Le culture del web dall’underground al mainstream

Qual è lo spirito del tempo presente? Se lo chiede Valerio Veneruso, analizzando il dialogo tra gli artisti contemporanei e l’epoca del Post-Internet.

58. Biennale di Venezia, 2019. Ed Atkins. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia
58. Biennale di Venezia, 2019. Ed Atkins. Photo Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia

Nel suo Mnemosine. Parallelo tra la letteratura e le arti visive, Mario Praz asserisce che lo stile artistico predominante in ogni periodo storico racchiude in sé elementi e caratteristiche già presenti nelle epoche precedenti, annientando così il senso di unicità proprio del concetto di Zeitgeist. Ma possibile che lo spirito del tempo non sia rintracciabile nelle correnti artistiche? Cosa ne penserebbe Praz di un’era così soggiogata da Internet e dalle nuove tecnologie?
Quando si conia un termine nuovo da affibbiare a una tendenza culturale, lo si fa non solo per la necessità di fissare – nel tempo e nello spazio – la rilevanza socio-culturale di un determinato fenomeno, ma soprattutto per far sì che il mercato possa espandersi e accogliere le novità del momento.

ARTE CONTEMPORANEA E POST-INTERNET

Il mondo dell’arte contemporanea non è avulso da queste dinamiche: la labilità del confine tra onestà intellettuale e speculazione finanziaria rappresenta perfettamente il nocciolo del discorso. Grazie all’estetica fluida, sognante e colorata che caratterizza il tanto chiacchierato Post-Internet, è come se si fosse trovata la soluzione estetica ideale per mettere tutti d’accordo: gli artisti che alimentano questa tendenza (finalmente svincolati da ogni responsabilità verso i molteplici problemi di display che hanno dovuto affrontare i loro predecessori) da un lato, e, dall’altro, i collezionisti che possono acquistare oggetti alla moda e visivamente appaganti.
Il concetto di Post-Internet però, così come l’era oscura in cui stiamo vivendo, appare estremamente nebuloso. Ma questa nuvola, che ogni cosa ricopre e avvolge, è anche tangibile. La totale compenetrazione tra la sfera digitale – con la sua produzione visiva ipertrofica – e il mondo concreto permea tutto, usi e costumi inclusi. Non solo le arti visive, quindi, ma anche gli altri settori ne subiscono l’influenza: dall’editoria alla pubblicità, passando per la moda (vedasi le creazioni dello stilista bulgaro Stefan Kartchev) e il cinema (uno su tutti il recente Jessica forever, di Caroline Poggi e Jonathan Vinel).

L’ESEMPIO DELLA BIENNALE DI VENEZIA

Benché in passato un’istituzione come La Biennale di Venezia si sia già confrontata con la dimensione di Internet (si pensi al celebre virus informatico diffuso nel 2001 da 0100101110101101.org ed Epidemic, oppure alla presenza di autori iconici come Ed Atkins, Mark Leckey, Hito Steyerl e Ryan Trecartin nel Palazzo Enciclopedico curato da Massimiliano Gioni nel 2013), l’edizione del 2019, May You Live In Interesting Times, trasudava pixel e algoritmi da tutti i pori. La presenza di Internet era così forte che la si avvertiva anche attraverso la sua assenza fallimentare, come dimostrato dall’imbarazzante app in realtà aumentata, non funzionante, presentata da Darren Bader. Osservare come una serie di linguaggi nati in una condizione “sotterranea” siano stati fagocitati dal mainstream è un esercizio interessante. Emblematico, ad esempio, il processo di consacrazione di un’estetica inconfondibile, come quella dei meme, che si ritrovava in molte opere in Biennale: dai poster posizionati all’ingresso dell’Arsenale, passando per le sorprendenti opere di Avery Singer, fino alle conturbanti animazioni di Jon Rafman.
Siamo in presenza di un bel paradosso e forse stiamo già assistendo alla nascita di qualcos’altro: come se tutto si fosse esaurito proprio al culmine della sua apoteosi. È in questo lucido anacronismo che va ricercato il senso ultimo della nostra epoca: lo spirito di un tempo in costante divenire.

Valerio Veneruso

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #52

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.