Inpratica. Noterelle sulla cultura (III)

“L’Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari”. Questo scriveva nel 1824 Giacomo Leopardi. E ora qualcosa è cambiato? Sì, nel senso che la catastrofe è avvenuta. E bisogna raccontarla.

Pier Paolo Pasolini, Teorema (1968)

Entertainment culturale ed educazione sembrano definitivamente oggi, soprattutto in Italia, pensati e realizzati per bambini: per bambini adulti, o adulti bambini. E la cosa più agghiacciante di tutto ciò è che questi dispositivi mostruosi, costosissimi e inutili vengono illustrati e ostentati da quegli stessi membri di comunità che sono stati depredati in un passato recente della propria identità, personale e collettiva (questa robaccia preconfezionata, questa paccottiglia piena tra l’altro di falsificazioni storiche, funziona forse un po’ come i cocci di bottiglia per gli Indiani d’America).
Ora per l’uso e il dominio degli stranieri, […] l’Italia è, quanto alle opinioni, a livello cogli altri popoli, eccetto una maggior confusione nelle idee, ed una minor diffusione di cognizioni nelle classi popolari. Queste opinioni però operano sullo stato e sulla vita degl’italiani in maniera diversa che presso gli altri, per la diversità somma delle sue circostanze, e quindi ne risulta che con opinioni appresso a poco, e massime in buona parte della nazione, conformi, essa è di costumi notabilmente diversi dagli altri popoli civili” (Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, 1824).
Quello di questi sessantenni è un paternalismo senza padri. Che cosa vuol dire questa assurdità? Che ci trattano come se fossimo bambini o adolescenti, come se fossimo irresponsabili e avessimo bisogno della loro guida: solo che essi sono del tutto incapaci non solo di guidare, ma anche di immaginare una guida. L’unica direzione che concepiscono, e che possono concepire, è quella di farci agire secondo il loro interesse. Incapaci di pensare, avendo distrutto un intero Paese abbastanza florido, continuano incredibilmente a pretendere che ci conformiamo a quelle quattro miserabili scemenze che credono di aver imparato quando avevano vent’anni. Concetti ammuffiti, inservibili, abortiti. Eppure c’è un posto che questi concetti hanno devastato e adattato alla propria (brutta) immagine, imponendovi regole che sarebbero disfunzionali e inaccettabili ovunque: l’Italia. Il “Belpaese” è stato riconfigurato e sfigurato a loro somiglianza.

Monica Vitti e Michelangelo Antonioni davanti a un'opera di Alberto Giacometti
Monica Vitti e Michelangelo Antonioni davanti a un’opera di Alberto Giacometti

Dal 2006 gli unici redditi relativi (cioè rispetto alla media italiana) a crescere sono quelli di chi ha più di 55 anni. Quelli degli over 65, per esempio, otto anni fa erano poco sotto la media mentre oggi la superano del 15%. La situazione invece peggiora per tutti gli altri e giù fino ai 30enni, il cui reddito relativo ha preso il colpo più pesante rispetto a vent’anni fa. La disuguaglianza fra giovani e anziani diventa ancora più evidente se guardiamo alla ricchezza. Da un lato questo non deve sorprendere troppo: lavorando per dieci, venti o trent’anni in più si ha tempo per mettere da parte il proprio denaro – magari comprare una casa che da sola costituisce buona parte della ricchezza degli italiani. Ma quand’è che troppo diventa troppo? Difficile dirlo a priori, eppure impressiona il calo nella ricchezza relativa dei giovani: dal 1991 è diminuita del 76% mentre quella degli over 65 è aumentata di oltre il 50%. Anche i quarantenni se la passano tutt’altro che bene, con una perdita del 44%. Certo, dirà qualcuno, reddito e ricchezza degli anziani in qualche modo tornano indietro ai più giovani. È vero. Ecco allora un’intera generazione fondata sulla carità e la paghetta del babbo e del nonno: chiamateli pure bamboccioni” (Davide Mancino, Povertà, la mappa della disperazione in Italia. I giovani in vent’anni hanno perso quasi tutto, “L’Espresso”, 25 agosto 2014).

