Dalla rigenerazione alla città diffusa: l’Italia apripista a nuove forme di organizzazione urbana
La questione abitativa è un tema centrale a livello mondiale e ancor di più in Italia dove, l’identità territoriale policentrica, richiederebbe di pensare a nuove forme di organizzazione urbana per sviluppare un modello di città diffusa da esportare poi a livello internazionale
A dieci anni dall’adozione della Nuova Agenda Urbana, l’intervento di Monsignor Murphy evidenzia un aspetto che, nella riflessione sulla rigenerazione urbana, ha con il tempo smesso la centralità delle origini: la necessità di politiche abitative capaci di rispondere ai bisogni delle persone.
È opportuno in questo senso, inquadrare il fenomeno nella sua dimensione più ampia perché dal lancio della Nuova Agenda Urbana (correva l’anno 2016), le condizioni di scenario sono mutate notevolmente.
I cambiamenti dal lancio della Nuova Agenda Urbana nel 2016
Nel 2016 il fenomeno dell’urbanizzazione, in costante crescita negli ultimi decenni, viveva un momento di particolare espansione: da poco meno di un decennio, per la prima volta nella storia recente dell’umanità, la popolazione urbana dell’intero pianeta aveva superato la popolazione rurale, con un tasso di urbanizzazione che si era rivelato crescente nel tempo.
Un fenomeno che, nel 2026, ha però iniziato a mostrare in modo sempre più evidente le proprie criticità, come dimostrano gli stessi dati del World Urbanization Prospect. Da un lato il fenomeno di urbanizzazione ha proseguito il suo percorso, come dimostrato dal moltiplicarsi delle megalopoli (città con più di 10 milioni di abitanti) che sono passate da 20 nel 2000 a 33 nel 2025; dall’altro però ha determinato la nascita di condizioni di insoddisfazione, dal momento che le grandi città spesso offrono ai propri cittadini una qualità della vita non coerente con le aspettative. Trend che, in Italia, si associano a condizioni strutturali che ne amplificano gli effetti reali sul territorio.
La questione abitativa in Italia
Il nostro Paese sebbene registri uno dei più elevati tassi di proprietà immobiliare in Europa e un patrimonio abitativo tra i più consistenti del continente; presenta città in cui diventa sempre più difficile trovare un’abitazione accessibile e vaste aree interne caratterizzate da un patrimonio edilizio inutilizzato, seconde case e borghi che continuano a perdere popolazione.
Condizioni a cui non si può rispondere con una semplice manovra economica, o con incentivi di varia natura, ma che impongono una riflessione sistematica sull’abitare e sulle forme attraverso cui la collettività si organizza per soddisfare i propri bisogni.
La rigenerazione urbana ha sinora coinvolto le grandi città generando interventi certamente necessari, che hanno restituito qualità a quartieri degradati e riqualificato importanti porzioni del tessuto urbano. Tuttavia, questa prospettiva rischia oggi di rivelarsi insufficiente per un Paese come l’Italia, la cui identità territoriale è profondamente policentrica.
L’Italia: il paese ideale in cui sperimentare nuove forme di organizzazione urbana
Queste condizioni strutturali rendono dunque l’Italia il Paese in cui sperimentare nuove forme di organizzazione urbana, con l’obiettivo di proporre al resto del mondo non solo una dimensione architettonica e ingegneristica, ma strumenti per far convivere qualità della vita e accesso ai servizi, lavoro e condivisione umana e sociale, possibilità di esprimere al meglio il proprio potenziale professionale e creazione di sistemi in grado di garantire una dimensione umana, e civile, all’esistenza delle persone.
Il nostro Paese, oggi come mille anni fa, apripista verso una nuova concezione della questione abitativa
Il nostro territorio, in questo senso, presenta caratteristiche congeniali per sviluppare un concetto di città diffusa: un polo logistico connesso con infrastrutture ad elevata prestazione in grado di avvicinare borghi e città, rendendo i primi accessibili e le seconde sostenibili.
Per quanto possa risultare ambiziosa questa visione, è opportuno paragonare l’estensione del nostro territorio a quello di altre nazioni. Se gli investimenti necessari per la realizzazione di un tale modello possono risultare fuori scala rispetto alle possibilità solo italiane, è necessario però considerare che anche altri soggetti potrebbero trovare, dall’implementazione e dal potenziale successo di tale sperimentazione, un vantaggio diretto e significativo.
Condizione da cui potrebbe generare dunque un progetto internazionale, in cui attori pubblici e privati di varie nazioni partecipano, sostenuti anche dal supporto della Comunità Europea per la dimensione culturale e sociale, e dalla stessa BEI per gli aspetti più prettamente economici e finanziari. Circa 1.000 anni fa, il nostro Paese, inaugurava un processo di organizzazione della vita collettiva che avrebbe poi condizionato lo sviluppo di tantissime altre nazioni. Nulla impedisce che tale influenza possa riproporsi anche oggi. Se non la mancanza del coraggio di una visione.
Stefano Monti
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