Si può ripercorrere tutta la carriera del mitico designer Alessandro Mendini in questa mostra a Verbania
Fino al 27 settembre 2026, 130 opere di Alessandro Mendini animano gli ambienti di Villa Giulia, riassumendo la sua parabola creativa e il modo in cui ha saputo trasformare il progetto in narrazione, gioco e poesia
Condensare la carriera – e la vita, visto che quando si parla dei maestri del design del Novecento è quasi sempre complicato tracciare una distinzione netta tra le due cose – di Alessandro Mendini (Milano, 1931 – 2019) in sette stanze di una villa Ottocentesca è un esercizio simile al Feng Shui. Bisogna scegliere un angolo d’attacco e puntare all’essenziale, rinunciando all’enciclopedicità che aveva caratterizzato, per esempio, l’importante retrospettiva curata da Fulvio Irace alla Triennale di Milano due anni fa. Mendini, che raffigurava se stesso come una curiosa creatura con corpo da architetto, testa da designer, piedi d’artista e coda da poeta, non ha soltanto progettato moltissimo ma scritto e pensato ancora di più, in un lungo ping pong tra teoria e pratica durato oltre cinquant’anni.

La mostra sul designer Alessandro Mendini a Villa Giulia in Verbania
La storica dell’arte Loredana Parmesani, profonda conoscitrice dei suoi testi e oggi curatrice della mostra Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi, a Verbania fino al 27 settembre, si è fatta guidare dalla planimetria di Villa Giulia e dalla sua catena di ambienti impreziositi da stucchi e affreschi che si susseguono come capitoli diversi di un unico racconto. A ogni stanza del palazzo fatto costruire nel 1847 da Bernardino Branca, l’inventore del Fernet, ha associato un oggetto immaginato da Mendini e scelto insieme alle figlie Elisa e Fulvia tra quelli più iconici, e da questi sette capolavori la selezione si è progressivamente allargata ad altri pezzi, disegni, dipinti e testi (130 in totale) utili per contestualizzarli, raccontandone la genesi o spiegando quale ruolo abbiano giocato nella storia personale del designer e nella grande storia del progetto.
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Sette oggetti per raccontare altrettante dimensioni progettuali
Così, la Poltrona di Paglia del 1974, costruita appositamente (e provocatoriamente) con un materiale dallo scarso, se non nullo, valore commerciale ed estraneo quanto più possibile alla logica del design industriale, diventa l’emblema della stagione radical attorno al quale si raccolgono la Lampada senza luce, il Bicchiere imbevibile, la Valigia per ultimo viaggio e altri oggetti che negano la loro funzione spostandosi su un piano diverso, di riflessione e critica sociale. La famosissima Poltrona di Proust (1978), una bergère imbottita anonima trasfigurata da un intervento pittorico alla maniera dei puntinisti come Seurat, ma con i “puntini” ingranditi al punto da renderli visibili anche da lontano e quindi fortemente caratterizzanti, si porta dietro schizzi, disegni e rivisitazioni in marmo o in ceramica realizzate in tempi più recenti. Il Mendinigrafo (1985), una specie di normografo pensato per riprodurre su qualunque superficie i suoi stilemi preferiti riempiendo il mondo di veri-falsi Mendini pre-autorizzati da lui stesso, si associa a mobili, fontane, sculture e perfino pizzi realizzati al tombolo, tutti fittamente decorati, per raccontare la riabilitazione dell’ornamento, considerato un delitto da Adolf Loos e dai suoi seguaci.

Alessandro Mendini e la casa: depositi di memoria
Il filo tematico delle stanze e della sfera domestica, come fa notare la curatrice, è profondamente mendiniano anche se lui, di fatto, di case ne ha progettate poche – e solo una per sé e per la sua famiglia, a Olda, in Val Taleggio. “Nei suoi scritti teorici, di cui da decenni mi occupo in maniera scientifica ma anche affettuosa, la stanza torna con la costanza di un’ossessione gentile”, spiega. “È il luogo dove l’individuo e lo spazio si incontrano in un dialogo che ha qualcosa di spirituale, dove il tempo si stratifica e ogni oggetto diventa frammento biografico, residuo affettivo, traccia di un vissuto che non si lascia riassumere in una funzione. La stanza è contenitore di memorie, personali e collettive”. Fu lo stesso Mendini, d’altronde, in un articolo scritti per Domus e riportato nel catalogo della mostra, a descrivere la casa dove aveva trascorso i sui primi giorni come una specie di wunderkammer riempita di oggetti che parlavano ciascuno la propria lingua. Si trattava, in effetti, di un luogo fuori dal comune: la dimora milanese degli zii, i collezionisti Marieda Di Stefano e Antonio Boschi, progettata da Portaluppi e oggi aperta come Casa Museo Boschi Di Stefano.
Alessandro Mendini e il sodalizio con Alessi: una storia piemontese
Tra i sette capitoli della mostra ce n’è uno ancorato al territorio, quello relativo al sodalizio tra Mendini e Alessi dal quale sono nati oggetti conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. La sede dell’azienda fondata da Giovanni Alessi nel 1921 e oggi guidata dal nipote Alberto, a Omegna, si trova infatti a una manciata di chilometri da Verbania. L’incontro tra il progettista e la realtà industriale avviene verso la fine degli anni Settanta, per via della rivista Modo che Mendini dirigeva, e dà il via a una collaborazione multiforme in cui quest’ultimo assume i ruoli di consulente sui generis (“così sui generis che la sua posizione non può forse essere descritta fuori da questo contesto”, scrive Alberto Alessi), architetto di due case, due ampliamenti della fabbrica e un museo d’impresa, designer di prodotti long seller come i cavatappi Alessandro M. e Anna G. e finanche storiografo, con il libro Paesaggio casalingo (Editoriale Domus, 1979). Nella stanza dedicata a questa vicenda il punto focale è rappresentato dai Cento Vasi, schierati tutti vicini come un’armata di soldatini. In questo progetto del 1992, lo stesso vaso in ceramica bianca dalla forma archetipica è stato affidato alle cure di cento artisti, designer e architetti diversi affinché ognuno di essi lo decorasse nella maniera a lui o lei più congeniale. Il risultato è, come lo definisce Loredana Palmesani, “una mappa del desiderio umano di decorare, di abitare la superficie, di trasformare la materia in significato”.
Giulia Marani
Alessandro Mendini. Cose. Stanze come mondi
Villa Giulia – Via Vittorio Veneto 6, Verbania
Fino al 27 settembre
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