Natale con i tuoi, Pasqua…

Un bel ponte, bagagli pronti, venerdì magari mezza giornata e poi svelti a prendere un mezzo di locomozione (se lasciate a casa l’auto, la Terra vi sarà grata). Destinazione? Le più varie, con la stagione sciistica che si chiude a Nord e, tempo permettendo, un tuffo rapido al Sud. Senza dimenticare il picnic d’ordinanza. In tutto questo, magari ci sta anche una mostra, di quelle monstre, da weekend per l’appunto. Eccovi una breve carrellata di proposte last minute.

Andy Warhol - The Last Supper - 1986

Partiamo dal centro, e con una proposta poco pasquale. A Siena (a Santa Maria della Scala) è l’ultima occasione, visto che chiude il 9 aprile – come molte delle mostre che vi segnaliamo in questo articolo -, per visitare Le stanze del desiderio di Milo Manara. Ché sarà pure un periodo di profonda spiritualità, ma dare alla carne quel che è della carne non fa mai male. Visita di coppia consigliata, va da sé.
Poco più a nord, e con un tema che non poteva essere più azzeccato, c’è Andy Warhol con la sua Last Supper. Siamo a Palazzo Magnani, a Reggio Emilia, dove il confronto è “soltanto” con quest’opera realizzata nel 1986 dal genio della Pop Art, a partire dal capolavoro leonardesco. E sempre al Cenacolo si riferisce il disegno di Francesco Hayez che l’accompagna, altra piccola squisitezza per una mostra da gustare con lentezza.

Adolfo Wildt - Monumento funebre di Aroldo Bonzagni - 1919 - particolare

Restando in Regione, al San Domenico di Forlì è sotto l’occhio di bue Adolfo Wildt, dimenticatissimo per anni e ora rimesso al centro dell’attenzione con una mostra memorabile. Anche questa è storia, storia “pendolare”, come direbbe Gillo Dorfles. E nel vedere le sue sculture a fianco di quelle firmate da maestri inattaccabili come Michelangelo, beh, capirete che il confronto o tiene oppure la questione è chiusa per sempre.
Ma l’Emilia Romagna non esaurisce qui il suo carnet, tutt’altro: basti nominare almeno la rassegna albergata al MAR di Ravenna, dove sono raccolte una serie di opere di gran pregio che – in un testacoda non privo d’interesse – “illustrano” l’approccio critico di quel vulcanico pensatore che fu Giovanni Testori. E non ci si scordi il capoluogo, Bologna: al MAMbo c’è Marcel Broodthaers, che non sarà proprio indicato per digerire con scioltezza un abbondante pranzo pasquale, ma si tratta pur sempre di un autore di capitale importanza nell’ambito della cosiddetta institutional critique.

Gustav Klimt - Volto di fanciulla - 1898 ca. - coll. privata - © Belvedere, Vienna (Alfred Weidinger)

Fa capitolo a sé Venezia, meta turistica per antonomasia in ogni occasione. Qui consigliamo innanzitutto la celebrazione nostrana di Gustav Klimt, del quale ricorre il 150esimo della nascita nel 2012. La mostra clou è al Correr, mentre a Ca’ Pesaro si studia l’influenza sull’arte italiana nei primi anni del Novecento. (Per fare letteralmente indigestione di Klimt dovreste spingervi a Vienna, ma pure a Milano lo si celebra, con una mostra allo Spazio Oberdan focalizzata sui Disegni intorno al Fregio di Beethoven).
Sempre in Laguna, una mostra che sembra richiamare i fasti del fu Palazzo Grassi, quando si allestivano mostre colossali sulle civiltà. In questo caso però si va – o si resta – al Museo Correr, e la protagonista è l’Armenia: vi si indaga ogni sua piega, dall’arte all’architettura, dalla spiritualità all’economia. Ed è pure un messaggio di amicizia verso un popolo che ne ha viste di tutti i colori, anche di recente (ricordate i rapporti non esattamente distesi con la Turchia?).

