L’Aica, questa sconosciuta. L’editoriale di Renato Barilli

Nel mondo esiste un’associazione che riunisce i critici d’arte. Rilascia anche un simpatico tesserino che serve per entrare nei musei. Esiste anche in Italia? Certamente. Ma non serve a nulla…

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Cecilia Casorati

Cecilia Casorati

AICA, QUESTA SCONOSCIUTA
Forse neppure gli smaliziati addetti ai lavori saprebbero decifrare sul colpo un acrostico quale AICA: Associazione Internazionale Critici d’Arte. È un’organizzazione assolutamente stimata e funzionale in tutto il mondo, basti dire che al modico prezzo di annuali euro 60 distribuisce un bollino con cui si accede in tutti i più importanti musei del mondo.

A CHI PASSARE LA PATATA BOLLENTE?
Ovviamente l’AICA prevede una sezione italiana, ma qui cominciano i dolori.
Partendo dal basso, se un tapino ne presenta la tessera all’ingresso di qualche museo nostrano, l’addetto se lo rigira tra le mani, scuote la testa, infine dichiara che no, quel documento non è valido, per meritare un ingresso gratuito bisogna essere giornalisti, invece con quella strana tessera non si è né carne né pesce.
Ma risalendo a più ampia prospettiva, diciamo pure che la sezione italiana è moritura, o già morta del tutto. C’è un presidente, al momento la docente dell’Accademia Belle Arti di Roma Cecilia Casorati, che vorrebbe tanto sbarazzarsi di questa soma, ma non riesce a rifilarla a nessuno, quasi da ricordare l’ameno sketch di Crozza nelle parti di Papa Francesco che tenta di passare a qualcun altro il frigorifero che sta recando in dono a una vecchietta.
Se la infelice presidente tenta di indire l’assemblea dovuta per statuto, partecipano i tradizionali quattro gatti rendendola non valida, i vecchi soci sono morosi e latitanti, qualche nuovo pretendente non riesce a essere ammesso proprio per mancanza del numero legale di chi dovrebbe accoglierlo formalmente.

Il livello delle iniziative dell'AICA in Gran Bretagna

Il livello delle iniziative dell’AICA in Gran Bretagna

UN SINTOMO DI DISINTERESSE
Si potrà dire: poco male, sono i difetti impliciti negli enti di natura burocratica. Eppure anche questo è un indizio del fatto che le cose presso di noi, nell’ambito del contemporaneo, non vanno, non c’è entusiasmo, partecipazione.
Si potrebbe aggiungere al conto il caso della Quadriennale, ormai da collocare nella lista degli enti inutili. E così non ci potremo meravigliare se poi, risalendo a più importanti livelli, scopriamo che nelle grandi rassegne internazionali i nostri artisti delle ultime leve sono pressoché assenti.
Sia aggiunto tra parentesi, in questo modesto fervorino a favore di un rilancio dell’AICA, che la C dell’acrostico sta per “critici”, la categoria di cui bisogna rivendicare la precedenza nella gerarchia dei valori, ma può benissimo includere anche i “curatori”, e anzi venire  a sancire sul campo l’utilità-necessità di tenere unite le due funzioni, di non stabilire assurdi criteri di precedenza o di discriminazione tra loro.

Renato Barilli
critico d’arte militante

Articolo pubblicato in versione ridotta su Artribune Magazine #25

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