Il meglio e il peggio della Milano Design Week 2026: i top e i flop di questa edizione

Come ogni anno, davanti ai metaforici titoli di coda di una manifestazione che, con i suoi alti e bassi, continuiamo ad amare. Vi raccontiamo che cosa ci ha colpito, in positivo e in negativo, e quali sono stati i nostri preferiti tra i tanti progetti visti nei giorni scorsi

Come da consuetudine, dopo aver vissuto e raccontato una nuova edizione della Design Week milanese muovendoci tra la fiera e i vari distretti del Fuorisalone, proviamo a tirare le somme. Che cosa ci ha entusiasmato nel corso della settimana? Quali sono state invece le criticità, nuove o ricorrenti? Che cosa si potrebbe provare a migliorare? Ecco tutto il meglio, e il peggio, secondo la redazione design di Artribune sintetizzato in una serie di punti.

TOP – Gli appartamenti aperti e visitabili

Interno Italiano mostra di Interni Venosta © Andrea Ferrari
Interno Italiano, la casa-museo di Interni Venosta al Fuorosalone in un appartamento progettato da Osvaldo Borsani. Photo Andrea Ferrari

A mani basse, gli appartamenti sono stati la parte migliore delle proposte allestitive di questa edizione, le tappe in assoluto più frequentate (anche in termini di file). Merito della loro dimensione domestica autentica, evocativa, fatta di storie che si sovrappongono e si contaminano. Come è successo per Interni Venosta, che ha presentato la sua nuova collezione facendola dialogare con glia ambienti signorili di una casa privata disegnata nel dopoguerra da Osvaldo Borsani, in un rimando continuo tra storico e contemporaneo. O per L’Appartamento by Artemest, che è tornato a Palazzo Donizetti, gioiello di architettura ottocentesca, inaugurando un nuovo capitolo curatoriale dedicato al tema dell’Italian Grandeur in collaborazione con cinque studi internazionali di interior design. O, ancora, per Casaornella, il progetto della designer Maria Vittoria Paggini che ogni anno reinventa totalmente gli spazi interni del suo appartamento in un mix and match eclettico e colorato fatto di arredi custom, vintage, opere d’arte, superfici materiche. Ci sono piaciuti anche Casa NM3, l’intervento realizzato da Delfino Sisto Legnani, Nicolò Ornaghi e Francesco Zorzi in via Farini, ispirato all’iconico spazio del Velvet and Silk Café di Lilly Reich e Mies Van Der Rohe, e i due progetti firmati da Studiopepe: l’Appartamento Spagnolo a Palazzo Castiglioni e The Intimacy in viale Abruzzi. E Convey, alla sua quarta edizione, che non era un appartamento ma addirittura un condominio di cinque piani, inclusa terrazza panoramica con vista sulla Torre Velasca e che per una settimana ha ospitato una vera e propria comunità di marchi e designer.

TOP – La programmazione dei musei durante il Salone

Eames Houses. Foto Gianluca Di Ioia - GDI STUDIO
The Eames Houses, Triennale Milano, photo Gianluca Di Ioia, GDI Studio

Nei giorni scorsi, oltre agli eventi in giro per la città, abbiamo apprezzato molto la proposta espositiva dei musei cittadini, a partire da Triennale Milano e ADI Design Museum. In entrambe le istituzioni, abbiamo potuto ammirare “pezzi da novanta” del panorama moderno e contemporaneo, italiano e internazionale, partendo da The Eames Houses, la mostra curata da the Eames Office e Kettal alla Triennale dedicata ad una delle coppie d’oro del design con un focus sull’architettura residenziale  prefabbricata e modulare sviluppata negli anni Quaranta e Cinquanta (con tanto di installazione in scala della loro Case Study #8) e rari disegni d’archivio, film e fotografie. Sempre al Palazzo dell’Arte, la grande monografica Continuous Present segue la biografia di un grande maestro come Andrea Branzi,dalle prime sperimentazioni radicali con Archizoom Associati, attraverso le esperienze con Studio Alchimia e Memphis, fino allo sviluppo di un approccio antropologico al design, e rimarrà aperta anche oltre al chiusura della Design Week, fino al 4 ottobre. Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet, la prima retrospettiva realizzata in un museo italiano sullo studio londinese Barber Osgerby, invece, ha rimesso al centro della scena il design di prodotto, quello vero, fatto bene, in una edizione della Design Week che sembrava spingere soprattutto su altri temi. Al museo dell’ADI, due mostre ci hanno particolarmente colpito: la poeticissima bit by bit, prima personale italiana (fino al 7 giugno) dedicata a Haruka Misawa, tra le più rilevanti esponenti del design giapponese contemporaneo, lei cui le opere, spesso di carta, trasformano il quotidiano in esperienza percettiva. E quella, ahimè già terminata, dedicata agli 80 anni di Oluce conalcuni pezzi  (e schizzi originali!) firmati da Tito Agnoli, Marco Zanuso, Joe Colombo e  Vico Magistretti.

