Tornare al paese non è sufficiente. La vera sfida nelle aree interne si chiama permanenza

Le aree interne continuano a celebrare chi torna. Tutto giusto, ma occorre spostare la narrazione in avanti. Tornare è importante, ma la vera sfida è creare le condizioni per restare e costruire percorsi collettivi duraturi

Se vi è mai capitato di partecipare a talk e iniziative dedicati alla rigenerazione delle aree interne, avrete probabilmente notato la presenza ricorrente di alcune figure: quasi sempre creativi tra i trenta e i trentacinque anni, invitati dagli organizzatori a raccontare la propria esperienza di ritorno.
In alcuni casi, queste testimonianze sono fonte di ispirazione e meritano di essere ascoltate, anche solo come storie biografiche degne di attenzione. Molto più spesso, però, il racconto del ritorno si trasforma in un esercizio gratuito di autocelebrazione. Discorsi che cominciano quasi sempre con un “io”, seguito dall’elenco delle ragioni che avrebbero spinto chi parla a tornare. E quindi?

Oltre la retorica del ritorno

La postura con cui queste storie vengono raccontate è molto spesso quella di chi arriva portando con sé un bagaglio di esperienze maturate altrove, pronto a spiegare a chi è rimasto come si fanno le cose. Segue l’immancabile lista delle attività svolte negli anni precedenti al rientro: progetti, collaborazioni, esperienze professionali, incontri, viaggi. Una sorta di lista della spesa delle proprie competenze, snocciolate una dopo l’altra per dimostrare di avere qualcosa in più da offrire al territorio. Ma offrire cosa, esattamente? E soprattutto: a chi?

Tempo, dedizione e collettività nelle aree interne

Vivere altri contesti, confrontarsi con esperienze diverse e acquisire conoscenze può essere una risorsa preziosa, lo sappiamo. È sempre stato così, e sempre sarà così. Allo stesso tempo, un periodo trascorso all’estero (o in una grande città italiana) non può essere una credenziale sufficiente per interpretare i bisogni di un territorio.
In questi anni il dibattito sulla “rinascita” delle aree interne ha puntato molto su questa narrazione, semplicistica e persino banale: i talenti che tornano nella propria terra di origine; i giovani che aprono botteghe grazie a un bando pubblico; ragazze e ragazzi che vengono raccontati come salvatori di comunità per il semplice fatto di essere rientrati a casa. Tutto vero, condivisibile. Ma negli ultimi cinque anni (per prendere un arco di tempo relativamente breve, in cui il confronto sulle aree interne si è intensificato) di acqua sotto i ponti ne è passata. Il dibattito su questi argomenti si è arricchito, le maglie del discorso si sono allargate di molto (dando voce un po’ a tutti). È per questo che occorre uno step ulteriore, un cambio di prospettiva. In altre parole, incensare chi torna non basta più: bisogna riconoscere il valore di chi resta, di chi è capace di spostare il discorso dalla dimensione privata a quella collettiva.
Secondo Alessandro Chiappanuvoli, facilitatore di comunità e scrittore, “ciò che stiamo facendo nelle aree interne da appena una decina d’anni è pura sperimentazione, sono tentativi. Poiché, a oggi, nessuna strategia può ancora dirsi efficace, nessun paese, anche il più in voga, può dirsi davvero fuori pericolo. E qui il problema diventa politico. Data la mancanza di soluzioni strutturali, compito della politica dovrebbe essere almeno di garantire le condizioni materiali e strategiche affinché si abbia il tempo di portare avanti questo processo di sperimentazione”.

Dal ritorno alla permanenza

La qualità di un ritorno si misura infatti nel tempo, negli anni, attraverso la dedizione con cui ci si mette a disposizione di un luogo e delle persone che lo abitano. Si misura nella capacità di creare occasioni nuove di dialogo e apprendimento; di attivare relazioni, di contribuire a processi che non abbiano come unico obiettivo il prossimo finanziamento, il prossimo bando o il prossimo invito a raccontare la propria storia su un palco.
Le aree interne non hanno bisogno di essere continuamente raccontate attraverso le biografie di chi vi fa ritorno. Hanno bisogno di persone disposte a lavorare sulle condizioni che rendono possibile viverci, restarci, immaginare un futuro. Hanno bisogno di chi sappia uscire dal proprio “io” e costruire insieme agli altri. Cambiamo la parola chiave del dibattito sulle aree interne, dunque: smettiamo di usare “ritorno” e sostituiamola con “permanenza”.

La permanenza delle idee

“L’atto del ‘tornare’ non è solo mitizzato, è diventato anche una retorica tossica, quando per esempio su certi quotidiani escono titoli come: ‘Ero un manager di successo, ma ho trovato la felicità allevando capre in un borgo’. Al di là degli eccessi giornalistici, è vero però che una delle poche soluzioni per le aree interne è attrarre ‘abitanti di ritorno’ o ‘neo abitanti’. Ma è una soluzione efficace? Lo è nel lungo periodo?”, si domanda ancora Chiappanuvoli.
“Più che alla ‘permanenza delle persone’, preferirei credere alla ‘permanenza delle idee’, per così dire, ovvero a un processo che consenta quanta più consapevolezza e crescita possibili. Quel che auspicherei è contaminazione, una specie di brainstorming collettivo che permetta alle idee di incontrarsi e di scontrarsi, ponendo le basi per soluzioni altre che oggi non riusciamo neanche a immaginare. È alle idee che dovremmo consentire di ‘permanere’, alle idee dovremmo dare il tempo di maturare, fallire, mutare, sedimentarsi”.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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