Bahia e Bucharest: piccole biennali crescono

Un appassionante resoconto da due biennali, quella di Bahia e quella di Bucharest scritto da Mary Angela Schroth, direttrice della Galleria SalaUno di Roma. Due eventi solo apparentemente “minori”, che raccontano di un modo diverso di intendere il concetto stesso di Biennale. Vediamo perché.

Bucharest, Pajura District. Photo Răzvan Ion.

Il proliferare della presenza e del concetto di “biennale” si amplia in tutto il mondo e, anche se spesso criticato, l’arrivo periodico di queste esposizioni è fondamentale per comprendere, in senso globale, il reciproco rapporto tra l’arte contemporanea e le caratteristiche delle aree geografiche nelle quali queste manifestazioni hanno luogo. È come se, nell’era della globalizzazione, l’arte ripartisse da zero.
Nulla può restituire l’idea di una città e dei suoi aspetti politici, storici e sociologici meglio dello sguardo attraverso il quale gli artisti contemporanei osservano il mondo.
Salvador a Bahia, in Brasile, e Bucharest, in Romania, stanno rispettivamente ospitando, a partire dalla fine di maggio 2014, la loro terza e sesta biennale d’arte. Si tratta di appuntamenti ben distanti dalle principali manifestazioni dell’arte mondiale e forse questo le rende ancor più interessanti e avventurose. L’opportunità di visitare queste due straordinarie città, scoprire i loro artisti e osservare da vicino le scelte curatoriali appositamente pensate per il contesto urbano, fa di questi viaggi esperienze stimolanti che possono dare avvio a una riflessione sui due paesi in questione da un punto di vista storico e contemporaneo. Tali osservazioni possono condurre con maggior consapevolezza alla comprensione delle opere esposte che, nel caso di Salvador e Bucharest, sono installate in vari luoghi della città. Entrambe le biennali sono state organizzate da un team giovane di curatori e direttori ma con budget molto limitati, regalando a questi progetti un senso di energia e ottimismo che a fatica si sposa con le difficoltà economiche e politiche di questi due paesi.

Marcelo Rezende, curatore della Bahia Biennale 3. Photo Lara Carvalho
Marcelo Rezende, curatore della Bahia Biennale 3. Photo Lara Carvalho

Il titolo della Terza Biennale di Bahia BB3 (le due precedenti si tennero nel 1966 e nel 1968), É Tudo Nordeste?, è una domanda che permea ogni scelta o progetto curatoriale e caratterizza il tono di ognuno dei cento giorni espositivi e culturali in programma: mostre, performance, proiezioni di film, esperienze didattiche, incontri. Il centro organizzativo e operativo è il  Museo di Arte Moderna MAM di Bahia, che ha visto la partecipazione degli artisti (in tutto 16, scelti da Avrson Heràclito e coordinati da Alejandra Muñoz), dei curatori e dei critici. La biennale del 1968, che durò soltanto due giorni prima della forzata chiusura da parte del regime militare, aveva come fulcro tematico e come banco di prova e dibattito la promozione, la creazione e l’inaugurazione di una via alternativa nel mondo dell’arte, indipendente dai grandi centri nazionali e internazionali, come Rio e San Paolo. Il tema sostanziale e identitario del BB3 è il rapporto tra centro e periferia, così come la memoria e la nuova attenzione meritatamente dedicate agli artisti bahiani che parteciparono all’edizione del 1968. Il Direttore Marcelo Rezende (di San Paolo) non ha rivolto la sua attenzione soltanto alla produzione artistica contemporanea ma anche a un progetto in crescita che possa mostrare alcune potenziali e possibili strade della ricerca e della creazione, ispirate dagli archivi e dalle collezioni dimenticate (sezione, questa, curata da Ana Pato). Nonostante l’originario progetto di Rezende sia stato molto ridimensionato (egli individua nella semplicità un alternativo strumento curatoriale), BB3 promette molte sorprese e una rinnovata energia rivolta all’arte contemporanea. Salvador fu la prima capitale del Brasile, la prima grande città del Nuovo Mondo e lo stato di Bahia il luogo delle prime piantagioni coloniali di zucchero e tabacco, ricco grazie anche alla presenza di oro, argento e petrolio. Nella città sono presenti più di 350 chiese, costruite tra il 1500 e il 1750, molte delle quali tra le più complesse e barocche nella storia dell’architettura. Pelourinho, il centro storico di Salvador, è protetto dall’Unesco come sito culturale di interesse mondiale e il boom economico degli anni Sessanta ha permesso di arricchire la città di edifici dallo spiccato carattere contemporaneo, che rivaleggiano con quelli di altre città brasiliane. Questo decennio vide inoltre l’esperienza musicale di Caetano Veloso con la sua “Tropicalia”, le coreografie innovative di Lia Robatto, l’attività dell’architetto Lina Bo Bardi che ha realizzato molti progetti a Salvador, compresa la ristrutturazione del MAM, il quale ospita il suo archivio.

Lina Bo Bardi, Museo di Arte, San Paolo del Brasile
Lina Bo Bardi, Museo di Arte, San Paolo del Brasile

L’identità afro-brasiliana dovuta alla presenza del commercio degli schiavi nella regione fin dalle sue origini, si fa evidente nell’aspetto della città: la musica dinamica, la popolazione fedele alla tradizione animista Youruba di Cantomblè e al fervente cattolicesimo influenzato dal Portogallo, la sociologica distanza dal resto del Paese. La sua straordinaria posizione geografica lungo la costa atlantica e la baia di Bahia ne fanno una delle più celebri mete turistiche dell’America Latina. Alcune gallerie contemporanee stanno finalmente iniziando, qui, il loro cammino anche grazie al celebre mercante Paolo Darzè (nato proprio a Salvador e precedentemente alla guida di una galleria a San Paolo). Ci sono, inoltre, il nuovo affascinante spazio di Roberto Alban (che si occupa anche di antiquariato) e l’emergente giovane galleria Luiz Fernando Landeiro. Abbiamo avuto il piacere di incontrare e conoscere artisti come Caetano Diez, il gruppo Boardilla, Almo, Rosa Bunchaft e il duo Jaozito – Lanussi Pasquali che ha inaugurato, con una mostra multimediale dedicata dell’artista emergente Mayra Lins, un nuovo spazio per l’arte contemporanea nell’ex-magazzino del Museu Di Arte Da Bahia.

