Un paese di affittuari. L’editoriale di Renato Barilli

È una storia che si ripete: anziché valorizzare quello che abbiamo, anche e soprattutto di contemporaneo, affittiamo capolavori dai musei stranieri. Ma che senso ha, ad esempio, portare Monet a Torino?

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Il Musée Picasso

Il Musée Picasso

OSPITIAMO MA NON PRESTIAMO
L’Unesco dovrebbe dare un premio speciale al nostro Paese in quanto benemerito per il fatto di aiutare i vari musei esteri a sostenere le spese delle loro ristrutturazioni con generosi contributi da parte delle nostre istituzioni, pubbliche.
Prendiamo il caso di Parigi, che quando ha chiuso il Musée Picasso si è affrettato a inviare a Milano, a Palazzo Reale, un’antologia di opere dalla propria collezione, quella stessa serie di capolavori che ogni bravo nostro concittadino in visita sulla Senna non manca di visitare religiosamente.
Ora ci pensa il d’Orsay, anch’esso in via di riordino, che sta spedendo la merce pregiata degli impressionisti sia alla GAM di Torino che al Vittoriano di Roma, e così via, i casi sono innumerevoli, costituiscono quasi una costante.
E beninteso non c’è il reciproco, dato che nel contemporaneo non abbiamo molto da prestare, e l’antico, per fortuna, è protetto da solide tutele, o tutt’al più si consente l’uscita di qualche singolo capolavoro in via eccezionale.

QUALE FUNZIONE PER I MUSEI?
Può darsi che, conti alla mano, queste nostre istituzioni dimostrino che i trasferimenti sono vantaggiosi, che cioè il saldo tra i costi delle affittanze e i ricavi dalle entrate siano in positivo, ma resta un aspetto culturale di non poco peso.
I musei pubblici, checché ne pensi il ministro Franceschini, non sono enti destinati al profitto, questo è da lasciare a un privato come il famigerato Marco Goldin, che punta tutto sugli ingressi e dunque deve proporre mostre di facile comprensione, sfruttando l’effetto nostalgia, massimo quando si insista a proporre Monet, con le sue damine procedenti esili come farfalle sotto l’immancabile ombrellino da sole, o con tuffi mistici nelle ninfee.
Ma sappiamo che oggi bisogna educare le masse a prodotti più avanzati e sofisticati, magari meno attraenti per il vasto pubblico. Eppure questo rientra nella funzione pubblica, con relativa azione educativa e di sprone anche sui nostri giovani. Invece questo metodico saccheggiare i beni altrui ci fa apparire all’estero, come già denunciavano i futuristi, al pari di un Paese di morti, indegno delle sue grandi tradizioni, anche con effetto dannoso proprio sulla nostra arte attuale, da cui non ci si attende niente di buono.

Alberto Burri mentre lavora a un Cellotex - 1977-78 ca. - photo Aurelio Amendola

Alberto Burri mentre lavora a un Cellotex – 1977-78 ca. – photo Aurelio Amendola

CATTELAN E BURRI? SI FANNO A NEW YORK
E quando avremmo un asso nella manica da giocare, vedi i casi di Burri e di Cattelan, ce li facciamo strappare dal Guggenheim di New York. Non mi risulta che, nel centenario della nascita di Burri, nessun museo nostrano abbia messo in calendario una qualche ampia rassegna del maestro delle tele di sacco.
Del resto, ci dimentichiamo, o tacitamente declassiamo, altri protagonisti, come Leoncillo, vittima dei pregiudizi della grande critica, o peggio ancora dei curators di stampo internazionale. Loro, magari, hanno il diritto di limitarsi a cogliere i nostri casi più clamorosi, ma noi non dovremmo allinearci passivi e ossequienti a quei verdetti emessi da lontano e nella disinformazione. Perché non tentiamo di esportare, appunto, qualche nostro grande autore in stato di oblio, come Leoncillo e, mi permetterei di aggiungere, come Ennio Morlotti e Mattia Moreni?
Ma ancora prima, chi tra noi, vittime delle dimenticanze altrui, si sogna di ricordarli degnamente in casa nostra? E ora si aggiunge anche il caso di Salvo, il miglior campione del ritorno alla pittura che si è avuto in tutto l’Occidente nei trascorsi Anni Settanta.

APPELLO AI CURATORS
Signori curatori, siate più audaci, più propositivi, non limitatevi a vivacchiare ai margini del sistema internazionale, ponendovi spontaneamente nella parte di banchettanti di seconda fila, o addirittura di estranei alla grande mensa cui partecipano solo i Paesi che contano.
Evidentemente questa sorta di tacita e accettata delegittimazione si ripercuote poi per li rami, e dunque non lamentiamoci se poi i nostri giovani non vengono presi in considerazione, nessuno li invita ai simposi d’oltralpe, sembra proprio che l’encefalogramma percepibile dalle nostre parti sia piatto o quanto meno irrilevante.

