L’imminente ritorno del Milano Film Fest, in programma dal 4 al 9 giugno 2026, offre l’occasione ideale per fare il punto sul rapporto tra la città e la macchina da presa: Milano sta trovando negli ultimi anni una sua precisa identità cinematografica, fatta di forti contrasti tra centro e periferia. Negli ultimi anni, la metropoli ha superato la dimensione di semplice sfondo cartolina o pura cornice geografica per assumere il ruolo di un vero e proprio dispositivo narrativo. Le produzioni cinematografiche e seriali più recenti non si limitano a ospitare le storie, ma le orientano, ne ridefiniscono i confini psicologici e ne determinano lo sviluppo, offrendo uno sguardo molteplice che varia profondamente a seconda della lente del regista. La città si configura così come un testo in perenne trasformazione, costantemente reinterpretato dalla macchina da presa.
Da “Avvocato Ligas” a “Gangs of Milano”: il cinema diviso tra i salotti del potere e i margini della periferia
Questa complessità emerge chiaramente dalla capacità della città di farsi interprete di registri narrativi diametralmente opposti, specchio di una stratificazione sociale sempre più evidente. Da un lato, la Milano istituzionale dei tribunali, dei grandi studi associati e delle architetture del centro fa da teatro alle tensioni morali e alle ambiguità del potere, come dimostrato dalla fredda eleganza geometrica che caratterizza la serie Avvocato Ligas(2026). Dall’altro lato, opere come Gangs of Milano(2025) ribaltano radicalmente questa prospettiva, spostando il focus verso le periferie e i territori del margine, dove lo skyline specchiato cede il passo alle fratture sociali e alle economie informali.
Tra questi due estremi si muove una cinematografia capace di catturare la quotidianità multietnica o il vissuto psicologico delle nuove generazioni, rintracciabili nella precarietà relazionale di progetti come Hype(2025) e nelle dinamiche investigative de Il Clandestino(2024).
Il lato oscuro della metropoli milanese: la tensione stradale di L’ultima notte di Amore e la fantascienza di Citadel: Diana
C’è poi un’evoluzione che riguarda lo spazio fisico: la Milano dei monumenti e del centro storico lascia il posto a una città notturna e infrastrutturale. I registi preferiscono esplorare i luoghi della modernità e del traffico, trasformando strade, ponti e tangenziali in veri e propri motori dell’azione. In L’ultima notte di Amore(2023), la circonvallazione e gli svincoli autostradali diventano parte integrante del meccanismo drammatico, restituendo una metropoli febbrile che viene attraversata e consumata in tempo reale dal movimento delle automobili.
Questa tendenza alla spettacolarizzazione dello spazio trova un’estrema sintesi fantascientifica nella serialità internazionale di Citadel: Diana(2024), dove luoghi simbolo della memoria e della modernità, come il Duomo, il Cimitero Monumentale e Piazza Gae Aulenti, vengono risignificati in chiave distopica, diventando quinte sceniche di un’azione globale.
Milano come immaginario globale del lusso tra House of Gucci e Il Diavolo veste Prada 2
Allo stesso tempo, Milano consolida il proprio magnetismo nell’immaginario internazionale legato al lusso, alla moda e alle dinamiche del grande capitale, confermandosi come brand globale oltre che come set. Produzioni internazionali continuano a eleggere la città a emblema visivo di potere ed estetica d’élite.
Se House of Gucci(2021) ha celebrato il fascino architettonico di Villa Necchi Campiglio e della Galleria Vittorio Emanuele II, e la serie cult Succession (2018) ha sfruttato la verticalità dei nuovi grattacieli di Porta Nuova per iconizzare la finanza globale, l’atteso ritorno dell’universo di The Devil Wears Prada 2 (2026) ribadisce il ruolo della città come capitale simbolica e reale del fashion system. Questo legame con il glamour si intreccia costantemente con la memoria pop italiana, che spazia dal realismo affettuoso e cittadino della storica trilogia di Aldo, Giovanni e Giacomo fino alle scomposizioni nostalgiche di Bang Bang Baby(2022), capace di reinventare la Milano degli Anni Ottanta tra cultura televisiva e crime visionario.
Verso il Milano Film Fest: la scusa perfetta per riscoprire una città che non è mai la stessa
Il cinema di oggi, insomma, fa una cosa molto semplice: usa Milano per quello che è adesso, una città che cambia pelle veloce. Non c’è un’unica versione della metropoli, ma tante quante sono le storie che la attraversano. I registi non si limitano a fotografare le strade e i palazzi, ma contribuiscono a creare l’idea stessa che abbiamo di Milano oggi e che avremo domani. Gli appuntamenti culturali e i festival che ciclicamente accendono i riflettori sul capoluogo lombardo diventano così non tanto il fine del racconto, quanto il pretesto ideale per fermarsi a osservare come la settima arte stia offrendo a Milano lo specchio per guardarsi, riconoscersi e, inevitabilmente, continuare a cambiare.
Noemi Ruggeri
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