Art Bonus e altre lentezze

Le conseguenze dell’Art Bonus sono solo un esempio della difficoltà, tipica del settore pubblico italiano, a calcolare in anticipo gli esiti delle proprie azioni. Sottolineando, ancora una volta, poca fiducia nella cultura del risultato, spesso bollata come utilitarista.

Dario Franceschini
Dario Franceschini

Più tempo passa e più è palese che viviamo in un Paese a due velocità. Da un lato quella degli individui, dei privati, di quanti cercano di rendere quest’Italia un’Italia migliore. Dall’altro quella delle organizzazioni sociali, dei politici, delle università e dei decisori pubblici.
Da un lato il Paese in cui vivono alcune tra le persone più reattive (e questa è una dote che ci riconoscono soprattutto all’estero), dall’altro il Paese in cui le organizzazioni sembrano non riuscire a smuoversi da un letargo paralizzante, un movimento di rotazione senza rivoluzione, vite fiondate a 1.240 chilometri orari ma che non muovono un passo nello spazio.
Non è cosa da poco, quando un’organizzazione è lenta, si perdono occasioni e si persevera in errori che causano perdite sociali ed economiche.
Guardiamo il caso dell’Art Bonus: in questi giorni, il periodico Italia Oggi pubblica un articolo in cui prende atto che questo strumento non è utile per le imprese. Due anni fa Monti&Taft pubblicò un approfondimento in cui si dimostrava (senza lasciare troppi spazi all’immaginazione) per quale motivo tale strumento non poteva funzionare.
In questi due anni, avremmo potuto studiare modi per migliorare lo strumento così come è stato creato. Avremmo potuto trovarne un altro. Avremmo sicuramente evitato che venisse esteso anche ad altri settori, procurando sicuramente un beneficio a tutta la comunità culturale, che oggi si trova a dover fare i conti con uno strumento che non piace a nessuno tranne a chi l’ha scritto.
Chi è responsabile del “mancato sviluppo” che questa lentezza ha causato? Chi pagherà per questa incapacità di visione strategica? Chi pagherà per l’incapacità di comprendere la “realtà”?
Sicuramente non pagherà chi ha sbagliato, chi non ha visto, chi non ha avuto urgenza di schierarsi contro. Ed è questo, a ben vedere, il problema.
L’attribuzione di responsabilità, quella capacità che negli ultimi anni è stata indicata come accountability, vale a dire la capacità di misurare, valutare e rendere conto delle proprie azioni, diviene sempre più un’esigenza soprattutto nel settore pubblico.
Viviamo oggi in un Paese in cui è la Pubblica Amministrazione a rallentare e frenare gli sviluppi potenziali. E questo genera un’inanità che si riverbera in tutti i settori sociali.
La cultura del risultato, così tanto disprezzata dai nostri opinionisti, bollata come utilitarista e poco consona alla nostra storia, è in realtà l’unica risorsa che potrebbe salvarci da un immobilismo che non smette di creare disagi e difficoltà.

Chi è responsabile del “mancato sviluppo” che questa lentezza ha causato? Chi pagherà per questa incapacità di visione strategica? Chi pagherà per l’incapacità di comprendere la “realtà”?”.

Esempio molto pratico: in questi giorni gli animi degli italiani sono stati profondamente scossi dalla non classificazione della squadra Nazionale di calcio ai mondiali. Tutti, indistintamente, hanno indicato senza alcun tipo di dubbio la responsabilità: l’allenatore e la classe dirigente.
È giusto. Non perché abbiano o meno commesso errori specifici, ma perché è loro il compito di rendere il team selezionato una squadra vincente. Se un dirigente non riesce a far lavorare bene i propri lavoratori e non riesce a produrre risultati, è giusto che vada allontanato.
Se è così naturale giungere a questo risultato, perché è così difficile applicarlo alla vita di tutti i giorni? Perché non si misurano gli effetti delle leggi e delle misure fiscali? Perché non si fa una stima ex-ante dei risultati attesi, così poi da giudicare la bontà delle iniziative con uno strumento di confronto? Perché devono essere solo i dipendenti privati, o i cosiddetti lavoratori della gig-economy, a essere soggetti a una valutazione?
Lo scollamento sociale che deriva da quest’assenza di responsabilità è devastante: da un lato ci sono dei dipendenti pubblici (siano essi politici, dirigenti, quadri, ecc.) il cui lavoro è misurato in ore più che in risultati, che godono di protezioni forse anche anacronistiche; dall’altro abbiamo talenti e competenze che lavorano esclusivamente sulla base del risultato, senza alcuna garanzia e che hanno concrete difficoltà a programmare la propria vita lavorativa e personale.

CALCOLARE IL RISULTATO

Da un lato l’immobilismo del settore pubblico. Dall’altro l’incertezza degli start-upper. Tutto ciò genera danni evidenti. Eppure, decidiamo di affidare ai primi il futuro del nostro Paese e lasciamo che i secondi capiscano che l’Italia è un luogo in cui venire in vacanza e vadano a trovarsi un lavoro serio altrove.
Soprattutto quando il lavoro che offrono è relativo alla cosiddetta economia della conoscenza. 
L’economia della cultura, in Italia, ha bisogno di azioni serie, misurabili, con risultati certi o quantomeno definibili. Senza l’ancoraggio del lavoro al risultato, senza l’introduzione di strumenti di valutazione obiettivi, si rischia semplicemente di far arenare il Paese.
L’Art Bonus è solo un esempio. Un altro potrebbe essere il FUS, che diviene sempre più lontano dalle esigenze concrete di chi fa spettacolo. Sembrano sciocchezze, piccole cose. Ma non è così. Sono effetti che si vedono nella vita quotidiana. Sono il motivo reale per cui investitori privati, italiani ed esteri, hanno difficoltà ad aderire a operazioni (sia nella cultura che negli altri settori) nel nostro Paese.
L’Italia ha bisogno di persone competenti che siano disposte ad accettare la sfida di confrontarsi con gli effetti delle proprie scelte. L’alternativa è guardare con stupore immeritato la nave che si scontra con un iceberg. Perché, tanto, il capitano non aveva alcun obbligo di farla arrivare in porto.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.