Fur-Free. Forse è la volta buona: anche Miuccia Prada rinuncia alle pellicce in collezione

Miuccia Prada ha annunciato la scelta di non utilizzare più pellicce nelle collezioni del brand. E ora Fendi che farà?

Emma Sjoberg, Tatjana Patitz, Heather Stewart Whyte, Fabienne Terwinghe e Naomi Campbell_Per Peta 1994
Emma Sjoberg, Tatjana Patitz, Heather Stewart Whyte, Fabienne Terwinghe e Naomi Campbell_Per Peta 1994

Miuccia Prada ha qualche giorno fa annunciato che a partire dal secondo semestre del 2019, escluderà l’utilizzo di pellicce dalle sue collezioni. Lo ha fatto dialogando con Fur Free Alliance, un gruppo che riunisce oltre 50 organizzazioni in più di 40 paesi.Non è la prima volta che il fashion fa il mea culpa a proposito dell’utilizzo di pelli animali. Nel 1994 fece il giro del mondo la foto di cinque top model sedute a terra come in un sit-in anni ‘60, ritratte frontalmente e completamente nude: un poster ricavato da uno scatto poco costruito, rubato durante una pausa tra una sfilata e l’altra della Haute Couture parigina. A mettere a segno il colpaccio per Peta Animals stato il fotografo Patrick Demarchelier. La campagna anti-pelliccia fece furore.

MODA E ANIMALISTI: LA STORIA

La prima immagine del genere risale a dire il vero all’anno precedente. La bellissima Christie Turlington, in posa per un giovanissimo Steven Klain, completamente nuda, ma prona e di profilo fece furore. Pink appare ventidue anni dopo due in due manifesti in bianco e nero di 27 metri in Times Square nel 2015 seduta di profilo rannicchiata e ridanciana. Un po’ fuori tempo massimo arriveranno anche i nudi di Elisabetta Canalis (2017) e di Gillian Anderson (2018) I’d rather go naked than wear fu. Il claim della campagna è sempre lo stesso, replicato anche quest’anno sullo scatto in piedi e frontale di Ireland Basinger-Baldwin fotografata da Brian Bowen Smith. La figlia di Alec Baldwin e Kim Basinger ripete qui il ruolo che la madre aveva già interpretato 24 anni prima: nuda di profilo ma supina.

LE CAMPAGNA

Dal 1980, quando i fondatori di People for the Ethical Treatment of animals organizzarono la prima piccola protesta del gruppo, Peta e le sue affiliate in tutto il mondo si sono guadagnate la reputazione di fantasmagorici agitatori animalisti. Dal punto di vista di Peta, si è trattato di campagne vincenti: hanno sollevato problematiche e discussioni e- soprattutto all’inizio –  molta stupida ironia. Facile ironizzare con Marina Ripa di Meana quando nel 1966, non più giovanissima, si fa fotografare per l’Ifaw (Fondo internazionale per la protezione degli animali) nuda, con questa scritta, all’altezza delle cosce, ”l’unica pelliccia che non mi vergogno d’ indossare”. In ogni caso quando Emma Sjoberg, Tatjana Patitz, Heather Stewart Whyte, Fabienne Terwinghe e Naomi Campbell si concedono all’obbiettivo di Demarchelier pur essendo ancora bellezze acerbe, sono già vere top model, un termine oggi caduto in disuso, soprattutto dal punto di vista dei loro favolosi guadagni. All’apice della loro carriera fecero quella foto e poi… poi niente, quando è capitato hanno continuato a farsi ritrarre sul set o in passerella avvolte da pelli e pellicce attente guardando più al portafoglio che all’etica.

NEW YORK, LA CITTÀ

Una precisazione. La foto in questione è stata scattata a Parigi, ma è New York la città da cui parte l’idea della campagna anti pellicce. E si capisce il perché: se si osserva con attenzione il sigillo ufficiale di New York si scopre che ci stanno disegnati due castori. Non è un caso: le pellicce di questi animali hanno contribuito ad alimentare una delle industrie più antiche del luogo. Quando l’esploratore inglese Henry Hudson raggiunse per la prima volta la regione nel 1609, trovò infatti i commercianti francesi ad approvvigionarsi di pellicce barattando le loro merci con i nativi americani. Quando l’area diventò un fiorente centro commerciale, castori e altre pelli viaggiarono attraverso il porto di New York verso l’Europa destinate proprio all’industria dell’abbigliamento. E ancora per gran parte del 20 °secolo, il capo in pelliccia resta un oggetto del desiderio. Drappeggiato sulle spalle di Marilyn Monroe o di uno spacciatore di Times Square, la pelliccia è l’epitome del glamour. A quel tempo però sono ancora in pochi ad avere accesso alle informazioni che riguardano l’elettrocuzione e la scuoiatura di animali vivi che hanno raggiunto la spaventevole cifra di 100 milioni ogni anno.

Mappa dell'opinione pubblca contraria alla produzione di articoli da pellicceria
Mappa dell’opinione pubblca contraria alla produzione di articoli da pellicceria

LA SCELTA DI PRADA

Prada dunque si aggiunge ora al drappello di aziende che hanno escluso il pelo animale dalle loro collezioni: Giorgio Armani, Versace, Burberry, Michael Kors, Ralph Lauren e Gucci. Ma soprattutto Stella McCartney e Vivienne Westwood vere proprie attiviste per questa causa. Che farà ora Fendi (appartiene al Gruppo LVMH di Arnault) dove proprio la pellicceria rappresenta il core business? Sino all’ultimo Karl Lagerfeld ha difeso l’utilizzo di questo materiale, anche dagli attacchi diretti di Brigitte Bardot: “Mia tenera Choupette (la gattina di Lagerfeld ndr)– scrive l’attrice francese nel 2015 – conto su di te per sussurrare a papà Karl la disperazione che i nostri piccoli fratelli pelosi provano quando lui promuove i loro corpi senza vita. Loro, che come te chiedono solo di poter vivere, sono innocenti e sono condannati a morte perché la loro pelliccia serva da ornamento ai “disumani”. Quella annunciata da Miuccia Prada in questi giorni è una decisone che risponde alla nuova sensibilità per le questioni legate all’ambente dei Millennial e di chi arriverà dopo di loro. Difficile pensare che la pelliccia possa tornare ad essere un trend, persino banale dire che la questione ambientale è il megatrend del momento. Miuccia Prada ha dichiarato che “la ricerca e lo sviluppo di materiali alternativi consentirà all’azienda di esplorare nuove frontiere della creatività“. Ovvio e coerente. Il plauso di The Human Society of the United States la più potente tra le associazioni animaliste al mondo non si è fatto attendere.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Onlus Mediterraneo Sicilia Europa che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà.