Terremoto e ricostruzione. Annotazioni di un urbanista militante

Raffaele Giannitelli, architetto e urbanista, è il primo a prendere la parola nel dibattito sulle strategie da adottare per far fronte al post-terremoto che ha colpito duramente l’Italia centrale lo scorso 24 agosto. Una riflessione sul valore profondo di azioni ricostruttive, scongiurandone i rischi e gettando le basi per un futuro migliore.

Crolli ad Amatrice
Crolli ad Amatrice

RESISTERE ALLE SCOSSE. L’ESEMPIO DEL GIAPPONE
Gli eventi sismici sono semplici fenomeni geologici che sprigionano forze enormi, dovute alla grande massa fisica che si muove. Tali eventi hanno conseguenze drammatiche quando investono i centri abitati, provocando la morte dei loro abitanti e la distruzione degli edifici che li compongono.
Gli effetti dei terremoti sono oggi noti e saremmo, teoricamente, in grado di non subirne gli effetti rovinosi, realizzando edifici e infrastrutture in grado di resistere e assecondare le onde sismiche in virtù di tecnologie costruttive innovative. Tali tecnologie sono state applicate in maniera massiccia alle nuove costruzioni soprattutto in Giappone, Paese continuamente soggetto a terremoti, dove tali eventi, pur se di grande intensità, raramente provocano vittime. La storia del Giappone e del suo rapporto con i terremoti è assai istruttiva e ci racconta di come la risposta alle calamità debba essere sempre una risposta culturale, protesa a integrare la storia e la vita delle persone con la ricerca di un futuro necessario e necessariamente migliore.
Prima che gli ingegneri e i geologi giapponesi (e non solo), mettessero a punto tecniche adeguate a resistere agli eventi sismici, gran parte delle abitazioni e degli edifici più importanti erano costruiti in legno, molti templi e altre strutture pubbliche ancora lo sono, così che l’effetto del terremoto su di essi era abbastanza gestibile, poiché gli edifici leggeri o cadevano completamente, oppure, in virtù di una loro scarsa massa, resistevano ondeggiando sotto le onde che si propagavano nel terreno. Il risultato, in entrambi i casi, era di danni rapidamente riparabili e di poche vittime sotto i crolli. Così sono andati avanti per centinaia di anni, riparando o ricostruendo con facilità gli edifici crollati, finché non c’è stata la possibilità di edificare strutture antisismiche in acciaio o cemento armato in grado di resistere anche ai terremoti più violenti.

Porta San Francesco AMATRICE-Foto Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale
Porta San Francesco
AMATRICE-Foto Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

COSA SIGNIFICA RICOSTRUZIONE
Torniamo ai tristi eventi di casa nostra, dove – per fortuna – già si parla di ricostruzione dei borghi distrutti, per restituire una casa a chi è sopravvissuto. Qualcuno parla di ricostruire i paesi dove erano e come erano, in modo da conservare la storia e il tessuto sociale devastati dal sisma, ma a questo punto ritengo opportune alcune riflessioni in merito.
Per prima cosa cercherei di capire cosa sono i paesi distrutti: un centro abitato non è fatto solo di pietre, calcestruzzo, legno e ferro, ma è sostanzialmente composto di persone, individui che in quei luoghi abitano, lavorano, si muovono e intessono relazioni sociali. Prima ancora di occuparmi dei materiali, cercherei di raccontare le storie che nei luoghi devastati avvenivano, individuare le funzioni, i percorsi, i rapporti urbani con il territorio circostante al borgo, il rapporto con la luce, in modo da creare una conoscenza precisa di ciò che il borgo era sino all’istante 0, quello del sisma, identificando qualità e valori identitari da custodire e ricreare nel processo di ricostruzione.
Poi c’è il terremoto, che ci piaccia o no anche lui fa parte del territorio e della storia del borgo, tant’è che se ne ricorda uno simile a metà del Settecento, quindi il progetto di ricostruzione, il prodotto finale della nostra cultura “qui e ora” deve tener conto anche di lui e lo deve fare senza distruggere e stravolgere quell’identità di cui parlavo, ma rigenerarla e garantirle un futuro sicuro. E torniamo al Giappone, perché un progetto di ricostruzione non può essere una semplice riproposizione di ciò che c’era, non è vero che le città sono fatte di pietre, le città sono fatte di uomini, storie e culture, questa è la loro forza, quello che riesce a farle rinascere più belle e grandi di prima dopo una catastrofe: il progetto prima e la ricostruzione dopo sono la misura di quanto sia forte l’anima della città e la cultura del popolo a cui la città appartiene.

Chiesa di San Giovanni AMATRICE-Foto Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale
Chiesa di San Giovanni
AMATRICE-Foto Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

EFFETTO OUTLET
Per questo la riproposizione “in stile” di un paese, rischia di generare una sorta di effetto “outlet”, un borgo finto e privo di anima, mentre attivare prima un processo virtuoso di consapevolezza dei cittadini, di auto-narrazione e ri-identificazione nei luoghi persi è indispensabile, poi, con il contributo di progettisti sensibili e colti, sarà possibile progettare per i nostri borghi un futuro in continuità con la storia dei luoghi, ma pienamente contemporaneo per quanto attiene la sicurezza di servizi e infrastrutture che possano spingere verso il futuro i nostri bellissimi paesi. Senza imprigionarli in un folcloristico eterno “vernacolo”, che non potrà che ricordarci la nostra incapacità di farci custodi e interpreti, degni di un passato in cui abbiamo creato bellissime cattedrali e palazzi, fondati anche in seguito a eventi analoghi a quelli dei giorni scorsi, subito dopo aver sepolto i morti e asciugato le lacrime, in modo da ricordare chi non c’era più in templi degni di celebrarne la memoria.

CHE FARE?
Abbandonato il lirismo, che fare? Per prima cosa creare subito dei confortevoli spazi per alloggiare gli abitanti, dove coinvolgerli nel racconto e nella ricostruzione dell’identità dei luoghi distrutti, quindi realizzare delle mappe identitarie per questi ultimi, ponendo delle invarianti di cosa deve essere necessariamente realizzato; poi il progetto, basato sulle “mappe”, possibilmente chiamando a raccolta architetti e ingegneri in grado, per sensibilità e cultura, di progettare il futuro, in sicurezza e ben consci del valore della storia e dell’identità dei luoghi (un concorso o una “call” a inviti per accelerare i tempi potrebbero selezionare un gruppo di progettisti adeguati).
In sostanza, prima pensare e poi agire, integrare al meglio le storie di chi abitava i borghi con la cultura dei tecnici e le risorse della collettività. Non c’è altro da fare. L’ultima volta la fretta di fare uno spot produsse le new town, oggi la stessa fretta può fare danni simili.

Raffaele Giannitelli