Opera di Roma. Buonanotte ai suonatori. E adesso?

Su Artribune del 22 settembre, a fronte della notizia della rinuncia di Riccardo Muti, ci eravamo chiesti: e ora? Liquidare, licenziare, ripartire. Rifacciamo il punto della situazione, visto che ci sono altre scottanti novità. A partire proprio dal licenziamento di 182 musicisti.

Il Teatro dell’Opera di Roma

È certamente doloroso apprendere che per 182 musicisti del Teatro dell’Opera di Roma Capitale sono iniziate le procedure di licenziamento. Tuttavia, lo avevamo anticipato già questa estate, a fronte della gravissima situazione finanziaria della fondazione lirica e degli scioperi indetti da masse artistiche per le rappresentazioni di Bohème alle Terme di Caracalla. Vent’anni fa dalle colonne de Il Foglio e de Il Messaggero avevamo auspicato che la fondazione venisse posta in liquidazione e la struttura fisica del teatro venisse affidata a un impresario che, come si faceva sino all’inizio del Novecento, ne affidasse “stagioni” anche di poche settimane a compagnie italiane e straniere di qualità, magari differenziando i prezzi dei biglietti a seconda dell’importanza della compagnia ospitata.
La proposta ebbe il plauso del mai troppo compianto Giuseppe Sinopoli (che subì offese di ogni genere da maestranze della fondazione) e da Franco Mannino. Non se ne fece nulla, allora. Ma era già chiaro che si sarebbe arrivati al momento della verità; con un disavanzo annuo di quasi 30 milioni di euro e sovvenzioni pubbliche che sfiorano i mille euro per spettatore pagante.
Avendo una certa esperienza di liquidazioni aziendali, chi scrive ha di recente proposto la possibilità di liquidazioni di rami d’azienda. E coro e orchestra rappresentano specifici rami d’azienda. Attenzione, negli ultimi vent’anni altri “rami” dell’Opera di Roma Capitale hanno subito forti riduzioni di personale. Un esempio è la biglietteria. Un altro è il servizio stampa, diventato uno dei più snelli ed efficaci d’Italia. Non solo: è stato posto a referendum un piano industriale che avrebbe assicurato un “aiuto-ponte” dai contribuenti in cambio di revisioni nella pianta organica e di prassi che portano i costi unitari tra i più alti in Europa. Il 40% dei dipendenti (quasi tutti coristi e orchestrali) non hanno partecipato al referendum, che è stato approvato dal resto dei dipendenti quasi all’unanimità. Senza un riassetto, sarebbe stata inevitabile la liquidazione coatta della fondazione.

La bella addormentata nel bosco, Opera Roma 2013-14
La bella addormentata nel bosco, Opera Roma 2013-14

Ricordiamo alcune cifre:
– il complesso orchestrale (oltre 90, che si vorrebbero portare a 110) è il doppio di teatri come la Deustche Oper Berlin, che ogni anno fa oltre 220 recite di opere e balletto (rispetto alle 70 del Teatro dell’Opera);
– il personale fruisce di indennità inaudite in senso etimologico in quanto mai udite nel resto del mondo, quale la trasferta per spettacoli alle Terme di Caracalla e il privilegio di non suonare in due repliche successive, anche se a diversi giorni di distanza;
– alcuni tra le maggiori voci e le principali bacchette si rifiutano di lavorare a piazza Beniamino Gigli e dintorni dato che non si hanno certezze sui calendari degli spettacoli.
Il licenziamento non deve essere inteso come misura punitiva ma come strumento per dare un futuro al Teatro dell’Opera di Roma Capitale. Le esternazione delle prestazioni artistiche di coro e orchestra è prassi in gran parte del mondo, innesca competizione (dal latino “cumpetere”, cercare insieme), migliora la competitività. I musicisti e i coristi potranno aggregarsi in cooperative e associazioni e gareggiare per appalti di servizio con il Teatro dell’Opera di Roma Capitale.

Manon Lescaut - Teatro dell’Opera di Roma - photo Silvia Lelli
Manon Lescaut – Teatro dell’Opera di Roma – photo Silvia Lelli

È ciò che avviene nei migliori teatri tedeschi e austriaci; ad esempio, i Beliner Philamoniker e la Dresden Staatkapelle hanno contratti sia con importanti teatri d’opera sia con organizzazione sinfoniche; i Wiener Philarmiker hanno tre datori di lavori principali la Staatsoper,il Musikverein e il Festival di Salisburgo. Anche l’orchestra che abitualmente suona nei due maggiori teatri di Monaco è una cooperativa che opera su contratto di servizio con il National Theater e il Prinzregent Theater. Il modello è diffuso non solo nel mondo tedesco, ma pure in Spagna. Anche i Francia solo i teatri d’opera “nazionali” (poco più di una mezza dozzina) hanno orchestre interne. A Parigi, il Teatro degli Champs Elysées e lo Châtelet producono opera ma si servono di volta in volta di differenti orchestre, come Les Arts Florissants e Les Musiciens du Louvre. Negli Stati Uniti, a quanto sappiamo, solo il Metropolitan House (che lavora tutto l’anno) ha un’orchestra propria.
Anche in Italia , per anni il Teatro Regio di Parma ha utilizzato una cooperativa di musicisti. Due dei migliori spettacoli visti in vari teatri italiani e stranieri (Il ritorno di Ulisse in Patria di Monteverdi e Rinaldo di Handel) sono stati portati in una decina di teatri da quel gioiello che è l’Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone. In questi giorni l’orchestra milanese I Pomeriggi Musicali accompagna in sette teatri italiani e tre francesi una versione radicale di Don Giovanni con la regia di Graham Vick.
È un modello che guarda al futuro. Lo tentino tutti, dato che il passato recente ha portato il Teatro dell’Opera di Roma Capitale sull’orlo della bancarotta.

