Un Paese a tutta birra (artigianale)

L’Italia è il Paese del vino. E per fortuna lo è sempre di più, con buona pace dei francesi che, giusto per citare Paolo Conte, si incazzano. Però, mentre il Belpaese segnava record di quantità e qualità nel mondo enologico, faceva nascere un’altra specializzazione alcolica di sicuro interesse. Ecco come siamo diventati una Mecca della birra d’eccellenza.

32Viadeibirrai

Se oggi si parla di birra artigianale italiana, se nella ristorazione e nelle enoteche si trovano birre da sposare all’alta gastronomia senza rimpiangere il vino, se i clienti – anche i meno avveduti – chiedono weiss e lager e non solo bionde o rosse, il merito è di Teo Musso: il birraio più famoso d’Italia che, con le sue bottiglie a marchio Baladin, nella seconda metà degli anni ‘90, quando nessuno nel nostro Paese sapeva cosa significasse birra artigianale, ha portato avanti un lavoro culturale e commerciale enorme. “Teo è stato fondamentale per tutto il movimento, influenzando fortissimamente il mercato e tutte le scelte fin qui fatte”, sottolinea Luca Giaccone, curatore della Guida delle Birre di Slow Food.
Dalle Langhe (il suo birrificio e non solo birrificio – si veda il box nella pagina a fianco – si trova a Piozzo, in provincia di Cuneo), quindi dal cuore della tradizione enologica italiana, Teo Musso ha iniziato la sua avventura per far conoscere e apprezzare una nobile bevanda che in Italia era nota solo come prodotto industriale, low cost e low quality. Rivalutando le produzioni fatte a mano, Baladin ha aperto la strada e inventato un mestiere: quello del birraio artigianale. “Oggi ce ne sono 377. Credo che ancora per qualche anno cresceranno, poi ci sarà probabilmente un assestamento”, prosegue Giaccone. Ma chi è il birraio artigianale? “Occorre una distinzione: da un lato i birrai ‘veri’, quelli che quasi sempre hanno trascorsi da homebrewer, che da sempre amano la birra, che hanno viaggiato per il mondo ad assaggiare, che mettono la birra al centro del loro progetto imprenditoriale. Poi, come è inevitabile in ogni fenomeno di moda, c’è chi invece fiuta l’affare ed è mosso da altro”. Insomma, è difficile tracciare un profilo comune fra i tanti birrificatori italiani: il panorama è vasto e spazia dal ragazzino al pensionato in un quadro che è, qui si può generalizzare, quasi del tutto maschile.

Baladin

Curiosamente esiste un’alta percentuale di birrai artigianali con un passato da informatici, coincidenza che Eugenio Signoroni, anch’egli di Slow Food, sta cercando di interpretare: ex nerd convertiti a luppolo, malto e lievito come Mauro Toson e Fulvio Beata (Birrificio Aosta), Vincenzo Civale (Birrificio Civale), Valter Loverier (Loverbeer) o Marco Tamba del Birrificio agricolo La Mata, che cerca di spiegare il fenomeno: “In Italia non c’è tanta manualistica per imparare a fare la birra, la maggior parte delle informazioni tecniche per la birrificazione si trovano su internet e sono siti in lingua inglese. Avendo gli informatici un collegamento e una facilità di uso di internet, forse può essere un motivo”. La curiosità resta.
Interessante notare com’è distribuito il fenomeno del fermento birrario italiano. Sicuramente oggi sono due le Regioni in cui è più facile imbattersi in un birrificio artigianale: la Lombardia (63 birrifici) e il Piemonte (50 birrifici). Era il 1996 quando, quasi simultaneamente, aprirono i primi birrifici: il Birrificio Italiano in provincia di Como, il Birrificio Lambrate a Milano, Beba in provincia di Torino. Sempre al nord, in Veneto, c’è 32Viadeibirrai, azienda dalle etichette a forma di cerchio che si ispirano a Bruno Munari e che si muove con un percorso originalissimo di qualità e design, grazie alle felici intuizioni di un abile mastro birraio, un esperto commerciale e un ingegnere con la passione per l’homebrewing. Con legami sempre fertili col mondo dell’arte contemporanea. Per gioco o per piacere, quella di 32Viadeibirrai è una rilettura del brewmaker style, che vuole cambiare il modo di percepire la birra, aprendola ad ambiti complementari.

Birrificio Lambrate

Ma se è vero che le regioni più birraie sono al Nord, la città più appassionata e attenta d’Italia è senz’altro Roma. Nella Capitale ci sono alcuni dei locali migliori del mondo (Machesietevenutiafà, Bir & Fud, Open Baladin, 4:20) e la birra artigianale, sia italiana sia estera, sta diventando sempre di più quotidiana. Chi beve una Heineken o una Moretti è sempre più considerato out da un pubblico che ormai si è abituato a prodotti di alta qualità. Un lavoro, anche qui come si diceva all’inizio per Baladin, culturale. Del quale bisogna ringraziare un altro importante birrificio italiano, Birra del Borgo, che pur avendo sede in provincia di Rieti ha sempre avuto Roma come principale mercato. Non a caso il proprietario, Leonardo Di Vincenzo, è socio e ispiratore sia di Bir & Fud che dell’Open Baladin, inventato proprio assieme a Teo Musso.

Martina Liverani

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #2