Altri paesaggi d’Italia

Di fronte agli attacchi cui è costantemente sottoposto il paesaggio italiano, si sono moltiplicati negli ultimi tempi gli interventi in difesa dell’integrità delle città, delle campagne e delle coste della Penisola. Ne è nato un salutare dibattito, e la popolazione sembra divenire più sensibile rispetto a questa problematica, anche se gli scempi sono ben lungi dall’arrestarsi.

Schermi alla Stazione Termini

L’attenzione è rivolta quasi sempre al paesaggio visivo, benché esistano paesaggi percepibili con altri sensi, che a quello visivo sono strettamente legati e che parimenti non se la passano bene.
Il paesaggio sonoro della Penisola versa in uno stato di grave degrado. Le strade delle nostre città sono intasate da automobili, camion, motorini truccati che, oltre ad avvelenare l’aria, fanno un fracasso snervante. Su quelle vetture sono montati autoradio che sparano, nella maggior parte dei casi, discorsi stupidi e musichette insulse. Credo sia difficile trovare, almeno in Europa, un panorama radiofonico desolante come quello italiano: il predominio delle “hit” e delle fandonie (ad ampio spettro, dagli oroscopi al pettegolezzo, alle farneticazioni radiomariane) è assoluto e pochissimo spazio è lasciato ad altre forme di espressione (musica classica e contemporanea, canzone d’autore, elettronica di qualità). L’unico scopo della radio italica sembra quello di compiacere le “very normal people”, per dirla con lo slogan di una delle emittenti più note: “normalità” nella quale non è difficile scorgere un sinonimo di “mediocrità”.
Grandi stazioni e metropolitane sono sempre più invase da schermi che trasmettono pubblicità e che non sono silenziosi, come accade altrove (in quel caso, basta voltarsi per non essere un target); non smettono un secondo di berciare. Il fenomeno ha raggiunto anche stazioni piccole e minuscole, dove non ci sono schermi ma può capitare di sentire, trasmessa da altoparlanti, la radio delle ferrovie, FSNews: l’antico piacere di aspettare treni in perenne ritardo in stazioni dimenticate da Dio, nel silenzio o con l’accompagnamento di cicale, è andato così perduto. Non vi è nemmeno un intento commerciale in questo caso (non viene trasmessa pubblicità): l’intenzione sembra piuttosto quella di inibire o comunque fortemente ostacolare l’attività cerebrale, a colpi di Pausini e Antonacci e di utilissimi aggiornamenti sul traffico ferroviario in aree distanti centinaia di chilometri dalla tua stazione. D’altra parte, manca completamente in Italia – a differenza ad esempio della Francia – un dibattito sulla libertà di ricezione: non basta tutelare la possibilità di esprimersi, occorre anche salvaguardare la volontà di non essere bombardati da messaggi.

Rifiuti a Napoli

Il paesaggio olfattivo è messo pure peggio di quello sonoro. L’Italia puzza. Nell’indifferenza: dell’inquinamento dell’aria si parla – e neanche tanto – solo quando ci scappano parecchi morti. Quando invece i miasmi (che di certo, comunque, bene non fanno) non sono letali, ma si “limitano” a provocare un drastico abbassamento della qualità della vita, allora la faccenda non interessa, quasi che ci siamo assuefatti a una situazione da Paese assai meno civilizzato di quanto l’Italia sostiene di essere. E non occorre pensare alle montagne di rifiuti che periodicamente soffocano Napoli e altre città del Meridione: l’emergenza è generalizzata e si aggrava con le alte temperature estive.
Qualche tempo fa percorrevo di sera il tratto di Aurelia che unisce Pisa a Livorno: l’abitacolo dell’auto veniva invaso da folate maleodoranti, interrotte solo da brevi pause di aria fresca. Alla classica puzza di fogna (imputabile a sistemi di smaltimento fuori uso, insufficienti o inesistenti) si alternavano acri esalazioni di origine industriale, sulla cui natura e pericolosità nulla è dato sapere. O pensiamo a un grande malato come l’Arno, che in estate può rendere irrespirabile l’aria statica di Pisa e Firenze. A queste città fa compagnia Venezia, coi suoi canali putridi: come si vede, il problema colpisce con forza alcune delle nostre più belle città d’arte.
Pensare che c’è gente che non solo si trova a passare in luoghi maleodoranti, ma in quei luoghi ci abita, mi toglie il sonno. Altro che inquinamento visivo: di fronte alla visione di un ecomostro ci si può sempre girare dall’altra parte; in questo caso no, si può solo sperare che un cambiamento delle correnti d’aria apporti un momentaneo sollievo, a danno però di qualcun altro. Eppure quella dell’aria malata non assurge a emergenza nazionale: la retorica imperante del Belpaese (che non solo ha il 120% dei beni culturali planetari, ma nel quale si mangia, si vive e si respira come meglio non si potrebbe) non può accettare che si dica che l’Italia puzza. Un po’ come quando non volevano che si facessero film e serie tv sulla mafia, perché lesivi dell’immagine della nazione.

Saltarello. Incisione di Bartolomeo Pinelli

Il contrasto con il passato è evidente: pur aborrendo qualunque laudatio temporis acti (l’aria irrespirabile è sempre esistita, si pensi alle tante paludi malariche, poi bonificate), c’è da sottolineare che suoni e profumi hanno avuto un ruolo importantissimo nella costruzione di quel mito dell’Italia che si è imposto soprattutto a partire dal Grand Tour settecentesco. Se a incantare i visitatori erano per prima cosa i paesaggi popolati da grandiose rovine e lo splendore degli antichi monumenti, tanti furono gli stranieri che serbarono un ricordo indelebile delle voci, dei suoni, delle musiche che animavano le strade della Penisola. Per non dire dell’universale infatuazione per l’opera italiana. O pensiamo allo sconvolgimento che dovevano provocare in un viaggiatore oltramontano il profumo della macchia mediterranea e l’odore del mare. Con un dato visivo e olfattivo insieme inizia la celebre poesia che Goethe dedicò al nostro Paese: “Conosci la terra dove fioriscono i limoni?”.
Oggi ci si lamenta della progressiva perdita di appeal dell’Italia; la rovina dei suoi paesaggi, visivi e non, è tra le cause principali della disaffezione. Perché qualcuno dovrebbe venire sin qui per ammirare un monumento bellissimo col basso continuo di clacson impazziti e folate ammorbanti?

Fabrizio Federici

antipub.org

 

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Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.
  • Grazie a Fabrizio Federici che all’interno del problema della devastazione del paesaggio in Italia si è occupato dell’inquinamento acustico e visivo. Oramai è difficile difendersi anche nei ristoranti o caffè, nelle stazioni o per strada. Ma la cosa che colpisce è la totale apatia dei soggetti sottoposti a questi bombardamenti quotidiani che riguardano altre sfere del vivere civile. Grazie per l’inicazione del sito francese RAP e in Italia che possiamo fare?

  • Mauro

    Interessante