Ma alla Fashion Week di Milano la Generazione Greta mica c’era. L’opinione di Aldo Premoli

Cos’è il vero trash? Non raccogliere la sfida ambientalista. Tutti i brand che non l’hanno fatto alla Milano Fashion Week

Greta Thunberg
Greta Thunberg

Una comune di hippies è quella in cui Quentin Tarantino fa imbattere Brad Pitt nel suo bellissimo Once Upon a Time in Hollywood: è una comune scalcagnata che trova nei deliri di Charles Manson il suo eponimo. Tarantino lo ha rievocato per procura, facendo interpretare a Margot Robbie la figura della più glamour delle sue vittime, Sharon Tate, allora giovanissima moglie del discusso regista Roman Polański. Anche la puntata dedicata a Charles Manson, intervistato dal carcere di Bakersfield, è una delle più intense di Mindhunter, la serie Tv Netflix che racconta la storia vera di una squadra di poliziotti strizzacervelli alle prese con interviste a psicopatici e serial killer. Insomma, dagli Usa arrivano segnali di una riconsiderazione dei movimenti tra metà anni Sessanta e metà anni Settanta, riletti alla luce dei risvolti più negativi.

E LA FASHION WEEK?

All’opposto, in alcuni show della fashion week appena conclusasi Milano, il vibe di questo periodo storico viene riesumato in salsa Peace & Love. La moda per sua natura è attenta a fiutare l’aria che tira: chi lavora in questo settore è capace di flessibilità, giravolte e casquè. La moda è leggera, effimera, veloce ma non è detto che tutte le sue proposte siano azzeccate.
Di certo c’è che la nuova generazione “verde” (quella che ha erto a proprio simbolo il fenomeno Greta Thunberg) desideri anche nell’abbigliamento un impegno decisamente maggiore di quello che hanno attuato sino ad oggi le case di moda. Perché ormai tutti sanno che le monoculture di cotone su milioni di ettari nel pianeta sono un flagello (specie in Cina, India e Usa). Così come sanno che sono crudelissimi l’allevamento e la conseguente rapida soppressione degli animali da pelliccia, materiale di cui nessuno, ma proprio nessuno ha davvero bisogno.

MODA E AMBIENTE

Un flagello per l’ecosistema è sempre stato l’utilizzo dei materiali chimici per la concia della pelle. Passi avanti se ne sono fatti (in Europa), ma in ogni caso non definitivi, e la delocalizzazione degli impianti produttivi è una brutta foglia di fico… A dire il vero la Camera Nazionale della Moda dal 2017 ha il suo Green carpet fashion award nato per celebrare “i traguardi raggiunti in materia di sostenibilità all’interno della filiera della moda e del lusso”, e il suo primo Manifesto per la sostenibilità risale addirittura al 2012.
Sempre a onor del vero, proprio durante questa tornata di sfilate 2020 sono scesi in campo anche 10 Corso Como, Fashion Revolution Italia, School of Management del Politecnico di Milano e WRAD Living insieme per creare a new awareness, una piattaforma “per una moda più etica”. Cosa significhi nel concreto lo vedremo presto, ma qualcosa finalmente si muove.
Si tratta dunque di capire perché i marchi del lusso ritengono sia ancora il caso di dare spazio all’ennesimo giubbotto o pantalone o maxi-borsa ricavati dalla scuoiatura di carcasse animali. Anche per la prossima primavera-estate a Milano proposte di questo genere non sono mancate. E non solo da Fendi che ha una storia di pregio nella lavorazione sofisticatissima di pelo e pelliccia, una storia assai difficile da rinnegare; ma a mani piene nappe nere e pitoni si sono viste da Versace; spolverini, tute, salopette, giacche, camicie, pantaloni e bermuda in nappa da Ferragamo; scamosciati multicolor di ogni genere da Alberta Ferretti; bluse oversize da Bottega Veneta; una spruzzatina per tailleur davvero poco credibili persino da Prada.

LA POLITICA DI GUCCI

Decisamente più avanti in questa direzione appare la politica di un marchio come Gucci, Presidente e C.E.O. italiano (Marco Bizzarri), designer italiano (Alessandro Michele), ma proprietà del gruppo francese Kering. Qui da tempo hanno capito quanto anche nel fashion sia importante fare i conti seriamente con le nuova diffusa sensibilità per l’ambiente. E difatti nello show della scorsa domenica, fatta eccezione per scarpe e borse (anche queste non troppo esibite), non si è visto un solo outifit in pelle.

GLI HIPPIES, TARANTINO E HOLLYWOOD

Citare il movimento degli hippies (nato come hipster, deceduto come freak) solo per i suoi aspetti dark è una forzatura, ma tutto sommato è coerente con la poetica cinematografica di Tarantino. Ma riproporre stracci di lusso che paiono usciti – nel frattempo è passato mezzo secolo –   dai raduni dell’Isola di Wight (1970) e di Woodstock (1969), o riservare cospicue parti delle collezioni a capi confezionati con materie prime che implicano lavorazioni a rischio per la salute del pianeta, che senso ha? Questo è vero trash e fuori tempo massimo.
Il festival musicale che si tiene ogni anno in California a Coachella è una realtà: qui un po’ di retro-hippy effettivamente lo si trova. Trattasi però di un gioioso ballo in maschera, che dura qualche giorno per qualche foto Instagrammata, niente più. Le istanze che Greta Thunberg sta portando in pellegrinaggio da un capo all’altro del mondo sono però ben altra cosa. Nessuno dei milioni di ragazzi scesi in piazza nelle piazze di tutto il globo per il Friday for future ha rifermenti di quel genere. Nessuno di loro si vestirà mai così.
Fahion system sveglia: sintonizzarsi o perire.

Aldo Premoli 

https://www.fridaysforfuture.org/

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.