Perché i musei inseguono la moda: dal Met al Louvre, un matrimonio sempre più stretto
Dalle collaborazioni informali del primo Novecento, alle istituzioni dedicate, per arrivare alle grandi mostre internazionali. Il legame tra moda e musei, in decisa crescita, è un fenomeno che racconta il valore della moda come atto creativo e termometro sociale
Risalgono all’inizio del secolo scorso le frequentazioni tra sarti e artisti; come i rapporti tra Elsa Schiaparelli, Cocteau, Dalí e Man Ray o tra Gabrielle Chanel, Stravinsky e Nijinsky. Prima ancora era stato Paul Poiret a mostrare un’attenzione tutt’altro che episodica per artisti come Brancusi e Modigliani; Poiret collezionava opere di Kees van Dongen, Henri Matissee Picasso e ne frequentava gli studi. Si trattava di incontri piacevoli, talvolta anche convenienti, per gli uni come per gli altri. Attualmente però la liaison tra moda e arte si è estesa ben oltre l’occasionale scambio di ispirazioni estetiche. I mondi dell’arte e della moda sfidano i parametri che un tempo li rendevano così distinti: la moda, dopo aver scontato a lungo un pregiudizio che la relegava in una non ben definita seconda linea, ha persino trovato il suo posto istituzionale tra le ICC. Anche in questo 2026, nonostante le difficoltà (comuni a ogni settore produttivo in Occidente), il mondo della moda non ha dato segni di cedimento quanto a presenza nelle istituzioni deputate alla sua rappresentazione. Non solo per quel che riguarda iniziative “private” costruite dai brand nelle loro sedi o in spazi museali “affittati” ad hoc, ma pure nella programmazione dei musei pubblici.

I musei dedicati alla moda tra l’Europa, gli Stati Uniti, l’Asia e persino l’Oceania
A questo proposito vale la pena di ricordare per l’Europa l’attività di istituzioni come il Musée des Arts Décoratifs e il Palais Galliera a Parigi, la Fashion Gallery del V&A South Kensington a Londra, il Momu di Anversa o il Museo della Moda e del Costume a Firenze. Istituzioni che tengono vivo il filo della tradizione attraverso esposizioni costruite con il materiale proveniente tanto dagli archivi permanenti quanto da prestiti ad hoc. Altrettanto fanno il Museo del Traje di Madrid o il Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Oltre oceano il Fashion Institute of Technology Museum a New York è famoso per le esposizioni tematiche, mentre la sezione Costume and Textiles del Lacma di Los Angeles vanta una delle più grandi collezioni di tessili e abiti negli Stati Uniti. In Asia il Kyoto Costume Institute è rinomato per la conservazione della moda a partire dal XVII Secolo, mentre il National Folk Museum of Korea a Seoul lo è per la sezione sui costumi tradizionali coreani e la loro evoluzione. C’è poi il China National Silk Museum di Hangzhou interamente dedicato alla seta e ai costumi cinesi tradizionali. Per l’Oceania questa funzione è svolta principalmente dalla National Gallery of Victoria a Melbourne. Se questo elenco riguarda le istituzioni specificamente dedicate alla moda, le esposizioni focalizzate sulla moda, a partire dal nuovo millennio, sono più che numerose e vanno ben oltre questi spazi. La dinamica merita una riflessione: perché la moda risulta ormai un business redditizio per qualsiasi genere di istituzione museale.
La moda nei musei? Un processo che beneficia tutti i soggetti coinvolti
Va notato che mentre il disegno di alcune mostre contribuisce a tramandare il valore storico e artistico delle produzioni delle maison, più recente è l’intensificarsi di esposizioni dove compaiono singoli oggetti o intere sezioni che utilizzano la moda come indicatore sociale. Da questo punto di vista risulta esemplare l’esposizioneHallyu! L’onda coreana dedicata al successo della cultura pop nella Corea del Sud prodotta nel 2022 dal Victoria & Albert Museum di Londra. La mostra è poi approdata al Museum of Fine Arts di Boston, all’Asian Art Museum di San Francisco, per poi rimbalzare in Europa al Museo Rietberg di Zurigo e, infine, giungere al National Museum of Australia a Canberra, dove si è conclusa lo scorso maggio.
Qualunque sia l’approccio adottato (monografica, collettiva, sezione) si tratta comunque di un processo a doppio senso: se da un lato i brand acquistano autorevolezza attraverso la consacrazione museale, dall’altro i musei d’arte beneficiano della capacità attrattiva della moda, che si traduce in un significativo incremento di visibilità e risorse economiche. A New York il Metropolitan Museum of Art nel maggio 2026 ha fatto spazio alla Condé M. Nast Galleries che ha preso il posto di un cortile e un negozio di souvenir rendendo contigue all’ingresso principale le mostre dedicate alla moda che un tempo potevano usufruire solo del sotterraneo. Nulla di forzato, soprattutto in considerazione della popolarità delle mostre di moda al Met.