TOP – L’artigianato raccontato bene

When Apricots Blossom Commisioned by ACDF - Palazzo Citterio, MDW 2026. Image Credit ACDF
When Apricots Blossom, mostra uzbeka curata da Kulapat Yantrasast a Palazzo Citterio, courtesy of Uzbekistan Art and Culture Development Foundation (ACDF) 

Per la prima partecipazione dell’Uzbekistan alla Design Week c’erano già grandi aspettative quando il progetto When Apricots Blossom era solo sulla carta, soprattutto per via della caratura dei designer coinvolti. Il racconto costruito a Palazzo Citterio si è dimostrato secondo noi all’altezza, per diversi motivi. Il primo è che ci voleva coraggio per presentarsi al mondo in maniera completamente antiretorica, partendo non da un orgoglio nazionale o da un motivo di vanto ma da un enorme problema: la situazione del Mar d’Aral, un tempo quarto lago d’acqua dolce al mondo e oggi ridotto a meno del dieci per cento del suo volume originario. Anche la scelta del pane come punto focale e dei timbri usati per decorarlo come oggetto da far reinventare a progettisti venuti da diversi paesi è sintomatica di una postura di invito al dialogo e alla condivisione che, in tempi di sovranismi e nazionalismi spinti, un pochino rincuora. L’allestimento elegante, con un paesaggio ondulato di aste che riprendeva il dettaglio dei punzoni dei timbri portandolo a una scala più architettonica, e l’uso intelligente del mezzo filmico hanno reso questo discorso più completo e più facilmente fruibile. Nello stesso filone legato alla valorizzazione dell’artigianato, ci è piaciuto molto anche il setting di Tip Studio per la mostra Insieme curata da Sabato De Sarno con la rivista Vanity Fair, che non si è limitato a sfruttare gli innegabili punti di forza dello spazio – i bagni e gli spogliatoi in disuso di un’ala della Piscina Cozzi – ma li ha saputi interpretare con un tocco delicato e poetico.

TOP – Le “Isole” della ricerca

Dropcity, Installation View ©Giovanni Hanninen
The White House. Domestic Propaganda mostra a cura degli studenti del Laboratorio di Progettazione di Interni, Politecnico di Milano, guidato da Davide Fabio Colaci e Lola Ottolini, a Dropcity. Photo Giovanni Hanninen

Tendendo l’occhio ai discorsi sentiti durante l’ultima settimana per la strada – fatti, cioè, da chi non visita Salone e Fuorisalone per lavoro e non è addentro alle dinamiche che li regolano – si potrebbe aver avuto l’impressione di avere a che fare un gigantesco carrozzone in cui l’hype e il lusso ormai contano meno del design propriamente detto. A ricordarci che non è così, o per lo meno che la Design Week non è solo questo, sono stati in particolare luoghi come Dropcity, ancora una volta fedele alla linea con i suoi laboratori a porte aperte e con le sue mostre approfondite e non scontate (quella sulla Casa Bianca, per esempio, con il suo portato anche politico). Qui, anche un gigante come Nike ha scelto di investire non nell’ennesima installazione a perdere, bensì in una piattaforma a lungo termine, e di puntare tutto su prodotto e ricerca esponendo prototipi e materiali di prova mai visti prima. Un’altra isola, di nome e di fatto, nel panorama del Fuorisalone è stata la Prototype Island di Singapore in Foro Bonaparte, una specie di carotaggio di quello che sta succedendo, in termini di studio e di ricerche, nella città-Stato asiatica con i progetti di quindici designer locali in cui lo spirito inclusivo del design sociale incontra la tecnologia. Nerdissimo e molto affascinante, infine, il lavoro dichiaratamente senza scopo pratico di Takt Studio nella chiesa di San Bernardino alle Monache, con cento soluzioni progettuali illustrate attraverso piccoli interventi operati con la stampa 3d su rametti d’albero  trovati passeggiando nella natura.