Descrivere questa catastrofe.
Narrare questa catastrofe.
Vivere questa catastrofe.
Abitare questa catastrofe.
Incarnare questa catastrofe.
Essere questa catastrofe.

(Solo così, davvero, tutto ciò che è stato pensato e immaginato e costruito nei decenni e nel secolo che ci ha preceduto giustificherà questo momento storico e culturale, e assumerà per noi un senso. Senza nostalgia, senza rimpianto, senza rimorso. Esplodere. Implodere. Isolamento. Concentrazione.)

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

Ora il passeggio, gli spettacoli e le Chiese sono le principali occasioni di società che hanno gl’italiani, e in essi consiste, si può dir, tutta la loro società (parlando indipendentemente da quella che spetta ai bisogni di prima necessità), perché gl’italiani non amano la vita domestica, né gustano la conversazione o certo non l’hanno. Essi dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica, alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni di tutte le classi non bisognose in Italia. Conseguenza necessaria di questo è che gl’italiani non temono e non curano per conto alcuno di essere o parer diversi l’uno dall’altro, e ciascuno dal pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso” (Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, cit.).

Christian Caliandro

 

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).
  • “Vivere questa catastrofe.
    Abitare questa catastrofe.
    Incarnare questa catastrofe.
    Essere questa catastrofe”.
    Parole, parole, parole… Interessanti e condivisibili. Ma non possono che essere un primo step. E quindi è importante proseguire e quindi la mia domanda è: lei che fa per vivere, abitare, incarnare ed essere questa catastrofe?
    Se non si risponde con fatti a questa domanda non saremo diversi da quelli che hanno distrutto e stanno distruggendo questo paese

    • christian caliandro

      penso, studio e scrivo.

      • E’ proprio questo il suo errore, a mio modo di vedere. Va bene studiare, pensare e scrivere, ma oggi non basta, purtroppo. Non si può vivere la catastrofe solo pensando, studiando e scrivendo, almeno io non riesco a capire come si possa fare. Rimarrebbe sempre uno iato con la realtà (S. Zizek ha partecipato a Occupy Wall Street e mi sembra un bel gesto da parte di un pensatore)
        I tempi sono cambiati, lo dice anche lei, e bisogna quindi cambiare il modo di fare, di affrontare questo nuovo mondo… su questo mi piacerebbe sentire proposte. Penso che oggi ci sia un gran bisogno di concretezza (dalla politica all’arte passando per tutto il resto).

        • christian caliandro

          è da qualche migliaio di anni che le situazioni e i contesti – sopratutto quelli più difficili – vengono modificati pensando, studiando e anche scrivendo (e poi, ovviamente, declinando tutto nella realtà): quindi mi scusi se io mi affido ciecamente a questa lunga (anche se, secondo lei, poco “concreta”) tradizione. d’altra parte, le faccio i miei migliori e più sinceri auguri.

          • vedo che condivide la necessaria “declinazione nella realtà” ma poi non la dettaglia. ci gira solo attorno… con le parole; almeno per quello che ne so io di lei

          • luca rossi

            Ormai è facilissimo pensare studiare e scrivere. Bisogna trovare i modi per fare le differenze tra quello che si pensa, studia e scrive.

            L’arte è una grande opportunità del fare, ma i giovani (che pensano studiano e scrivono) sono sempre sotto ricatto economico. Quindi servono persone che rompano un circolo vizioso. E se lo fai ti tirano le pietre.

          • christian caliandro

            Ah sì, è facilissimo? Sono contento per voi.

          • luca rossi

            È facilissimo. Difficile è fare le differenze, cosa che nessuno fa!!!!!!!!!!!!!!!!