Il successo delle esposizioni dedicate alla moda nei musei più importanti del mondo
L’esposizione Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination del 2018 è stata la mostra più visitata nella sua storia con oltre 1,6 milioni di visitatori. Così nel 2025 Louvre Couture è diventata la seconda mostra più visitata nella storia di questo museo. Al Louvre nel marzo del 2026 durante la fashion week parigina, trecento ospiti-mecenati hanno partecipato all’evento di beneficenza organizzato nella Galleria Daru, che ospita la Vittoria Alata di Samotracia. Si è trattato dell’unico evento che è stato in grado di riunire i vertici di LVMH, Kering, Chanel e Richemont nella stessa sala e ha raccolto 1,6 milioni di euro utili a salvaguardare il patrimonio del museo.
Il garbo parigino non trova riscontro nel modo diretto in cui il Brooklyn Museum a New York (tra i più grandi musei d’arte degli USA) ospita gigantesche esposizioni dedicate alla moda. Si tratta di un’istituzione nata con una mission precisa: “To bring people together through art and experiences that inspire celebration, compassion, courage, and the will to act”. Tuttavia, il museo non si è postoproblemi nel ripresentare Dior (2021) quattro anni dopo una gigantesca esposizione dedicata a questo brand del lusso al Grand Palais di Parigi. A cui hanno fatto seguito quelle di Thierry Mugler (2022), Virgil Abloh (2022), Solid Gold (2025), cheincludeva abiti di Christian Dior, Yves Saint Laurent, Halston, Gianfranco Ferré, Anna Sui, mentre è ora in corso Iris van Herpen: Sculpting the Senses, già allestita nel 2023 alMusée des Arts Décoratifs di Parigi.
Dalla storia all’attualità, la grande varietà delle mostre sulla moda
Esiste dunque una strategia, un calendario comune, una regia nella sequenza di queste esposizioni? Non esiste. Accade che a Milano in occasione della fashion week venga inaugurata l’esposizione Dalì e la Moda dove a fianco dell’artista catalano giganteggia la presenza dell’iconica Elsa Schiaparelli (sebbene nel titolo non compaia il suo nome, probabilmente per non sovrapporlo a quello del brand guidato attualmente da Daniel Roseberry). Allo stile di questa couturier nel 2022 il Musée des Arts Décoratifs a Parigi aveva dedicato Shocking! The Surreal World of Elsa Schiaparelli, mentre dal 28 marzo scorso al V&A di Londra è in corso Elsa Schiaparelli Fashion Becomes Art. È a partire da Shocking! la grande retrospettiva prodotta dal Philadelphia Museum (2003) che la moda di questa antesignana non ha mai cessato di essere indagata: tra gli altri nel 2012 il Costume Institute del Met conSchiaparelli and Prada l’ha raccontata attraverso un dialogo immaginario con il brand italiano.
Numerose sono le sovrapposizioni che si muovono anche intorno al lavoro di Azzedine Alaïa. Dalla sua scomparsa (2017) sono state allestite decine di esposizioni a lui dedicate, la più importante sinora è stata quella al Palais Galliera nel 2023. La Legion of Honor di San Francisco inaugura la retrospettiva Azzedine Alaïa: Sculpting Fashion a novembre. Il Museum of Antwerpen a marzo 2027 inaugura Azzedine Alaïa. The Eye of the Collector che presenta la sua straordinaria attività di collezionista di abiti. Ancora Parigi dopo la conclusione di Azzedine Alaïa and Christian Dior, Two Masters of Haute Couture dallo scorso maggio, presso la Fondazione che porta il suo nome, è in corso Alaïa and Africa, che approfondisce il rapporto del couturier di origini tunisine con questo continente. Basta? Non basta: alcune indiscrezioni (non confermate ufficialmente) parlano di Alaïa come protagonista della mostra che sostituirà quella che doveva essere dedicata a John Galliano.
Tra cultura e intrattenimento, la moda rappresenta una chiave per esplorare il presente tra elitismo e appartenenza
Se non esiste un coordinamento generale è lecito chiedersi che cosa guidi la programmazione sempre più intensa di queste esposizioni. E anche in questo caso occorre distinguere. Alcune sembrano guidate soprattutto da intenti di promozione turistica: così accade per Il corpo della città. Moda e Arti tra Liberty e Modernità 1884 – 1961 a Palazzo Madama a Torino (dal 15 ottobre) o per Moda in Luce 1955-1975 alla Centrale Montemartini di Roma. A suo modo Marie Antoinette di Sofia Coppola in corsoal Petit Trianon di Versailles gioca la carta della “polvere di stelle” che un nome celebre porta sempre con sé.
Tuttavia, la missione di un museo pubblico è prima di tutto quella di rendere esplicito il significato di quell’insieme di fenomeni in eterna oscillazione tra elitismo e appartenenza che indichiamo con il termine moda. È quello che sta facendo egregiamente Il MoMu di Anversa con The Antwerp Six a cui farà seguito, a partire dal prossimo dicembre, Chintz. A Blend of Craftsmanship and Controversy.È quello che si preparano a fare a Londra la Tate Britain,con The 90s: Art and Fashion (novembre 2026) e il V&A con South Asia Now: Fashion. Art. Design (aprile 2027). Così faranno a Parigi il Musée des Arts Décoratifs con Viktor&Rolf (gennaio 2027) e a New York il Museum at FIT con Fashioning Desire: Willy Chavarria & Bárbara Sánchez-Kane (febbraio 2027).
Aldo Premoli
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