Renato Barilli
critico d’arte militante

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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  • Manolo

    Egregio Barilli,

    ma lei come fa a dire che Salvo ” è il miglior campione del ritorno alla pittura che si è avuto in tutto l’Occidente nei trascorsi Anni Settanta”.

    Ma non si vergogna a dire scemenze del genere? Non intendo certo dire che Salvo faccia del tutto schifo ( i primi quadri sono comunque di una fattura imbarazzante e gli altri sono banali e tutti uguali) ma tutta la pompa magna fatta alla sua dipartita era esagerata ed eccessiva, neanche fosse morto un genio dell’arte.
    Salvo non era altro che un pittore seriale adatto ad un mercato italiano pilotato da una banda di galleristi ignoranti avidi e provinciali, gentaglia che ha affossato l’arte italiana in nome della pitturaccia a cottimo, tutti ritenuti leggende o semplicemente figure influenti sul suolo patrio,ma disconosciuti giustamente all’estero. Lei sa bene che nel mondo artisti che hanno continuato a dipingere ce n’è sempre stati a frotte , anche se il vento soffiava in altre direzioni e in mezzo a molti di questi quei quadri risultano stentati oltrechè stupidi. . Ma il guaio è che lei, (che ora addirittura rispolvera l’informale), e i suoi colleghi, a suo tempo, vi siete allineati ai vari trend nazionali e internazionali rinunciando a fare ricerca vera sui mondi laterali e misconosciuti preferendo frequentare i bottegai . Ora i bottegai sono stai superati dai supermercati e lei si scopre la vena anticonformista.
    Ma mi faccia il piacere.

    • Claudio

      Caro Manolo .

      Ma Secondo Te chi sarebbero I Galleristi avidi ignoranti e provinciali di cui parli ?

      • Claudio

        Sempre per Manolo

        Tu dici Che I ” Quadri ” di Salvo sono stupidi,

        Ma Secondo Te quali sono I Quadri intelligenti ?

        • Manolo

          Caro Claudio,

          in piena era dell’informazione onnipervasiva vieni chiedere a me chi sono i galleristi che hanno trattato e pompato Salvo? Sono sicuro che lo sai già molto bene, basta che digiti il nome del maestro e troverai in rete a tua disposizione vari lunghi curriculum con i nomi che già conosci, tutti benemeriti dell’arte e della cultura :) , alcuni ormai estinti per varie ragioni e altri discretamente ridimensionati, anche per limiti di età ovviamente. Un piccolo mondo in decadenza il cui crollo finale sarà evidente fra non molti anni, con l’allentare del catenaccio,e dati i tempi che corrono grazie alla presenza degli squali più combattivi che sono arrivati. Ma sai, le cose hanno un ricambio ogni 50 anni più o meno e prima o poi capita a tutti.
          Un’attimo di misconoscimento capitò anche a Guido Reni; prova tu a confrontare guido Reni a Salvo se ci riesci e fatti una prognosi sul futuro del secondo :))

          Per tentare di capire da che parte arriva il colpo mi chiedi quali sarebbero i quadri più intelligenti rispetto ai “quadri” (giustamente tra virgolette) di questa gloria nazionale ma ti risponderò proponendoti di visitare le tante chiese e chiesette di Firenze, San Gimignano, Palermo, Lucca, Perugia, Siena, Milano, Trento e insomma, tutt’italia, per trovare tanti esempi di poco conosciuti artigiani pittori di varie epoche, le seconde file dei quali facevano lavori che per concezione e fattura dovrebbero dare, a una persona di media intelligenza, l’idea di come oggi, per mediocrissimi meccanismi di mercato, per consuetudini personalistiche, si possa valorizzare invece deila modestissima pittura di genere con una produzione da minimarket.

          E siccome ho detto “ignoranti” ti risponderei pure chiedendoti quali sono stati gli studi ufficiali e il percorsi formativi dei bottega in questione: sarei molto curioso anche se di alcuni so già qualcosa.
          Perchè questi signori non mettono sui siti delle loro gallerie le loro biografie personali ? Dovrebbe essere obbligatorio per legge dato che alcuni di questi si arrogano pure il diritto di avere attenzioni preferenziali da musei e istituzioni pubbliche.

