Arti e media digitali. Conversazione con Monique Veaute

La Fondazione Romaeuropa continua a utilizzare e promuovere l’area sperimentale legata alle tecnologie digitali, man mano integrandole nel panorama espressivo delle arti visive e performative. Fenomeno raro in Italia, ragion per cui abbiamo intervistato Monique Veaute, che per il festival segue la rassegna “Digital Life”.

Monique Veaute

La diffusione dell’arte digitale avviene con una serie di differenze dalle ipotesi iniziali, sia per la riluttanza del sistema dell’arte sia per diverse ragioni, come le tecnologie ancora poco diffuse. Qual è la sua posizione?
Prima di tutto va inquadrato il tema di cui stiamo parlando. L’arte digitale è la frontiera più sperimentale dell’arte contemporanea e come tale si scontra con le reazioni più conservatrici provenienti dal sistema dell’arte contemporanea e non. I linguaggi più sperimentali, per la loro natura formalmente effimera, sfuggono al mercato e alle dinamiche spesso obsolete delle mostre. La diffusa diffidenza da parte del sistema dell’arte, che con fatica rincorre forme di espressioni dove scienza, ingegneria e creatività vanno di pari passi, è giustificata in parte dal sospetto di una possibile sostituzione dell’artista con la macchina. Questa diffidenza, anche in questo caso, fa parte di un’anomalia del tutto italiana. L’attenzione alla produzione alla diffusione di arte digitale in Europa è un punto fondamentale per sviluppo culturale e scientifico di molte nazioni.
Quella digitale è un’arte fatta dai giovani che si rivolge soprattutto ai giovani, in poche parole l’arte del futuro, non ci si stupisce quindi che in Italia, visto lo stallo politico culturale in cui ci troviamo, si faccia più fatica ad avere la giusta attenzione e visibilità. Digital Life, in queste quattro edizioni, sta cercando non solo di monitorare e tracciare le realtà più interessanti della sperimentazione artistico-tecnologica internazionale, ma di produrre e promuovere giovani artisti italiani, in alcuni casi già fortemente affermati all’estero, che trovano difficoltà a esprimersi nel nostro Paese.

Robert Lepage, Andersen Project, 2006, still - photo Piero TauroSono ancora pochi i musei che accettano il discorso di un’“arte digitale”, o comunque definita da un medium. È la storia della videoarte che si ripete o è altro ancora?
La videoarte, la performance, l’arte cinetica e infine l’arte digitale sono tutte forme espressive “liquide” che, come tali, richiedono una nuova e diversa forma di fruizione rispetto ad altre forme artistiche. Non si può chiedere all’espressione di adattarsi al museo, è il museo che deve reinventarsi. Attenzione, però: non è l’idea di museo in sé per sé a essere messa in discussione, c’è semplicemente la necessità di affrontare la sfida che questi nuovi linguaggi ci propongono. È qualcosa di appassionante e affascinante, quello su cui si deve ragionare è una nuova idea di museo dinamico e polifunzionale.

Lei si è sempre impegnata sui linguaggi sperimentali video e digitali, dalla videodanza all’uso del video nel teatro e poi nei media interattivi. Se dovesse progettare oggi un museo fortemente connotato sui linguaggi digitali come lo penserebbe? Come lo ZKM di Karslruhe o altrimenti?
Ventotto anni di festival ci hanno dato la possibilità di capire che la scena artistica contemporanea è fatta di artisti poliedrici che si muovono dalle arti sceniche del teatro e della danza fino alle arte visive e digitali. In queste quattro edizioni sono diversi gli artisti visivi che abbiamo avuto la possibilità di programmare all’interno del festival e artisti provenienti dal palcoscenico che hanno raccontato la propria ricerca creativa nel museo. Questa prerogativa crea una forte dinamicità e ricchezza, va vista quindi come un valore da supportare e incrementare.
Ryoichi-Kurokawa,-Video-Ground,-2013Lo ZKM è sicuramente un punto di riferimento importantissimo per chiunque voglia guardare a un’idea nuova di museo. Oltre alle attività di esposizione e di collezione vanno inoltre incrementate quelle di formazione e di produzione, proprio per venire incontro a quello che le nuove discipline artistiche ci chiedono; una dinamicità maggiore tra i linguaggi e una forma nuova di fruizione delle opere stesse.
Il centro di formazione e produzione di arte contemporanea Le Fresnoy, con cui abbiamo avuto il piacere di collaborare in questa nuova edizione di Digital Life si muove proprio in questo senso; un centro di produzione che annualmente programma esposizioni delle opere dei suoi allievi e docenti ed è attivissimo nelle collaborazioni in ambito internazionale.

Lorenzo Taiuti

http://romaeuropa.net/it/digitalife4.html

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Lorenzo Taiuti
Lorenzo Taiuti ha insegnato corsi su Mass media e Arte e Media presso Academie e Università (Accademia di Belle Arti di Torino e Milano, e Facoltà di Architettura Roma). E’ esperto delle problematiche estetiche dei nuovi media. È autore di video, installazioni e website, collabora con musicisti sperimentali in produzioni audiovisive. Ha collaborato sui temi di arte e media con vari periodici, tra cui "Giornale dell’Arte", "Virus", "Alias"", "Terzocchio", "Linea d'Ombra", "Repubblica", “Juliet”, “Exibart”, “Artribune”, “Arte e Critica”, “Digimag”, “Noema”, “D’Ars”. Ha pubblicato i seguenti testi sulle tematiche dell’arte e i nuovi media: Arte e media. Avanguardia e comunicazione di massa (Costa & Nolan 1996), Corpi Sognanti. L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali (Feltrinelli 2001), Multimedia. L’Incrocio dei linguaggi comunicativi (Meltemi 2005), I linguaggi digitali (per la serie XXI secolo - Enciclopedia Treccani 2010).