TOP – Nel borsino dei distretti sale Porta Venezia

Deoron
Deoron in via Padova 11, courtesy of Deoron

Tra i distretti, quello che quest’anno ci ha sorpreso maggiormente – in termini di crescita, freschezza e qualità delle proposte messe in campo – è stato senza dubbio quello il Porta Venezia Design District, che come tema ha presentato Design is Act ispirandosi al pensiero di Tomás Maldonado e all’idea che il design non è mai esercizio formale, ma atto di responsabilità e consapevolezza. C’è stata una crescita anche in termini saziali e geografici, con il nuovo polo di Città Studi Design Hub che ha esteso il raggio d’azione del distretto verso l’area universitaria, segnato dalla scenografica installazione site-specific del brand 6 AM negli spogliatoi della storica Piscina Romano. Tra tutte le installazioni però, ad entusiasmarci è stata la collettiva curata dalla piattaforma Deoron negli spazi di Factory Eleven, un’ex fabbrica di cuscinetti a sfera in via Padova: oltre settanta pezzi di designer, brand noti e studi indipendenti da tutto il mondo distribuiti in 800 metri quadri. A colpirci qui, oltre allo spazio industriale, la qualità altissima degli oggetti selezionati e il loro set-up: posizionati su carrelli smaltati, potevano infatti variare la loro coreografia espositiva, innescando un gioco di interazioni dinamiche con i visitatori. Particolare attenzione al tema del sound design, in primis con la monumentale installazione acustica della manifattura tedesca New Fidelity e con una listening room privata. Sorprendente e raffinatissimo (incluso l’elefante gigante che tanti hanno fotografato e che, dietro il suo aspetto giocoso, aveva un messaggio serio).

FLOP – L’impatto sulla città (e il fatto che gli olandesi se ne stiano preoccupando più di noi)

Civicity
Il libro su Civicity a villa Mirabello, photo Giulia Mura

C’è un’immagine che, al pari delle installazioni e delle code di visitatori in attesa di visitarle, descrive bene che cosa rappresenta la Design Week per molti milanesi, ed è quella di un tram carico di pendolari fermo dietro a una colonna di taxi in via Manzoni. Così tanti eventi, e così tante persone riunite in una città già di per sé molto densa portano con sé tutti i disagi dell’overtourism. Una cosa di cui tutti si lamentano a denti stretti, ma che viene vista come naturale e perfino fisiologica senza che ci si attivi mai, per cercare di mitigare fenomeni come l’aumento incontrollato dei prezzi degli alloggi o anche semplicemente per capire come viva questo periodo l’altra metà di Milano, fuori dalla bolla del design. Civicity, un progetto del Nieuwe Instituut di Rotterdam e di cheFare che abbiamo già avuto modo di raccontare su queste pagine (link?), ha avviato un ragionamento pluriennale proprio su questi temi portando dei designer e studi olandesi in residenza in zone periferiche come Chiaravalle, Quartiere Adriano, Barona e Niguarda e facendoli collaborare con realtà associative locali. Un’iniziativa che ribalta, nel suo piccolo, la logica su cui si basano manifestazioni di questo tipo: invece di usare Milano come vetrina per i propri progetti, si è scelto di usare le energie progettuali che convergono in città per disegnare dei prodotti e dei servizi che possano rendere più facile viverci e lavorarci. Il flop, naturalmente, sta nel fatto che l’istituzione olandese e il suo partner milanese siano stati gli unici a porsi il problema.

