Alcune anticipazioni sulla mostra che, dal prossimo maggio, animerà il Metropolitan Museum of Art di New York con l’estetica Camp. Main sponsor della rassegna? Gucci.

Apre al pubblico il 9 maggio la mostra di primavera del Metropolitan Museum of Art Costume Institute. Il titolo ‒ Camp: Notes on fashion ‒ è ripreso dal saggio del 1964 che ha contribuito a rendere Susan Sontag una celebrità letteraria. Sontag reperisce sin da allora tracce del Camp non solo nel cinema di Busby Berkeley e in dive come Mae West ma persino nel modo di presentarsi del generale de Gaulle; e poi nel Lago dei cigni, nei fumetti di Flash Gordon, in Caravaggio, nelle cineserie e nell’intera Art Nouveau. Per Sontag, “l’essenza del Camp è il suo amore per l’innaturale: l’artificio e l’esagerazione“.
Durante la conferenza di presentazione della mostra, il curatore del Costume Institute Andrew Bolton si è espresso senza sotterfugi: “In effetti, Sontag è il narratore fantasma dell’intera esposizione”.

CAMP IN MOSTRA

Nella prima sezione viene tracciata l’evoluzione del Camp a partire dal suo utilizzo “politico” che ne fece Luigi XIV a corte. A commento qui appaiono gli abiti della collezione Chanel inverno 1987 ispirata a Versailles e disegnata da Karl Lagerfeld. Anche nella seconda sezione tutti gli item in esposizione si identificano con i 58 criteri indicati dalla Sontag nel suo saggio. Tra le creazioni di Charles Frederick Worth e Balenciaga, Miuccia Prada e Demna Gvasalia volteggiano piumate evoluzioni del Camp di genere pop, queer o politico, con Donald Trump a rappresentare una delle figure più Camp della politica attuale.
Dal Re Sole alle drag queen, dunque, senza soluzione di continuità, in una galleria di 175 pezzi.

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Jeremy Scott (American, born 1975) for House of Moschino (Italian, founded 1983). Ensemble, spring summer 2018. Courtesy of Moschino. Photo © Johnny Dufort, 2019
Jeremy Scott (American, born 1975) for House of Moschino (Italian, founded 1983). Ensemble, spring summer 2018. Courtesy of Moschino. Photo © Johnny Dufort, 2019

IL CATALOGO

Avvolto da un involucro rosa pallido, il catalogo della mostra comprende due volumi verde menta: al centro una singola citazione di Oscar Wilde, “Ognuno di noi dovrebbe essere un’opera d’arte o per lo meno indossare un’opera d’arte”.
La mostra ha come main sponsor la casa di moda Gucci e difatti durante la conferenza di presentazione il suo direttore creativo, Alessandro Michele, ha commentato con queste parole il saggio di Sontag: “Esprime perfettamente quello che il Camp significa anche per me: la capacità unica di coniugare arte alta e cultura pop. Chiunque sia cresciuto seguendo la dieta televisiva italiana e pop star come Mina, Patty Pravo e Raffaella Carrà negli Anni Ottanta non può ritenersi estraneo a questo concetto”.

ECCESSO E PARODIA

C’è un altro concetto su cui Bolton, Michele e il nume tutelare del Costume Institute Anna Wintour concordano: Camp significa tutto insieme “ironia, umorismo, parodia, pastiche, artificio, teatralità, eccesso, stravaganza, nostalgia ed esagerazione“.

Aldo Premoli

New York // dal 9 maggio all’8 settembre 2019
Camp: Notes on Fashion
METROPOLITAN MUSEUM OF ART
1000 Fifth Avenue
www.metmuseum.org

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualmente è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiesta” e direttore della piattaforma hyper local "SudStyle". Curatore indipendente di mostre che fanno da ponte tra arte e scienza. In Sicilia ha fondato “Mediterraneo Sicilia Europa onlus”, in Lombardia “La Cernobbina Art Studio”. Svolge attività di visiting professor per accademie del nord come del sud della Penisola.