Guercino - Et in Arcadia Ego - 1618-22 - Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini

A Roma, se si volesse proseguire l’esplorazione etnologica, si potrebbe far tappa al Museo della Civiltà Romana, dove fino a metà aprile è di casa l’Azerbaigian. Ma vale una visita soprattutto il ritorno in patria, e proprio alla Galleria Borghese (siamo in uno dei parchi cittadini più belli d’Italia, e questo gioca senz’altro a suo favore), di una sessantina di capolavori appartenuti alla famiglia Borghese. Giungono dal Louvre, dove sono attualmente conservati, e fra di essi ci sono chicche come l’Ermafrodito dormiente che fu restaurato nientemeno che dal Bernini.
Ma di mostre che sbandierano nomi altisonanti, a Roma ce ne sono a bizzeffe: basta guardarsi un momento in giro e si trova alla GNAM il Guercino, alloggiato nei nuovi spazi al pianterreno guadagnati dopo il riordino della collezione; e alle Scuderie del Quirinale un Tintoretto a 360 gradi, raccontato – oltre che dalle sue opere, ovviamente – dalle parole di Melania G. Mazzucco.
Per gli amanti dei secoli passati, l’offerta non è ovviamente limitata alla Capitale. Per dire, al Palazzo della Gran Guardia di Verona c’è Il Settecento, con il Tiepolo a fare da attrattore e i meno noti Cignaroli e Rotari a rimpolpare le sale, mentre al Palazzo Ducale di Urbino apre una mostra d’eccezione che ruota intorno alla quattrocentesca Città ideale.

Henri Cartier-Bresson - L’Isle-sur-la-Sorgue - Francia, settmebre 1988 - © Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos/Contrasto

Al capitolo fotografia l’offerta è invece capitanata dalla grande retrospettiva di Robert Mapplethorpe ospitata alla Fondazione Forma di Milano: con quasi 180 scatti, è una rassegna che può soddisfare anche il completista più esigente. A Roma fa la parte del leone, in questo settore, Steve McCurry: anche qui sono circa 200 le fotografie esposte, e non mancano le icone oramai classiche, come la (ex) ragazzina afghana dagli occhi verdi. Il luogo inoltre è fra i più piacevoli per il contemporaneo a Roma: la Pelanda, in zona Testaccio. Da non sottovalutare la più compassata personale di Henri Cartier-Bresson a Palazzo Incontro: le stampe sono “soltanto” 44, ma i commenti a ognuna di esse sono firmati da personaggi come Jim Jarmush e Leonardo Sciascia.
Se ritenete immancabile la gita fuori porta, nei dintorni di Torino l’appuntamento potrebbe essere alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, complesso barocco juvarriano che ha da poco riaperto dopo un restauro più che trentennale. Ma pure un piccolo tour a Lugano può concedere soddisfazioni niente male, con Giorgio Morandi al Museo d’Arte e Tony Cragg a Villa Ciani.

Fausto Melotti – Kore - 1955 ca. - coll. privata – courtesy Archivio Fausto Melotti

Come al solito, al Sud l’offerta diminuisce visibilmente. Ciò non significa che non vi siano stimoli. Ad esempio, al Madre di Napoli – al netto della bufera che sta soffiando sul museo – è ancora visitabile una grande personale di Fausto Melotti curata dal celeberrimo Germano Celant. E a Catanzaro, al Complesso di San Giovanni, c’è Corpo Elettronico, rassegna di videoarte italiana organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo.
Sul contemporaneo, la rassegna sarebbe lunga, con apertura dal MAXXI di Roma al Castello di Rivoli. Insomma, qui trovate spunti e spigolature, senza voler essere esaustivi. È chiaro, ma non fa male ricordarlo.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • gg

    Mancano tantissime “grandi mostre” e vedo che invece sono state inserite alcune mostre secondarie. Artribune, forse sarebbe meglio scrivere “grandi mostre da pubblicizzare”?. Ieri ero a Venezia e apriva una mostra di Picasso (certo meglio che la “mostra” di klimt a Milano – consigliate davvero a qualcuno di spostarsi da Venezia fino a Milano per andare allo spazio Oberdan…, allora forse meglio andare a Palazzo Reale dove tra avanguardia e Tiziano siMo certamente su un altro livello. M non sono state neanche nominate). Anche su Roma, noto diverse mancanze.

    Insomma Artribune, se a esagera si rischia che le persone non vi leggano più.

    • Caro gg,
      riporto le due frasi che concludono l’articolo:
      “Insomma, qui trovate spunti e spigolature, senza voler essere esaustivi. È chiaro, ma non fa male ricordarlo.”