FLOP – È l’anno del collectible,s ì, ma il troppo stroppia

Raritas
 Salone Raritas, allestimento, courtesy Salone del Mobile.Milano 

Quest’anno abbiamo visto tantissimo design da collezione, o art design, un po’ dappertutto: nelle gallerie che lavorano da anni su questo particolare segmento ma anche in città, nei contenitori e nelle mostre collettive, e per la prima volta perfino in fiera, con la nuova sezione Raritas del Salone del Mobile dedicata ai pezzi unici e alle edizioni ultralimitate, alle manifatture specializzate in lavorazioni particolari e all’alto antiquariato. La scelta del Salone di aprire a questo mondo ci è sembrata condivisibile e naturale: avendo i buyer in casa, e sapendoli interessati anche a questo tipo di prodotto, tanto valeva internalizzare la connessione tra domanda e offerta. La curatela, poi, è stata giustamente stringente, e nella “lanterna” allestita da Formafantasma abbiamo visto arredi e oggetti davvero fuori scala, e non solo per quanto riguarda il prezzo: pezzi ormai storicizzati dei grandi maestri del Novecento e vere sperimentazioni fatte da designer già molto affermati come Sabine Marcelis che in carriera hanno disegnato quasi di tutto. In città, invece, ammettiamo di aver provato qualche volta un po’ di stanchezza (visiva, soprattutto) davanti alla centesima opera presentata come “collectible” e non per forza all’altezza dell’etichetta apposta. E di aver pensato che forse –  in fondo in fondo, un pochino –  si stava meglio quando si stava peggio: quando, cioè, a decidere che cosa fosse “da collezione” e che cosa no era la capacità di resistere al passare del tempo.

FLOP – La fiera delle vanità

Il meglio e il peggio della Milano Design Week 2026: i top e i flop di questa edizione
La fiera delle vanità

Con oltre 1.300 eventi complessivi, l’edizione 2026 ha registrato un’affluenza di oltre 500.000 visitatori, continuando a espandersi fino a configurarsi come un sistema diffuso che coincide con la città stessa. In questo scenario, tuttavia, l’aumento esponenziale delle proposte (e della loro narrazione prima, durante e dopo) rende sempre più complesso orientarsi e attribuire valore. Ogni evento diventa “immersivo” o “iconico”, troppo trendy per non essere vissuto, rischiando di essere travolti da ondate di FOMO (fear of missing out). E allora la vera questione è: cosa conta di più oggi, nel panorama design, scegliere di vivere (poche ma buone) esperienze autentiche o correre, correre da una location all’altra, per fare la foto che testimonia di esserci stati? Complice il sempre maggior coinvolgimento di digital storyteller e influencer, molti di questi grandi eventi internazionali ormai si sono infatti trasformati in circhi mediatici in cui la comunicazione, specialmente social, la fa da padrona. Dove tutto sembra dover avvenire ed esaurirsi nell’arco di una storia Instagram, prova provata che si era presenti. Hashtag, tag, menzioni: a funzionare è la triangolazione ossessiva che alimenta l’algoritmo. Sappiamo che il mondo va così oggi, siamo i primi ad esserne immersi, ma ci chiediamo se prima o poi saremo capaci di uscire da questa gigantesca bolla. Al netto dell’innegabile successo che ogni anno ha questa manifestazione, è lo stesso Fuorisalone nel suo comunicato di chiusura, a riflettere dicendo: “In un contesto in cui tutto è accessibile e simultaneo, il valore risiede nella capacità individuale di costruire un proprio percorso, selezionando e interpretando ciò che si attraversa, senza limitarsi a seguire flussi e tendenze”.

FLOP – Il calendario, con la sovrapposizione con l’Art Week e il 25 aprile

Il meglio e il peggio della Milano Design Week 2026: i top e i flop di questa edizione
100 Cose da non dimenticare, Repubblica del design

I nostri colleghi che hanno seguito il Miart hanno già segnalato quanto, negli anni, l’Art Week e la Design Week si siano avvicinate e quanto questa convergenza – ormai quasi una fusione completa – sia problematica per il sistema dell’arte. Ma è vero anche il contrario, soprattutto dal punto di vista del visitatore: anche per chi segue il design e magari avrebbe voglia di visitare qualche bella mostra d’arte diventa difficile farlo per mancanza di tempo e per sovrabbondanza di stimoli. Sarebbe bello, poi, per le prossime edizioni evitare di sottrarre attenzione al 25 aprile, che è un importante momento di impegno civile e di memoria e tale dovrebbe rimanere.

Giulia Marani e Giulia Mura

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Giulia Marani

Giulia Marani

Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per…

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