Knights of Cups come 8 e ½. Terrence Malick in pole position per l’Orso d’Oro

Terrence Malick diventa alchimista per la competizione del Festival di Berlino. Manca alla conferenza o è solo diventato invisibile? “Nessuno sa più cosa è reale”. Vi raccontiamo il film che è papabilíssimo per l’Orso d’Oro.

Terrence Malick, Knights of Cups
Terrence Malick, Knights of Cups

Domenica 8 febbraio. Finalmente il sole illumina Berlino, Dio si riposa e noi abbiamo trovato il nostro Orso d’Oro. In tarda mattinata è finalmente successa la magia che tutti volevano: è arrivato il film di cui parlare. E sparlare. Knights of Cups, come sempre accade per i film di Terrence Malick, ha spaccato la critica. Lui, schivo di natura, non concede interviste dal 1973, non si lascia fotografare, non partecipa alle conferenze e detesta la televisione, ritenendola nociva per lo spirito. Ma tutte le volte che dirige un film (in settantuno anni ne ha completati appena sette) l’eco della coscienza riverbera nell’intero cosmo e proprio nessuno rimane indifferente.
C’era una volta un giovane principe che venne inviato dal padre in Egitto per trovare una perla. Ma una volta arrivato, gli fu offerta una coppa: bevve, dimenticò chi era, della perla e cadde in un sonno profondo”. Queste le premesse.
Rick (Christian Bale) è uno sceneggiatore hollywoodiano in crisi esistenziale. In un trip allucinogeno a metà tra sacro e profano la camera segue il protagonista  nel cuore della vita losangelina tra party, nightclub, incontri occasionali e giornate lavorative prive di soddisfazione. La storia si costruisce per accumulo e sottrazione: i dettagli raccontano di un giovane fratello morto, di un padre (Brian Dennehy) coi sensi di colpa, di un altro fratello (Wes Bentley) che si sta rimettendo in sesto dopo essere caduto in disgrazia, di una moglie medico (Cate Blanchett) che ormai non è più accanto a lui, di un mare di corpi perfetti di giovani donne senza volto, di qualcuna altra di cui, invece, si vedono gli occhi e si sente il pensiero, che ci accompagna per un po’ e poi come è apparsa così pure sparisce nel nulla.

Terrence Malick, Knights of Cups
Terrence Malick, Knights of Cups

La regia di Malick sembra in stato di trance, lirica e lucida, espansa da una colonna sinfonica epica firmata da Hanan Townshends, giocata su un montaggio connotativo dove la magnificenza della natura e l’architettura dell’uomo si alternano a banali scene di vita quotidiana. In questa economia persino un paio di scarpe in un thrift shop o i manichini nelle asettiche vetrine del centro prendono un aspetto metafisico, come la mummia in Fanny e Alexander di Ingmar Bergman.
In una città piena di luci che somigliano alle stelle del cielo, di bellezza e solitudine, alienazione e vuoto esistenziale, Rick prova a trovare la sua strada. “Dal buio alla luce”, quale destino?  L’eco di una voice over parla di dannazione e paura e di redenzione e di pace mentre al centro del nightclub si esibiscono in uno spettacolo la morte e il diavolo. Rick cerca nelle donne la risposta: sesso facile, distaccato, come rarefatto. E sullo sfondo le onde del mare, il suono dell’apnea, la terra, la materia. Il senso arcano è scandito da una lettura di tarocchi, uno per ogni episodio del film: la luna, l’appeso, la torre, il cavaliere di coppe, il sole… Mentre angeli di pietra sorvegliano la città e un elicottero attraversa la volta celeste. Il regista è un alchimista che mescola gli elementi, e dal caos distilla un’idea fondamentale: ontologia al cinema, se così si può definire.
Non è appurato se nelle referenze di Knights of Cups ci sia 8 e ½, ma il film è pieno di indizi che lo lasciano sospettare. La crisi dell’artista, le donne, il carosello surreale di personaggi, i nani, la musica e infine l’elicottero che ritorna nell’iquadratura più e più volte potranno mai essere un caso?

Terrence Malick, Knights of Cups
Terrence Malick, Knights of Cups

Oltre l’ispirazione, una ricerca profonda, immensa, che riguarda la natura del creato e poi dell’uomo, come se dopo The Three of Life (con cui il regista  aveva vinto la Palma d’Oro nel 2011) Malick fosse sceso nel dettaglio. Pieno degli echi diHeidegger, che lui, professore di filosofia, nel 1969 ha tradotto in inglese (L’essenza della ragione), il film coinvolge tutti i grandi quesiti che investono l’uomo e di cui nella superficialità della vita contemporanea, nessuno si vuole più occupare.

Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.