Street Art e musei. Parla JonOne

In questi giorni non si fa che parlare dell’azione iconoclasta che ha coinvolto lo street artist Blu nella cancellazione dei suoi stessi murales, disseminati per la città di Bologna. E proprio in questi giorni JonOne, uno dei capostipiti della graffiti art, inaugura la sua prima personale in una galleria italiana, la sede milanese di Wunderkammern. E ci racconta in questa intervista perché per lui è diventato fondamentale affidare i suoi colori alle tele e le sue opere ai musei.

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JonOne, Humble Beginning - cred. Mattia Pietroboni, courtesy Wunderkammern

JonOne, Humble Beginning – cred. Mattia Pietroboni, courtesy Wunderkammern

Ognuno dei miei quadri è un’improvvisazione astratta”, dici del tuo lavoro. Come ti senti oggi, più un graffiti artist o un pittore astratto? Esiste per te una differenza tra questi due mondi?
Credo che il mio orientamento si sia definito nel tempo: non riesco a considerarmi uno street artist, la mia scuola è stata quella dei graffiti. Vengo dalla generazione attiva negli Anni Ottanta, quando dipingevo sui treni e le cose erano molto più “selvagge”, più “brut”. Per questo, in un certo senso, il mio lavoro è molto più grezzo e non è in alcun modo orientato verso un aspetto grafico o di pura rappresentazione, come spesso accade, invece, nelle strade. Gli elementi che mi identificano sono piuttosto sentimenti, energia, forza.
Non credo di essere soltanto un graffiti writer o soltanto un pittore astratto. Se da una parte mi ritrovo più nella definizione di pittore, che contiene un significato molto più vasto e profondo, la figura del graffiti artist limita in un certo senso l’orizzonte delle mie opere e limita anche le persone quando le guardano. Dire “graffiti” significa molto e forse anche troppo, fa subito venire in mente un determinato tipo di arte. Non nego ovviamente l’influenza delle mie “graffiti roots”: guardando al mio lavoro, è evidente che coinvolga il writing, la scrittura e la lirica, elementi che provengono dalla mia storia, dal mio passato.

A parte l’influenza degli espressionisti astratti (Pollock, Sam Francis, de Kooning, Motherwell), quando ho incontrato per la prima volta la tua pittura mi sono venute in mente le sperimentazioni linguistiche e formali che il gruppo Forma 1 ha condotto in Italia alla fine degli Anni Quaranta, e che Carla Accardi, in particolare, ha sperimentato per tutta la vita. Nel Manifesto del 1947 dichiaravano: “Il quadro, la scultura, presentano come mezzi di espressione il colore, il disegno, le masse plastiche, e come fine un’armonia di forme pure; La forma è mezzo e fine; il quadro deve poter servire anche come complemento decorativo di una parete nuda, la scultura anche come arredamento di una stanza; il fine dell’opera d’arte è l’utilità, la bellezza armoniosa, la non pesantezza“.
Penso che l’arte non abbia frontiere. E naturalmente c’è un certo stile, certi movimenti, che sono nati in Italia. Il linguaggio rimane però universale. Si tratta dei pensieri più intimi di un artista che parlano da sé. L’Italia, naturalmente, è una mecca per la storia dell’arte, nessuno potrebbe negarlo. Quando si va a scuola, cosa si studia? L’arte italiana! E oggi l’Italia ha un tale forza – nel design, nella scultura naturalmente, nell’arredamento. Esiste anche una specie di “estetica degli italiani”, che si basa sulla qualità. Gli italiani sicuramente hanno il loro stile inconfondibile.
Posso associare il mio lavoro con questo particolare movimento italiano che tu citi? Non è immediato per me mettere insieme questi due mondi, ma credo che oggi, nel 2016, grazie alla curiosità degli italiani, il mio lavoro parli in qualche modo a questo Paese. Quando vengo in Italia rimango sempre stupefatto, non dall’estetica del “pulito”, la moda italiana, il “look” di Armani ecc. ma dal caos, il caos dell’Italia, il caos di Napoli, i graffiti dappertutto, e in quel caos, in qualche modo, trovo che le cose funzionino! Le cose funzionano nella follia di ciò che succede in questa città così ricca di riferimenti storici e che cerca di vivere, con un passato così ingombrante, al passo con una società moderna. Mi piace l’idea di questi due mondi che si scontrano e penso che sia questa la ragione per cui il mio lavoro ha trovato un suo posto in Italia oggi, perché il mio lavoro deriva da questa sorta di “chaosness” della New York degli Anni Ottanta, da questo disordine, da questo tentativo di capire il disordine trasformandolo in arte, cultura, danza e musica, che si è tradotto nel movimento dei graffiti, nel movimento hip-hop. Questi elementi, secondo me, sono la connessione vera tra il mio lavoro e l’Italia.