          Se vuoi invece alternative più recenti potresti provare a chiedere ai sunnominati, i quali di proposte ne hanno ricevute certamente tante e ti diranno inevitabilmente che è un pò difficile stilare una lista dato le interminabili code di pretendenti , ma Salvo ovviamente per loro resterebbe “il migliore”.
          Quindi per ora niente nomi caro Claudio, che te li dico a fare a te e alla combriccola?Li farò ad altri non a chi ha i magazzini stracolmi. :)

  • Il problema non è Salvo, il nocciolo del discorso qui è la mancanza di valorizzazione, di promozione dell’arte contemporanea italiana e non solo di quella emergente ma anche di quella storica a favore di una sempre più continua e massiccia apertura e interesse per il contemporaneo straniero da parte delle nostre istituzioni museali, fondazioni ecc… Un dato significativo che lascia trasparire questo atteggiamento, giusto per citare un esempio, è stata la mancanza di una grande mostra in occasione del centenario della nascita di Burri come detto sopra. Ma si è fatto molto poco anche per altri grandi nomi di cui la lista sarebbe lunghissima, cito solo Vedova (circoscritto solo a Venezia) e De Dominicis per non dilungarmi oltre, per non dimenticare poi, concordando appieno con quanto scritto sopra, artisti come per esempio Leoncillo completamente ignorati e sconosciuti al pubblico di oggi. Se in Italia quando si fanno le mostre sugli Impressionisti ma anche su Damien Hirst e Jeff Koons di cui si lasciano invadere anche spazi storici interdetti all’artista contemporaneo nostrano, i numeri non mancano e non mancheranno mai, è anche proprio perchè latita completamente o quasi la veicolazione dell’arte italiana e ripeto non solo contemporanea.

  • Whitehouse Blog

    Ragazzi, in Italia non esiste un valore pubblico, riconosciuto e condiviso dell’arte contemporanea. E il primo responsabile è quel mondo accademico da cui anche Renato Barilli proviene. Ossia formazione di artisti omologati e fuori dal tempo e totale assenza di divulgatori capaci. Fino a quando non riformiamo il sistema formativo di artisti, divulgatori e pubblico la situazione sarà sempre più mediocre. Musei assetati di pubblico e strabici tra mainstream internazionale e sagra della polpetta, artisti copie di quelli stranieri ma ignorati e che fanno qualcosa solo tramite “gli amici degli amici”, curatori in competizione con gli artisti, ma comunque marginali, opere stanche, mostre come noiosi luna park per adulti e così via….

  • un critico italiano

    Adesso il problema dell’arte italiana sarebbe Salvo ed i galleristi che lo hanno sostenuto. Ma per favore….

    • Manolo

      Hai ragione. Non é l’unico dei problemi . Ce ne sono altri.
      Uno di questi sono i pennivendoli che si credono intelettuali
      I curatori che usano i concetti e i titoli come pretesti, buoni a criticare in privato per poi essere disponibilissimi in pubblico ,pronti a vendersi a qualsiasi mancia e anelanti a qualsiasi vassallaggio
      Per poter poi dire di essere meglio di Luca Beatrice.
      Buona fortuna, perché ce ne vuole tanta per quelli come te, critico italiano.Partecipa ai concorsi, Sbranati con i tuoi colleghi che noi ridiamo.

    • Rasoio

      Non sarebbero un problema i galleristi che mirano al profitto facile? È la stessa storia dell ‘imprenditore italiano medio , poco scolarizzato e provinciale , tutto concentrato sui soldi immmediati e sull’economizzazione dei costi ma incapace di fare ricerca, con i risultati complessivi che si vedono. Ė lo stesso per i nostri gallerîsti: quelli che fanno gli internazionalisti navigano sulla scia
      di quanto é fatto da altri , mentre i nazionalisti hanno sempre puntato per comodità ma anche per incapacitá culturale su opere facili e seriali

