Scuole, sanità, trasporti. La rinascita dei paesi italiani comincia esattamente da lì 

n un’Italia il cui baricentro si è spostato verso le grandi città, i numerosi paesi disseminati lungo la penisola si stanno gradualmente spopolando. Un fenomeno da contrastare per preservare l’immenso patrimonio di cui sono custodi

Raramente, nella storia, i paesi sono scomparsi e, quando è successo, non è stato per colpa del destino, ma degli uomini. Scelte sbagliate o mancate hanno generato rarefazione sociale e produttiva, perdita di funzioni e spopolamento.
Eppure, la storia insegna che al declino possono seguire la rinascita e il ripopolamento. È accaduto con le migrazioni della prima età moderna, che hanno contribuito a ripopolare i paesi dell’Italia centro-meridionale, e può accadere ancora. Il compito ora è comprendere questi processi e governarli, investendo nei servizi progressivamente sottratti alle comunità in nome di logiche economiche che hanno trasformato diritti essenziali in beni da acquistare sul mercato. Si è spesso fatto ciò che conveniva, anziché ciò che sarebbe stato giusto, soprattutto in un Paese che ha progressivamente spostato risorse e opportunità verso le città.

Cortona. Photo Gabriella Clare Marino su Unsplash paesi italiani spopolamento
Cortona. Photo Gabriella Clare Marino su Unsplash

I paesi italiani come luoghi di restanza

Da luoghi vitali, i paesi sono diventati luoghi di resistenza, o di “restanza”, per riprendere l’espressione di Vito Teti. Oggi lo spaesamento è insieme disorientamento e perdita del paese, intesa come indebolimento della coscienza dei luoghi. Ne deriva una crisi identitaria, sebbene l’identità non sia un dato immutabile, ma un processo vivo e creativo.

L’Italia: un Paese di paesi

L’Italia resta un Paese di paesi che, paradossalmente, sembra aver dimenticato come per secoli siano stati centri di vita, custodi di tradizioni, valori e linguaggi peculiari. Infatti, con il boom economico e l’industrializzazione, molti borghi sono stati progressivamente marginalizzati. Oggi la crisi del modello urbano impone un riequilibrio tra città e paesi, costa ed entroterra, pianura e montagna. I paesi non sono semplici borghi né contenitori vuoti, ma comunità e spazi di vita, con un passato lungo e un futuro ancora da costruire.
Nelle aree interne, tuttavia, appaiono spesso come punti sbiaditi nel paesaggio, espressione di una questione territoriale che si intreccia con quella ambientale e alimenta le disuguaglianze. Dovrebbero invece essere riconosciuti come nodi vitali di una rete territoriale, di cui il paesaggio rappresenta la dimensione visibile.

Come affrontare la questione dello spopolamento dei paesi italiani?

Come riportare i margini al centro? Questa Italia, ingiustamente definita “minore”, custodisce un patrimonio diffuso fatto di prodotti, paesaggi, servizi ecosistemici, valori culturali e virtù civiche. Risorse preziose per affrontare le crisi contemporanee e sperimentare una diversa qualità della vita.
Occorre fare in modo che i paesi tornino a essere nodi vitali, attorno ai quali costruire strategie di rigenerazione territoriale. Per farlo bisogna superare sia la nostalgia romantica sia l’idea artificiale di comunità senza conflitti, riconoscendo il ruolo delle relazioni sociali e del rapporto con la natura.

Rimettere i paesi al centro oltre la retorica del “piccoloborghismo” e i segnali di rinascita

Rimettere i paesi al centro significa anche rifuggire la retorica del “piccoloborghismo” e la chimera del borgo turistico-consumistico omologato, alimentata negli ultimi anni anche da alcuni interventi finanziati con il PNRR. Tornare ai paesi vuol dire sperimentare nuovi modi di vivere, produrre e consumare. Nelle pratiche meno visibili dell’Italia paesana emergono già segnali di rinascita: agricoltori, allevatori, lavoratori da remoto, artisti e operatori dell’enogastronomia che scelgono di trasferirsi. Ma il ritorno non basta, così come non basta affidarsi al turismo. Lo spopolamento non si risolve riproponendo il modello che ha marginalizzato questi territori.

Occorre restituire valore all’agricoltura, all’allevamento e all’artigianato, sostenere le cooperative e la gestione collettiva dei beni comuni, promuovere l’accoglienza e la solidarietà. Soprattutto, servono politiche capaci di garantire pari opportunità attraverso servizi essenziali: scuola, sanità e trasporti. Mantenere questi servizi nei paesi può comportare una spesa maggiore, ma non è un costo improduttivo: è un investimento in uguaglianza.

Salvare i paesi italiani dallo spopolamento per garantire un futuro migliore all’intera società

Cambiare prospettiva significa guardare all’Italia da un qualsiasi paese della penisola, dalla Sicilia al Trentino e scoprire una bellezza nascosta dietro le finestre chiuse e gli intonaci cadenti, nei campi riconquistati dal bosco, nelle tradizioni ancora vive, nell’inquietudine di chi è rimasto, nell’affetto di chi è partito e nell’intraprendenza di chi arriva.
Investire sui paesi è dunque una scelta culturale e politica, oltre che strategica, di fronte alla saturazione delle città e al peggioramento della qualità della vita. Le aree interne rurali e montane possono diventare luoghi in cui sperimentare un modello alternativo, capace di superare la logica dei numeri e mettere al centro la qualità della vita. Salvare i paesi non significa guardare al passato, ma costruire un futuro migliore per l’intera società.

Rossano Pazzagli

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Rossano Pazzagli

Rossano Pazzagli

Rossano Pazzagli, storico e scrittore, è professore di Storia del territorio e dell’ambiente all’Università del Molise, direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni” presso l’Istituto Alcide Cervi e della Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messer Marino. Autore di libri…

Scopri di più