Nella riviera del Conero c’è da vedere la mostra su Elena Mannini, protagonista del teatro e del costume italiano
Tra il Teatro Cortesi e il Teatro Studio San Lorenzo di Sirolo, bozzetti, stoffe, costumi e fotografie raccontano fino al 30 agosto una protagonista della scena italiana. Ma soprattutto mostrano come un piccolo centro possa diventare laboratorio di memoria, ricerca e produzione culturale
Un costume teatrale non è mai soltanto un abito. Prima ancora di essere indossato, contiene un personaggio, suggerisce un movimento, impone una postura. Può rendere il corpo regale o fragile, irrigidirlo dentro un’armatura oppure liberarlo in una forma fantastica. È da questa evidenza, tanto semplice quanto spesso dimenticata, che prende avvio Vestire il Teatro 3, la mostra dedicata a Elena Mannini (Firenze 1938 – 2024) negli ambienti del Teatro Comunale Cortesi e del Teatro Studio San Lorenzo di Sirolo, nel cuore del Conero, nelle Marche.
Promossa dal Centro Studi Drammaturgici Internazionali “Franco Enriquez” nell’ambito della ventiduesima edizione del Premio Nazionale Franco Enriquez, l’esposizione riunisce bozzetti, campionature di tessuti, costumi, fotografie, manifesti, articoli e materiali di lavorazione provenienti dal Fondo Elena Mannini. La mostra rimarrà aperta fino al 30 agosto 2026 ed è curata da Paolo Larici, che ne firma l’allestimento insieme con Francesco Perozzi.

Un archivio teatrale affacciato sul Conero
Il Fondo Elena Mannini è stato donato dalla famiglia della costumista al Centro Studi Franco Enriquez nel 2024. Comprende materiali provenienti dall’Archivio Dall’Orto-Mannini, restaurati e consegnati a una realtà culturale che ha scelto di non trattarli come reliquie, bensì come strumenti di conoscenza. La presenza del fondo trasforma Sirolo in un osservatorio privilegiato sulla scena italiana del secondo Novecento. Non una grande capitale del teatro, dunque, ma un centro di dimensioni raccolte, capace proprio per questo di costruire un rapporto ravvicinato fra documenti, edifici e pubblico.
Il Teatro Cortesi e il Teatro Studio non funzionano come contenitori neutri. Manifesti, fotografie e costumi entrano in dialogo con scale, corridoi, platee e quinte, restituendo al documento la prossimità con il luogo al quale appartiene. Il visitatore entra in uno spazio nel quale il teatro continua a manifestarsi attraverso le sue tracce materiali: le carte restituiscono il lavoro delle prove, mentre i tessuti conservano l’impronta dei corpi e dei gesti scenici. L’archivio supera così la propria apparente immobilità e torna a partecipare alla vita della scena.
Elena Mannini: dalla moda al palcoscenico
Per Mannini il costume prende forma nel rapporto fra struttura dell’abito, movimento e presenza dell’interprete. Il bozzetto costituisce già una prima costruzione del personaggio: ne anticipa la postura, il ritmo e il modo di abitare la scena. Le figure, slanciate e dinamiche, sembrano animate da un impulso che le conduce oltre i margini del foglio. Il colore definisce volumi, intensità e profondità, mentre l’abito si trasforma in una superficie narrativa nella quale convergono pittura, moda e drammaturgia.