  • Claudio

    Peccato che Renato Barilli, nel corso di un intervento interessantissimo, giunto all’esempio più pregnante, appunto Salvo (che “ è andato avanti” da poco tempo) si esprima in termini apodittici, assertivi e declamatori.
    Infatti, come sempre, sarà proprio questo linguaggio (improprio, soprattutto se utilizzato nella funzione critica) ad offrire a tutti i Manolo del mondo la possibilità di impiantare la solita, becera polemica da frustrazione (poco importa di quale natura, fatto sta che coloro che amano la polemica, soffrono sempre di un qualche trauma da frustrazione). Semplificando con piglio dogmatico la personalità di Salvo come del campione occidentale del ritorno alla pittura non si fa altro che aprire la porta agli zombi che, senza mai fermarsi per riflettere sulla ragion d’essere – o meno – della pittura stessa, non hanno mai smesso di dipingere, zombi che, col pennello tra i denti, muggendo e scalciando battono da sempre dietro la porta chiusa del Sistema.
    Questi cervelli conservati nell’essenza di Trementina rettificata, sentendo parlare di ritorno, si riterranno autorizzati a dire che “nel mondo, artisti che hanno continuato a dipingere ce ne sono sempre stati a frotte” ( chissà, tra questi, forse, anche il Manolo?).
    No! Non si tratta di Ritorno ma di Restituzione della pittura ad una realtà diventata nuova. Si tratta di un lavoro di costituzione della pittura oggi.
    Ecco quel che questo triste signor Manolo non riesce a capire. Infatti per poter definire imbarazzante la “fattura” dei quadri di Salvo, costui, logicamente, deve riferirsi a “valori” o modelli della pittura della “grande tradizione” ( altrimenti come poter giudicare imbarazzante o, addirittura “pitturaccia”, quella che alcuni fanno oggi ?)
    No! Non si tratta del Ritorno di una lingua morta trascinata dentro il linguaggio che si costituisce nel reale di oggi. La verità del mondo è diventata un’ altra verità, rispetto a quella storicamente conosciuta. Così la pittura per essere ancora vera si è dovuta porre il problema di come poter rivendicare di essere se stessa mentre cercava di costituirsi e manifestarsi come un’altra verità rispetto a quella precedente. Banalizzando di molto, si può dire che non si è mai trattato di “ritornare” alla pittura di Caravaggio o, per buona misura, a quella di Picasso, quanto piuttosto si trattò- negli anni’70 del Secolo scorso- di Restituire alla pittura un diritto di cittadinanza nella nuova verità del mondo, lavorando alla costituzione di una pittura che rivendicava se stessa e i propri strumenti pur non essendo più quel che avrebbe dovuto essere se il mondo antico fosse scivolato senza discontinuità nel nostro.
    Si trattava dunque di attraversare, con la pittura, la frattura tra il prima e l’adesso e, soprattutto si trattò (e si tratta ancora ) di attraversare il nulla dei deserti post-umani per trovare la verità di questo reale. Ed ecco Salvo tentare di conferire classicità, attuale, fin da subito a questa nuova realtà.
    Una classicità che, sospesa com’è sul baratro del nulla, prende coraggiosamente troppi rischi per lasciarsi banalmente confrontare e giudicare, una volta appiattita sulla classicità dei mondi defunti.
    Salvo non è un reazionario nostalgico dei ritorni impossibili, ma un pittore che costituisce una nuova verità per la post-pittura.

    • Manolo

      Caro Claudio
      Ma che caterva di banalitá e frasi fatte hai inanellato!
      I soliti luoghi comuni talmente vaghi che li potresti usare
      per questo e per cento altri pittori della domenica.
      Hai fatto solo la figura di quei critici prezzolati che si chiamavano all’ultimo momento per dire due parole all’inaugurazione , tanto il repertorio era pronto per tutte le occasioni , tanto l’artista in questione era sempre il genio rifondatore della pittura per i tempi attuali. Tu ammetti che Barilli ha steccato ma anche tu sei un bel trombone. Cosa hai detto? Quattro scemenze parlando di tempi moderni senza specificare quali, forse quelli del film di Chaplin , dato che le tue righe sembrano uscite da un personaggio delle vecchie comiche. Quale sarebbe quest’innovazione che restituirebbe alla pittura una dimensione attuale? Ridurre l’archeogia ad una fiaba per semplicioni , spogliare la citazione del classico perdendo per strada contesto, dimensione storica, contenuto e perche no?
      Perdendo raffinatezza e necessitá formale , replicando meccanicamente le stesse soluzioni , generalmente al di sotto di un qualsiasi autore degli sfondi per i cartoni animati della Disney.
      Quanto ai Manolo frustrati come dici tu , non sono certo loro a bloccare il giusto riconoscimento al tuo “migliore” ma i tantissimi pittori che stanno sulla scena internazionale , americana, tedesca , cinese eccetera che hanno distrutto non solo i Nuovi Nuovi di Barilli ma anche la Transavanguardia.

  • lisa

    Gentile prof. Barilli,

    è evidente ormai come le mostre che continuamente propongono i soliti nomi (impressionisti, Picasso, e chi più ne ha più ne metta), prestati perdipiù da musei o collezioni straniere, servano solo a fare cassa. Ciò che i nostri musei, evidentemente, non riescono ancora a fare.

    Io sono invece dell’opinione che il museo non deve avere l’esclusiva e unica funzione culturale e conservativa, ma che deve pure sopravvivere – e, con lui, tutto il personale che vi lavora (dalle più alte cariche sino agli addetti alle mansioni più umili).
    Quindi?
    Non so, non ho purtroppo una risposta adeguata. Non mi piace assolutamente l’idea di uno “Stato culturale” (M. Fumaroli), ma è pur vero che bisogna mangiare, in qualche modo. Il che non giustifica le politiche e lescelte di certi “curators” (termine terribilmente odioso), ma certo lascia spazio a una certa comprensione della via facile, privilegiata da costoro – e dalla maggior parte, va detto.
    Sottoscrivo il suo appello, quindi, nella parte finale.
    Cordiali saluti