Giuseppe Pennisi

www.operaroma.it

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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.
  • Mirko

    Egregio signor Pennisi, lei liquida una intera categoria di professionisti con un perentorio “buonanotte ai suonatori” e poi elenca una sfilza di dati, numeri, realtà (???) estere che rappresentano eccellenze di livello mondiale per denigrare, mortificare, umiliare ancor di più se possibile, i cosiddetti suonatori con mirabile disinvoltura.
    Sul sito della Deutsche Oper Berlin c’è una sezione dedicata all’Orchestra con tutti i suoi componenti, elencati uno ad uno con tanto di foto e breve curriculum…..
    Ne ho contati, in pochi secondi, circa 115 e potrei essermi sbagliato di qualche unità, ma nel suo articolo lei dice che i nostri colleghi d’oltralpe sono la metà dei 90 Professori d’ Orchestra del Teatro dell’ Opera di Roma…….
    Sicuramente è l’unica informazione fallace che lei ha sbadatamente inserito nel suo articolo ma ho iniziato dalla prima e ora, non so spiegare come, mi è passata la voglia di andare a controllare tutte le altre.
    In questi giorni ho letto di tutto e di più e sono semplicemente nauseato dalla superficialità e dal qualunquismo con cui si affronta l’argomento….
    Ci sono tante cose che non funzionano nel mondo della lirica in Italia e di certo le responsabilità appartengono a tutti gli operatori del settore: se vogliamo risanare questo nostro tesoro facciamolo seriamente, a partire magari da una migliore conoscenza di ciò di cui si tratta, che ne pensa?
    Mirko Foschi
    Professore d’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova

  • Un musicista disgustato

    Sig. Pennisi, nel suo superficiale e tendenzioso scritto lei non si preoccupa minimamente di andare a controllare la veridicità delle informazioni che riporta, e mette insieme un ridicolo copia/incolla dei vergognosi attacchi che in questi giorni stanno cercando di demolire non solo l’Opera di Roma ma l’idea stessa della professione di musicista.
    Quasi tutto quello che lei dice è falso, ma sono veramente stufo di puntualizzare per l’ennesima volta in pochi giorni quali sono le falsità, per cui lascio ad altri lettori o a lei stesso il compito di farlo. Peraltro mi sono già premurato di segnalare il suo articolo ad un amico che sta raccogliendo un archivio di tutte le menzogne pubblicate in quei giorni onde sporgere querela. La libertà di stampa è una cosa, la libertà di pubblicare menzogne allo scopo di screditare un’intera categoria di lavoratori mi pare ben altro.

    Prendendo spunto da un fantastico refuso, quello dei BELINER Philamoniker (strano che al collega genovese sia sfuggito), sottolineo comunque l’incredibile malafede con cui I nomi di alcune delle orchestre più prestigiose al mondo vengono citati per dimostrare la bontà del modello cooperativa. Sarebbe interessante capire come mai nessun pennivendolo in questi giorni si e premurato di fare un paragone, dati alla mano, fra gli stipendi di queste compagini (I cui membri non sono affatto precari, tra l’altro) e quelli delle orchestre italiane.
    Come al solito, si guarda ai (presunti) modelli esteri solo per ciò che è funzionale alla dimostrazione di un teorema deciso a priori.
    Tutto ciò ha un nome, giornalismo spazzatura.

    • Sergio

      Ricordiamo alcune cifre:
      – il complesso orchestrale (oltre 90, che si vorrebbero portare a 110) è il doppio di teatri come la Deustche Oper Berlin, che ogni anno fa oltre 220 recite di opere e balletto (rispetto alle 70 del Teatro dell’Opera);

      Questo è quanto lei scrive, Signor Pennisi.
      L’orchestra della Deutsche Oper Berlin è composta da 115 (CENTOQUINDICI) elementi, non 45 (QUARANTACINQUE) come lei vuol far credere.
      La sua, Signor Pennisi, è disinformazione.
      Saluti.

  • sergio

    Ricordiamo alcune cifre:
    – il complesso orchestrale (oltre 90, che si vorrebbero portare a 110) è il doppio di teatri come la Deustche Oper Berlin, che ogni anno fa oltre 220 recite di opere e balletto (rispetto alle 70 del Teatro dell’Opera);

    Questo è quanto lei scrive, Signor Pennisi.
    L’orchestra della Deutsche Oper Berlin è composta da 115 (CENTOQUINDICI) elementi, non 45 (QUARANTACINQUE) come lei vuol far credere.
    La sua, Signor Pennisi, è disinformazione.
    Saluti.