Edward Barber e Jay Osgerby (entrambi nati nel 1969) hanno studiato insieme al Royal College of Art e nel 1996 hanno fondato, a Londra, lo studio che porta il loro nome. Da allora disegnano mobili per la casa o l’ufficio, oggetti (anche un rasoio per Wilkinson, due lampade e un tavolino porta-caffè per Hermès, un set di coloratissime valigie Rimowa) da interno o esterno. Ma si sono cimentati pure in installazioni gigantesche come Double Space (2014) nella Galleria di Raffaello al V&A o Forecast (2016), una torre di 14 metri alimentata dall’ energia eolica, installata a Somerset House per la prima Biennale del Design di Londra. L’approccio al design di Barber e Osgerby privilegia tecniche di derivazione artigianale, la curiosità per ogni genere di materiale e una forte attrazione per il colore: per comprendere il loro intrecciarsi di processi industriali e mostre autoriali occorre partire da qui.

La mostra di Barber e Osgerby alla Triennale
Alla Triennale l’esposizione Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet, si sviluppa secondo un ordine cronologico che dalla metà degli Anni Novanta raggiunge il 2022. Il corpus di opere è presentato su grandi plinti, che consentono al visitatore quasi un corpo-a-corpo con ciascun oggetto. Il tutto è preceduto da una sezione a scaffale continuo presenta un archivio di modelli, mock-up e manufatti che consentono uno sguardo approfondito sulla metodologia creativa dello studio. La pratica di Barber e Osgerby è caratterizzata da una buona dose di pragmatismo, tutto sommato molto inglese: Barber e Osgerby sono poco inclini a restrizioni di qualsiasi tipo: non hanno aderito a nessun vincolo del Modernismo, il risultato del loro lavoro è elegante, ma non si apparenta a stravaganze postmoderniste. Un’importante mostra dedicata al design radicale di Andrea Branzi fa parte dell’intelligente offerta con cui la Triennale accompagna la Design Week di Milano e la 64° edizione del Salone del Mobile. Immediatamente di fronte a questa si apre quella dedicata al minimalismo funzionalista di Lella e Massimo Vignelli. In nessuno dei due casi sarebbe facile scovare affinità o derivazioni. Se non per l’approccio “autoriale”: tanto Branzi che i Vignelli lo hanno avuto sin dall’inizio però, mentre Barber e Osgerby lo hanno raggiunto solo dopo un percorso orientato all’industria, che ha preso forma attraverso il pendolarismo tra le aziende di Regno Unito, Italia, Giappone. Particolare attenzione in questa esposizione è riservata ai rapporti con produttori e brand italiani. Ma non si tratta di una forzatura, al contrario. Dal loro studio sono usciti progetti che hanno raggiunto in tre continenti: in Inghilterra Established & Sons, in Germania le sedute di Vitra, in Danimarca il minimalismo di HAY; negli USA per Knoll e in Giappone soprattutto per Okamura, specializzati in arredi per ufficio. Ma è in Italia che hanno preso vita i loro lavori più iconici: con le sedute di B&B Italia, Cappellini o Magis, con le lampade Flos, con gli oggetti in vetro di Glas Italia objects e le ceramiche da architettura di Mutina.
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La pratica di Barber e Osgerby tra arte e design
Il percorso sviluppato nel Design Podium alla Triennale si conclude con la messa in scena di tre episodi espositivi sviluppati in altrettante gallerie. Sebbene persista la stessa intenzione speculativa con cui si sono relazionati ad ambiti industriali, è a partire da Ascent (2011), svoltasi presso Gallery Haunch of Venison di Salisbury, che l’approccio di Barber e Osgerby inizia a potersi ritenere “anche” autoriale. Il tema centrale era l’estetica di strutture per il movimento come aeroplani, imbarcazioni e tecnologie aerospaziali: Osgerby ha del resto passato l’infanzia vicino a una base RAF, e Barber nutre una grande (comune per un inglese) passione per la navigazione. La mostra includeva sculture da parete in ottone lucido, grandi dischi luminosi, strutture lignee ispirate a telai navali: “macchine leggere” tra scultura e ingegneria. Nessuna funzione pratica definita per questi oggetti: non proprio design industriale ma nemmeno arte pura, piuttosto un territorio ibrido, tipico del collectible design da galleria. Al centro di Signals (2022), presso Galerie kreo di Parigi, una collezione di lampade da terra, parete e sospensione realizzate con strutture in alluminio colorato e paralumi in vetro di Murano soffiato realizzati da Venini. Tema centrale il cono, letto come forma archetipica di dispositivi tecnologici di audio-comunicazione. L’“artigianato ingegnerizzato” è il tema centrale di tutte queste esposizioni e risulta per certi versi assonante con la cultura del design italiano. La mostra sviluppata per Mutina (2023) è invece la conferma di come il colore sia per loro elemento progettuale al centro del dialogo tra artigianato e produzione industriale.

Le parole del curatore Marco Sammicheli
Una postilla prima di terminare. La simpatia di Marco Sammicheli, che oltre ad essere il curatore di questa mostra è il Direttore del Museo del design della Triennale, per questi due inglesi non è celata. “C’è l’urgenza di restituire alla disciplina rilevanza, sperimentazione ed espressività attraverso quelle opere che hanno raggiunto il mercato e giocato un ruolo nella quotidianità di molti utenti. (…) Se l’arredo, l’illuminazione, gli interni, il tessile, i servizi, le tecnologie tornano al centro della produzione espositiva di musei e istituzioni – temi che sono stati trascurati da molti di loro – l’indagine degli oggetti in commercio non si riduce più a semplice orizzonte di prodotti o decorazione, ma a un paesaggio all’interno del quale misurare consumi e rapporti (…) Solo così la disciplina non perderà la sua aderenza alla realtà, la sua capacità di ibridare e trasformare e l’industria nel momento in cui ne è parte integrante tanto da definirne gli esiti. Ho la sensazione che questo principio guida sia stato caro anche a Barber e Osgerby”.
Aldo Premoli
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