Il costume secondo Elena Mannini
Le fotografie esposte rendono visibile questo passaggio dal progetto alla presenza. Nei personaggi alati del Sogno di una notte di mezza estate, messo in scena da Beppe Menegatti al Teatro Romano di Fiesole nel luglio 1963, il corpo umano viene prolungato, alleggerito, reso ambiguo. Il costume dà forma al mondo fantastico di Shakespeare, rendendolo visibile sulla scena. Il manifesto originale dello spettacolo riporta i nomi di una compagnia destinata a segnare la cultura scenica italiana, con Carla Fracci, Gian Maria Volonté e Giancarlo Giannini. Mannini collaborò a lungo con Menegatti, firmando i costumi di opere shakespeariane, testi di Federico García Lorca e produzioni musicali.
Il costume teatrale dentro la macchina di Ronconi
Il nucleo più magnetico del percorso è quello dedicato all’Orlando furioso diretto da Luca Ronconi, presentato nel 1969 al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Lo spettacolo sovvertì il rapporto tradizionale fra scena e spettatore: le azioni si moltiplicavano, gli attori attraversavano spazi differenti e il pubblico era costretto a scegliere che cosa guardare. Nella macchina teatrale fondata sulla simultaneità, il costume assumeva una funzione decisiva: rendeva immediatamente riconoscibili i personaggi, assecondava la mobilità degli attori, dialogava con le strutture sceniche e partecipava alla rapidità del racconto.
Mannini lavorò su un immaginario sospeso fra memoria rinascimentale, astrazione moderna e fantasia cavalleresca. Il risultato non fu una ricostruzione filologica del mondo ariostesco, ma un sistema visivo capace di tradurre la mobilità del poema. Armature leggere, tessuti stratificati e forme volutamente eccentriche trasformavano i corpi in apparizioni immediate, quasi emblemi in movimento. Il manifesto, le fotografie e gli articoli esposti non sono materiali accessori. Ricostruiscono l’ecosistema di uno spettacolo entrato nella storia e mostrano quanto la sua forza non dipendesse soltanto dalla regia, ma dalla collaborazione fra linguaggi, tecnici e artisti.
Il corpo della guerra
Di segno diverso è la sezione dedicata al Coriolano di Shakespeare, diretto da Franco Enriquez nella stagione 1975-1976 del Teatro di Roma. Le fotografie mostrano una scena costruita come un cantiere instabile: impalcature, tavole, strutture sospese, superfici ruvide. All’interno di questo spazio, il costume di Tullio Aufidio, interpretato da Osvaldo Ruggeri, diventa quasi una scultura autonoma. L’armatura, realizzata dalla Sartoria Russo su disegno di Mannini, combina materiali intrecciati, parti metalliche, fibre e volumi asimmetrici. Non imita l’antica Roma: rende visibile la violenza del potere. Esposta senza il corpo dell’attore, conserva tuttavia qualcosa della sua presenza. Le spalle, il busto, la pesantezza della struttura suggeriscono un modo di stare in scena. È un involucro vuoto che continua a recitare. Questa capacità di trasformare la materia in psicologia costituisce uno dei tratti più riconoscibili del lavoro di Mannini. Il costume non illustra il personaggio; ne manifesta la tensione interna.

Dal mito mozartiano alla scena internazionale
La mostra documenta anche la dimensione internazionale della carriera della costumista. Le tavole per l’Idomeneo di Mozart, allestito nel maggio 2010 allo Stavovské divadlo di Praga con la regia di Yoshi Oida, costruiscono un equilibrio fra memoria dell’antico e invenzione contemporanea. Le forme richiamano il mondo classico senza cedere alla ricostruzione museale; le stoffe acquistano una funzione architettonica, mentre i costumi del coro evocano liberamente le figure della ceramica greca.
Contratti, libretti e materiali di produzione raccontano una professionista capace di muoversi fra teatro di prosa, opera lirica, balletto e cinema, collaborando con istituzioni italiane ed europee. Mannini fu inoltre docente all’Accademia di Belle Arti di Firenze e all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico di Roma, trasmettendo il mestiere del costume come sapere insieme tecnico e intellettuale.
Oltre l’UNESCO, il teatro come paesaggio culturale
La mostra arriva in un momento di particolare attenzione verso il patrimonio teatrale dell’Italia centrale. Nel luglio 2026 il sistema dei teatri condominiali all’italiana dei secoli XVIII e XIX è stato iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale UNESCO. Il bene seriale comprende dieci edifici situati fra Marche, Umbria ed Emilia-Romagna e riconosce il valore di un modello fondato sulla partecipazione civica, sulla proprietà condivisa e sulla funzione sociale del teatro. Il riconoscimento, tuttavia, non dovrebbe produrre una gerarchia rigida fra teatri inclusi e teatri esclusi. La forza del territorio marchigiano risiede nella densità della sua rete: sale storiche, piccoli teatri, festival, compagnie, archivi e centri di ricerca contribuiscono insieme a definire un paesaggio culturale straordinariamente vitale.
Il Cortesi e il Teatro Studio San Lorenzo appartengono pienamente a questo sistema diffuso, anche senza rientrare nel bene seriale UNESCO. Ne rappresentano una declinazione contemporanea: non soltanto luoghi architettonici, ma spazi nei quali conservazione e produzione continuano a incontrarsi. È proprio qui che Vestire il Teatro 3 trova la propria ragione più profonda. La mostra non celebra soltanto Elena Mannini. Mostra come un archivio possa tornare a generare pensiero, come un costume possa ancora interrogare il corpo dell’attore e come un piccolo centro possa diventare il punto di osservazione dal quale rileggere una parte decisiva del teatro italiano. Il lavoro di Mannini, del resto, consisteva esattamente in questo: dare un corpo a ciò che ancora non ne aveva uno. Oggi Sirolo compie lo stesso gesto con la sua memoria.
Andrea Carnevali
Sirolo / /fino al 30 agosto 2026
Vestire il teatro 3. Elena Mannini
TEATRO COMUNALE CORTESI, TEATRO STUDIO SAN LORENZO – Piazza Franco Enriquez, 9
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