  • Walter Bortolossi

    Sono contento di sapere che ora é colpa dei sessantenni e che quindi io sono fuori:)
    Se ci atteniamo solo alle medie statistiche generali non riusciamo a capire che tra i giovani senza lavoro c’é chi ha la paga, c’é chi ha la paghetta e c’é chi non ha nulla, e infine c’é anche qualcuno che non ha nemmeno la mamma.
    La differenza di reddito e di occupazione vanno inserite nelle banali
    antiquate ma ineludibili questioni di classe, anche se piú frammentate oggi rispetto al passato.
    Inoltre l’Italia , non da tempi recenti, é un paese a bassa mobilitá sociale e l’assenza di essa non é legata certo escusivamente ai conflitti generazionali. Quindi meglio lavoro piuttosto che rendita?

    Nato nel 1961

  • angelov

    L’indimenticabile ispettore Callahan, divenuto anche famoso per la frase: “Go ahead, make my day”, non avrebbe mai potuto supporre che avrebbe avuto una così lunga scia di proseliti, dal 1983 al 2014, che con così sfacciata disinvoltura, avrebbero adottato nelle loro intenzioni, il concetto racchiuso in quella frase.

  • Lo scontro generazionale è solo un’altra variante del tipico comportamento italiano che da sempre prende a modello i “capponi di Renzo”. Liberi professionisti contro lavoratori statali, gente del Nord contro gente del Sud, disoccupati contro pensionati… Il ristretto numero di privilegiati nel nostro Paese include giovani e anziani, settentrionali e meridionali, dirigenti pubblici e imprenditori, politici e calciatori… Se il problema è la ridistribuzione della ricchezza, adottare un criterio anagrafico per risolverlo non mi sembra equo.

  • Luca Rossi

    Caro Christian,

    mi sembra sempre di leggere lo stesso articolo. Sviluppi, con citazioni ricercate, concetti ormai chiari. “Luna park per adulti”, Nonni Genitori Foundation che man-tiene in ostaggio i giovani, Sindrome Arrendevole (cit. Italo Zuffi), ecc ecc. Ma che fare?

    Il problema è complesso, e credo che l’unica soluzione possa passare dal singolo individuo. Non servono a nulla programmi pubblici o festival privati per salvare la cultura e l’italia. Non servono nemmeno i libri, che praticamente in Italia non legge nessuno.

    L’arte è una grande opportunità, per prendere consapevolezza e per trovare nuove vie. Per trovare soluzioni, o solo creare le condizioni per trovare soluzioni. Ma il cambiamento passa dall’individuo, la dimensione micro e quotidiana di ognuno di noi è l’unico SPAZIO POLITICO disponibile. Invito tutti a visitare:

    SKY – the only political space is where you are now

    a cura di eve rand

    Non metterò link perchè so che è una pratica sbagliata e immonda (vero Vincenzo :) )

  • Ipotesi didattica la scultura, la pittura perché no l’istallazione si l’arte di Giacomo Leopardi così come si vede dal niente in commedia si passa al mezzo e al vero alla letteratura che ha ispirato tanti artisti da questo non c’è esempio che si sia tornato al vero. Lo squisito gusto della pittura non può essere se non quando ei non è ancora costoso Il cinquecento l’arte del Rinascimento fino al Barocco erano abilissimi a finanziare le opere del vero bello. Si anche questo .

  • Mi scuso con la redazione, durante l’estate non ho frequentato molto il commentario di Artribune e non sapevo della nuova politica che vieta l’inserimento di link nei commenti (non sarebbe meglio a questo punto disabilitare la funzione?). Mi ero permesso di segnalare un paio di post del mio blog che ritenevo attinenti all’argomento della discussione e che probabilmente avrebbero potuto animare il dibattito. In passato i link sono sempre stati tollerati, esclusi i casi di sfacciata pubblicità commerciale. Ma sicuramente ci sarà un buon motivo alla base della decisione, probabilmente ci saranno stati abusi. Chiedo venia quindi se ho infranto le regole, ma confesso che questa novità non mi entusiasma.