Maschere e Camp. Gucci da Milano a New York

La maschera è stata l’assoluta protagonista delle sfilate di Gucci durante la fashion week milanese. Mentre la maison guidata da Alessandro Michele si prepara a sbarcare oltreoceano con la mostra primaverile al MET di New York.

Gucci. Autunno-inverno 2019-2020. Photo credits Dan Lecca (dettaglio)

Grazie alla maschera, Persona e Personaggio finalmente si uniscono: “Lasciate che vi rammenti l’origine etimologica della parola ‘persona’, che deriva dal latino ‘persona’ e rimane pressoché immutata in tutte le lingue europee. ‘Persona’ definiva originariamente la maschera che ricopriva il volto ‘personale’ dell’attore e serviva a indicare agli spettatori quale fosse il suo ruolo nel dramma”. Cita Hannah Arendt il comunicato stampa della collezione autunno-inverno 2019-20 presentata da Gucci nella “casa” di via Mecenate, ma è inevitabile pensare anche alla voce e alle immagini di Andrea Camilleri. Il più celebre scrittore italiano protagonista di un viaggio cinematografico tra mito e letteratura sulle orme dell’indovino Tiresia, alla ricerca dell’eternità che si raggiunge quando Persona e Personaggio si uniscono.
La sfilata è più essenziale del solito, un richiamo secco che non ammette divagazioni, mostrandosi come un gioco malinconico: una serie di figure che camminano fra lampi di luce come se non vedessero bene dove vanno. C’è sempre un caos preordinato che distingue ogni outfit, un collage di pezzi che vivranno anche soli come reliquie preziose di un rito spettacolare. Ricami meravigliosi, pelle come tessuto ma verde come quella di un insetto, giacche e cappotti indispensabili, abiti corti e lunghi senza un perché che non stia nel voler stupire.
Fanciulli e fanciulle, vivi e morti, felici e infelici, belli come sono belle le cose strane e bruttine ritrovate in una scatola di latta, scomposti, si muovono in modo irregolare per accentuare la loro posizione anomala e a qualcuno è dato il dono della Maschera.
Così nella sceneggiatura ci pare che quelli siano gli unici a salvarsi nel gioco malinconico, perché giocare con la magica ambiguità delle maschere rappresenta la possibilità di recuperare le radici creative del nostro essere al mondo, per vivere “come distinti e unici tra uguali” (Hannah Arendt).

Gucci. Autunno-inverno 2019-2020. Photo credits Dan Lecca
Gucci. Autunno-inverno 2019-2020. Photo credits Dan Lecca

UN TEMA ETERNO

Outfit che rimandano a sogni paurosi, tracce di fantasmi e scheletri sugli accessori, sicuramente la magia evocata dalla maschera conta più della realtà del volto scoperto.
Un tema eterno, un concetto che nasce con l’uomo stesso che si camuffa per cacciare e non farsi riconoscere, dalla rappresentazione fatta dai senatori romani, con in mano le teste di cera dei defunti, al teatro greco, dal carnevale e dal mito di Orfeo, che per ritrovare l’amore deve indossare una maschera d’oro.
L’assoluta maschera di Orfeo celebrata dal balletto di Igor Stravinsky e dal film di Jean Cocteau torna in scena sui personaggi di Gucci come unico strumento di sopravvivenza: in un mondo in cui si deve entrare coperti per cercare gli altri, è un segno di costrizione ma anche di protezione da cui non ci si può distaccare. Se la maschera cade veniamo fatti a pezzi, come Orfeo dalle Baccanti, da una società che non riconosce chi siamo.
Alessandro Michele mette a fuoco la sua filosofia e lo fa, in questa fashion week milanese, oltre che con la sfilata “La Maschera come taglio tra visibile e invisibile”, anche con l’annuncio della mostra in arrivo al MET di New York il prossimo maggio, intitolata Camp: Notes on Fashion.
Si conferma capace di segnare la cultura del proprio tempo con operazioni che passano dal flusso della moda ma descrivono evoluzioni e rivoluzioni culturali e antropologiche: la sfilata mostra gli abitanti del Camp, il Camp è il regno dell’eterogeneo, delle identità mutevoli e straordinarie.

Gucci. Autunno-inverno 2019-2020. Photo credits Dan Lecca
Gucci. Autunno-inverno 2019-2020. Photo credits Dan Lecca

CAMP IN MOSTRA

Sarà un’altra grande occasione per il MET, che colleziona successi di incassi e pubblico più con le mostre di moda che con le altre, che la anticiperà con il tradizionale evento del Costume Institute Benefit il 6 maggio, dove a presiedere la serata ci saranno Alessandro Michele, Harry Styles, Lady Gaga, Serena Williams e Anna Wintour.
Il tutto nel solco degli scritti di Susan Sontag, soprannominata Miss Camp da quando, nel 1964, in un articolo su Partisan Review, scrisse il saggio Notes on Camp, individuando “l’humus del Camp come il vivere in società opulente, in gruppi o circoli capaci di sperimentare la psicopatologia del benessere”, quindi la passione estetica per la trasformazione e il travestimento come soluzione al problema: “Essere dandy nella cultura di massa”.
La mostra celebra l’estetica esuberante del Camp e la sua evoluzione, da luogo di esclusione e marginalità all’influenza esercitata sulla cultura tradizionale con ironia, umorismo, parodia, pastiche e artificio, teatralità ed esagerazione.
La natura dirompente del Camp e la sovversione dei valori estetici moderni sono stati spesso banalizzati, ma questa mostra rivelerà la profonda influenza sia sull’arte che sulla cultura popolare”, ha affermato Max Hollein, direttore del MET. La mostra è resa possibile grazie a Gucci con il supporto di Condé Nast, ospiterà circa duecento oggetti tra cui abbigliamento, sculture, dipinti e disegni dal XVII secolo a oggi, con una sezione spettacolare che vedrà Versailles come Eden Camp. La rassegna individua nel dandy la figura ideale del Camp e traccia le origini del Camp stesso nelle sottoculture europee e americane tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Sarà organizzata da Andrew Bolton, curata da Wendy Yu con Karen Van Godtsenhoven. Jan Versweyveld, scenografo teatrale autore anche di Lazarus per David Bowie, creerà il design della mostra insieme al museo. I copricapo manichino, elementi fondamentali della mostra, saranno creati da Shay Ashual e l’arredo di gala da Raul Avila.
Si preannuncia un evento memorabile.

Clara Tosi Pamphili

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Clara Tosi Pamphili
Clara Tosi Pamphili si laurea in Architettura a Roma nel 1987 con Giorgio Muratore con una tesi in Storia delle Arti Industriali. Storica della moda e del costume, ha curato mostre italiane e internazionali, cataloghi e pubblicazioni. Ideatrice e curatrice di A.I.artisanal intelligence, evento che si svolge due volte l'anno per promuovere nuovi designer di moda in collaborazione con gallerie di arte contemporanea. Svolge attività di ricerca delle arti applicate nella moda collaborando con le più importanti sartorie teatrali e di moda italiane e internazionali. Ha diretto didatticamente l'Accademia di Costume e di Moda dal 2005 al 2007. Ha insegnato Storia del Design di Moda e Tecniche di Ricerca all'Accademia di Costume e di Moda e alla Facoltà di Architettura di Roma Ludovico Quaroni fino al 2011. Attualmente è consigliere di amministrazione di Altaroma, dove si occupa di progetti di ricerca e sviluppo delle nuove tendenze con particolare attenzione al legame fra moda e arte. Collabora con il Maxxi e altre istituzioni per la creazione di eventi culturali sulla moda. Risiede e lavora a Roma.

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