JonOne - cred. Mattia Pietroboni, courtesy Wunderkammern

JonOne – cred. Mattia Pietroboni, courtesy Wunderkammern

Quando hai scelto La liberté qui guide le peuple di Delacroix trasformandola in Liberté, Égalité, Fraternité, che tipo di equilibrio fra tradizione, rispetto, reinterpretazione, rottura, trasformazione hai voluto impiegare, conservare o accentuare?
L’Assemblée Nationale, con così tanta storia, è un museo di per sé: è il posto dove le leggi francesi sono state messe in atto, e queste leggi, che sono la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza, rappresentano valori condivisi in tutto il mondo. Così, il presidente dell’Assemblée National ha voluto mescolare i valori della tradizione per riproporli in un modo moderno, attraverso… la mia arte! Perché l’arte che creo parla oggi a molte persone, parla alle strade.
Quando ho fatto questo lavoro, naturalmente ho usato un dipinto di Delacroix, ma l’ho fatto in un modo particolare, col quale credo di aver dato un tocco contemporaneo, un “re-looking” che si adatta bene al presente. Soprattutto oggi, in Francia, con tutto quello che è successo, tutti questi attacchi terroristici, il valore della libertà, sul quale il Paese si basa con forza, è stato toccato profondamente. E penso che a volte ci dimentichiamo quanto sia prezioso. Quest’opera per me rappresenta la necessità di continuare a lottare per la libertà, proprio come io ho dovuto lottare per poter essere libero in quanto artista. Perché non è così scontato, molti hanno un’immagine sbagliata dello street artist, come un’attività estremamente facile: si disegna qualcosa nelle strade, si scatta una foto e poi si va in galleria… Io non la vedo così, dobbiamo sempre tenere a mente la libertà di cui disponiamo come un bene molto prezioso, per cui bisogna lottare.

Com’è possibile mettere insieme e far legare il lato street, di solito associato a un’identità sconosciuta o nascosta, con il lato più glam ed estroverso di una personalità pubblica? Che tipo di evoluzioni e di differenze individui dall’inizio della tua carriera artistica fino a oggi?
Sono sempre stato un artista che ha cercato di evolversi in quanto artista. Ho avuto anche la fortuna di essere circondato da molte persone di talento. Potresti pensare che questi aspetti siano molto legati alla fortuna. Io, però, sono sempre stato curioso, curioso di quello che succede intorno a me, curioso delle persone, curioso dell’arte: cerco di capire il mondo in cui viviamo. E l’arte, per così dire, mi ha scelto per esprimere me stesso. Sono stato molto fortunato a poterlo fare… a essere in grado di continuare attraverso il mio mestiere.
I treni mi hanno permesso di incontrare gli artisti, gli artisti mi hanno invitato negli atelier, gli atelier mi hanno introdotto alle gallerie e le gallerie mi hanno presentato i musei, e così sono arrivato a Parigi. Penso che la mia arte sia destinata a essere condivisa, condivisa da un pubblico eterogeneo. Non si tratta di qualcosa che deve rimanere soltanto nelle strade, secondo una mentalità street e street culture. Penso che molto sia “glamourizzato” nel senso che le strade sono ormai il vero luogo glamour. Tutti mi fanno le stesse domande: “Dipingerai in strada? Quando è stata l’ultima volta che hai fatto un muro?”. Sai, la strada per me, da dove provengo, non è un posto piacevole. La strada per me rappresenta una realtà molto dura, è il non avere un tetto sopra la testa, è la realtà della vita. Oggi più che mai la mia arte è in grado di essere condivisa in tanti luoghi diversi, senza rimanere nel ghetto, e penso che proprio questo indichi la sua forza.

JonOne - Predictably Irrational - installation view at Wunderkammern, Milano 2016, cred. Mattia Pietroboni, courtesy Wunderkammern

JonOne – Predictably Irrational – installation view at Wunderkammern, Milano 2016, cred. Mattia Pietroboni, courtesy Wunderkammern

Oggi diversi street artist attirano l’attenzione della scena artistica internazionale, sono invitati a esporre nei white cube, ottenendo il riconoscimento delle grandi collezioni e del mercato dell’arte. Pensi che possiamo ancora parlare di strada e di arte urbana? Oppure stiamo assistendo a un’evoluzione fisiologica ma radicale di questo genere?
Non credo che ci troviamo davvero di fronte a una radicale evoluzione del genere. La vecchia generazione si sta lentamente ritirando dalla scena e c’è, invece, una nuova generazione che è cresciuta intorno a questo movimento e che spinge per ciò che gli interessa. È una questione di maturità. Questo movimento non è nuovo, esiste da 40-50 anni ormai. È stato presentato a New York negli Anni Settanta e Ottanta, ci sono state mostre e collezionisti…
Per me, personalmente, non c’è niente di nuovo. Andavo alle prime mostre, l’ho davvero guardato da vicino. Ovviamente parlo dal mio punto di vista, per ciò che riguarda più di ogni altra cosa la mia arte, e mi accorgo che essa rappresenta qualcosa di molto importante. Vederla sulle foto o su una parete non è più sufficiente. Sto cercando di preservare quello che faccio per le future generazioni, in modo che possano guardare indietro da un punto di vista storico e possano capire ciò che stavamo facendo in questo particolare momento nel mondo. Perché “noi”, in quanto generazione, abbiamo alcune cose da dire, o meglio, io ho qualcosa da dire che è molto importante per l’aspetto individuale del mio lavoro. Quello che sto facendo è davvero unico, non nel senso che non esista nessun altro che possa farlo, o che possa raccontarne la storia. Semplicemente, non credo che in futuro la gente farà ciò che faccio io, perché si muoverà verso qualcos’altro. Oggi però è importante conservare e mettere su tela questo processo.
Vedendola da questo punto di vista, in realtà, non mi preoccupo più tanto di collezionisti e gallerie: in un certo senso, sto solo andando dove mi porta la mia arte.

Marta Silvi

Milano // fino al 21 maggio 2015
JonOne – Predictably Irrational
WUNDERKAMMERN
Via Ausionio 1a
[email protected]
www.wunderkammern.net

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/52193/jonone-predictably-irrational/

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