Gergő Horváth, curator della Bucharest Biennale 6. Photo Manu Nedila.
Gergő Horváth, curator della Bucharest Biennale 6. Photo Manu Nedila.

La Sesta Biennale di Bucharest BB6 ha aperto i battenti il 23 maggio 2014 e rappresenta per la Romania un continuo stimolo verso l’arte contemporanea. Questa sesta edizione della biennale rumena è stata curata e pensata dal giovane Gergö Horváth, ventenne ma già capace di sviluppare validamente il tema portante dell’esposizione Apprehension: Understanding Through Fear of Understanding. Horváth per il suo progetto espositivo ha scelto gli artisti Carlos Aires (ES), Matei Arnăutu (RO), Dan Beudean (RO), Adrian Dan (RO), Dromedar (NO), Arantxa Etcheverria (FR/RO), Filip Gilissen (BE), Bjorn Erik Haugen (NO), Jan Kaila (FI), Cezar Lăzărescu & 1+1 (RO), Raqs Media Collective (IN), Marilena Preda-Sanc (RO), Gabriel Stoian (RO), Janos Sugar (HU), Stephanie Syjuco (USA/PH), Alejandro Vidal (ES), Erwin Wurm (A), Mihai Zgondoiu (RO), Zoltan Bela (RO). Non essendo sostenuta da nessun ente dedicato, la Biennale è coadiuvata dalla rivista Pavilion, diretta da Răzvan Ion & Eugen Rădescu.

Gabriel Stoian, assemblage, taxidermy bird and olive branch, 40 x 30 cm, 2014. Courtesy of the artist and Bucharest Biennale
Gabriel Stoian, assemblage, taxidermy bird and olive branch, 40 x 30 cm, 2014. Courtesy of the artist and Bucharest Biennale

Come per Bahia, BB6 deve la sua esistenza e la sua longevità all’energia e all’iniziativa dei suoi giovani creatori e al finanziamento di Unicredit a Bucharest. Il dinamismo dei giovani dello staff supera e travolge le problematiche economiche di un budget molto ridotto, conducendo a un risultato finale professionale e di alta qualità, specialmente per l’allestimento, con pochi pezzi presentati in una perfetta disposizione. Una tavola rotonda ha aperto i dibattiti e gli incontri sul tema della Biennale – la paura – e sulle sue implicazioni politiche ed economiche. Un aspetto è apparso chiaro: la paura è il più potente tra i sentimenti umani, la cui sconfitta può avvenire solo attraverso l’azione o lo humor. Considerata la recente storia rumena, la paura ha controllato le dinamiche del paese per molto tempo e, forse, non ha ancora smesso di farlo, per questo le opere degli artisti hanno spesso mostrato un contenuto altamente politicizzato, tralasciando i medium più utilizzati come la pittura e la fotografia.
Durante i giorni inaugurali, inoltre, la città ha ospitato una grande fiera commerciale d’arte, chiamata “Safari” e sponsorizzata dalla Deutsche Bank, e la Notte Bianca che ha agevolato l’apertura notturna (fino alle quattro del mattino) di molte gallerie d’arte e un totale di settanta appuntamenti, inclusi i luoghi della biennale. Interessanti anche le mostre come quelle della Vittoria Arte, curata da Manius Tanacescu, e dell’Annex, organizzata dai giovani curatori del Museo di Arte Contemporanea con sede nel “Parlamento del Popolo”, architettura folle, massiccia e opprimente fatta costruire da Ceausescu e seconda in dimensioni solo al Pentagono.

Zoltán Béla (RO), Nonfunctional Object. Courtesy of the artist, Anca Poterașu Gallery and Bucharest Biennale. The work is part of Jean Philippe Guibert-Lassagne collection.
Zoltán Béla (RO), Nonfunctional Object. Courtesy of the artist, Anca Poterașu Gallery and Bucharest Biennale. The work is part of Jean Philippe Guibert-Lassagne collection.

La città, soprannominata “Piccola Parigi”, è in crescita, con le boutique dei maggiori brand di moda, nuovi hotel e il giovane affollato quartiere centrale di Lispani con i suoi ristoranti, bar e locali di danze esotiche. Da non dimenticare i monasteri e le chiese ortodosse non distrutte da Ceausescu, i maggiori musei come il Museo d’Arte Nazionale (dove abbiamo scoperto e osservato la genialità delle opere dell’impressionista rumeno Nicolai Grigorescu, una sala in cui sono esposte le prime sculture di Costantin Brancusi e, nell’ala italiana, un’opera di Luca Giordano di altissima qualità) e il Museo Contadino.
Abbiamo trascorso il nostro ultimo giorno pedalando lungo i grandi giardini attorno al lago di Herăstrău e concluso il viaggio con una ricca bevuta di birra Ciuc nel parco dei poeti di Cișmigiu. Tutti elementi che hanno reso indimenticabile la nostra visita a Bucharest.

Mary Angela Schroth

traduzione a cura di Chiara Ducatelli

www.bienaldabahia.com 
www.bucharestbiennale.org