperienza irripetibile; dove è cominciata quella folle competizione tra architetti e artisti a chi sia più bravo nel “rubare lo show” all’altro.
    Pietra miliare del viaggio verso una disumanizzazione della cultura.
    Umanesimo a go-go.