Il futuro delle politiche culturali italiane. L’editoriale di Massimiliano Tonelli

Che cosa riserva il futuro delle politiche culturali italiane, dopo le elezioni del 4 marzo? Qualche spunto di riflessione nell’editoriale di Massimiliano Tonelli, pubblicato sull’ultimo numero di Artribune Magazine.

Mark Osborne, Le Petit Prince (2015)
Mark Osborne, Le Petit Prince (2015)

Mentre stampiamo il Paese è ancora in preda a una sorta di trance post elettorale. I risultati del voto di marzo 2018 hanno lasciato molti col fiato sospeso ed è difficoltoso non solo imbastire analisi, ma azzardare qualsiasi previsione sul futuro dell’amministrazione pubblica nei prossimi mesi. Nella speranza che, quando sfoglierete queste pagine, le cose si saranno risolte nel modo migliore per l’Italia, ci possiamo limitare a constatare i fatti incontrovertibili e a ricavarne delle proiezioni per il futuro prossimo.
Un fatto incontrovertibile è la sconfitta dei partiti che hanno governato nella passata legislatura. Il PD, che ha amministrato per tutti e cinque gli anni della legislatura, è andato molto male; Forza Italia, che ha governato per una parte della legislatura, è andata ancor peggio; e il partito di Angelino Alfano, che ha consentito alla legislatura di durare, si è direttamente estinto. Chi governa, insomma, perde consensi. E li perde a prescindere, non li perde perché ha governato male o perché le cose sono andate per il verso sbagliato. Li perde e basta. Indipendentemente da come si è effettivamente comportato.
Dario Franceschini può piacere o non piacere (su molte questioni lo abbiamo sostenuto, su altre lo abbiamo criticato, come facemmo col ministro prima di lui e come faremo col prossimo) ma sarebbe ingiusto considerarlo un ministro qualsiasi. Allo stesso modo, sarebbe ingiusto considerarlo un ministro che ha fatto male il suo lavoro, che ha peggiorato la situazione, che ha fatto danni al patrimonio culturale nell’esercizio del suo ruolo di Ministro della Cultura. I risultati dei visitatori nei musei pubblici non possono essere considerati di per sé una patente di buon governo, ma vedere spazi espositivi fino a qualche anno fa decotti che incrementano le proprie visite di quasi il 200% non è banale.

In un passaggio storico dominato dalla post verità (che è un modo gentile per denominare le sciatte menzogne in cui sguazza gran parte del nuovo ceto politico), chi amministra in maniera seria deve attrezzarsi e adeguarsi”.

Pur nel quadro di una sonora sconfitta del PD, insomma, una figura come quella di Franceschini poteva ben cavarsela in un confronto uninominale con altri anonimi concorrenti. Per di più Franceschini si candidava a Ferrara, la sua città. Nulla di tutto ciò è stato sufficiente. L’ormai ex ministro è stato sonoramente bocciato, arrivando ben dieci punti dietro a una incolore candidata del centrodestra.
Rispetto a questi accadimenti per certi versi surreali, rispetto alla constatazione che si può amministrare bene o male ma il giudizio degli elettori prescinde da un’oggettiva analisi del merito e del contenuto dei provvedimenti, il prossimo ministro ha due strade davanti a sé. La prima è infischiarsene di far bene, vivacchiare, non scontentare nessuno, evitare di intraprendere grandi riforme che magari è ciò di cui c’è bisogno ma non è ciò che la gente desidera (“Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno” è o non è la più bella frase che Antoine de Saint-Exupéry infilò nel Petit Prince?). La seconda strada è proseguire in un afflato riformista assolutamente necessario al nostro comparto industriale, produttivo, creativo, ma affiancare a tutto questo un’attività di comunicazione seria, strategica, ben congegnata, pensata non per intortare gli elettori vendendo fumo, ma per raccontare la qualità delle decisioni prese e il bisogno – appunto – di riforme, cambiamenti e scelte talvolta impopolari e, se mal comunicate, capaci di far paradossalmente perdere consenso.
Insomma, in un passaggio storico dominato dalla post verità (che è un modo gentile per denominare le sciatte menzogne in cui sguazza gran parte del nuovo ceto politico), chi amministra in maniera seria deve attrezzarsi e adeguarsi. Considerando la comunicazione come un pezzo imprescindibile della strategia di governo. Ancor più se si parla di governo della cultura.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.
  • Angelov

    Insomma il popolo bue ha votato e chi era al potere ha perso indipendentemente da come ha governato.
    Cioè, alle prossime elezioni basterà abbinare i nomi dei candidati ai numeri del Superenalotto e…il gioco è fatto.