A Milano vanno in mostra gli arredi della Casa Bianca. Design e architettura per parlare di propaganda

Va in scena nei tunnel degli ex Magazzini Raccordati della Stazione Centrale la mostra curata dagli studenti del Politecnico di Milano, che hanno indagato la residenza presidenziale statunitense non solo come spazio abitato, ma come dispositivo simbolico, politico e culturale in continua trasformazione. Fino al 28 aprile

È nel centro sperimentale Dropcity, nei tunnel sotto i binari della Stazione Centrale di Milano, che si scopre uno dei progetti più curiosi da visitare durante la Design Week. Come in occasione del Fuorisalone 2025, quando lo spazio fu teatro del bel progetto sugli arredi delle carceri, anche quest’anno gli ex Magazzini Raccordati offrono un inquadramento politico, oltre che culturale, sull’architettura e il design.

La mostra “The White House. Domestic Propaganda” a Dropcity

L’occasione è la mostra The White House. Domestic Propaganda, inaugurata lo scorso 26 marzo e visitabile fino al 28 aprile, dal giovedì alla domenica. Il progetto, curato dagli studenti del Laboratorio di Progettazione di Interni del Politecnico di Milano (guidato da Davide Fabio Colaci e Lola Ottolini), è l’esito di una ricerca che osserva criticamente la Casa Bianca come spazio domestico di propaganda politica, in cui l’architettura degli interni si intreccia con questioni mediatiche, sociali e culturali di carattere globale. 
La residenza ufficiale del Presidente degli Stati Uniti viene dunque indagata non tanto come luogo dell’abitare, ma in quanto dispositivo simbolico e antropologico in trasformazione continua (basti pensare all’imperiale sala da ballo che Donald Trump vorrebbe far costruire dove un tempo sorgeva l’ala est dell’edificio): macchina di rappresentazione capace di mettere in scena un’idea di società con i suoi spazi, i suoi oggetti e i suoi rituali.

The White House. Domestic Propaganda. Dropcity, Milano. Photo Giovanni Hanninen
The White House. Domestic Propaganda. Dropcity, Milano. Photo Giovanni Hanninen

Gli arredi e gli spazi della Casa Bianca raccontano le politiche culturali e sociali

L’allestimento della mostra, progettato e realizzato con il supporto tecnico di Nolostand, punta a mettere in risalto questa mutevolezza, cioè la capacità di un edificio-icona di assorbire, riorientare e proiettare significati culturali attraverso il linguaggio degli interni. Dietro alla restituzione del percorso di visita ci sono studi visuali, sperimentazioni progettuali e riflessioni critiche prodotte da più di cinquanta studenti del Politecnico. Concretamente, il pubblico si muove tra installazioni, modelli e disegni interpretativi che puntano a mettere in evidenza come lo spazio domestico possa agire da dispositivo di propaganda. Sono sette gli “episodi spaziali” che scandiscono la visita, generando una tensione non detta, ma percepibile, tra potere e domesticità (per quanto istituzionale). Continuamente reinterpretata attraverso media, cinema, televisione e piattaforme digitali, la Casa Bianca assume infatti significati mutevoli che vanno dal potere alla crisi, dalla trasparenza al conflitto. E ogni cambiamento nell’arredo dovuto ai presidenti che si sono succeduti – dalla tappezzeria agli oggetti d’uso quotidiano: tutti hanno portato alla Casa Bianca la loro impronta, seppur mai con la veemenza di Trump – diventa motivo di riflessione. Come pure il mutare dei protocolli di rappresentanza che prendono forma in uno spazio sospeso tra la dimensione privata e quella pubblica.

The White House. Domestic Propaganda. Dropcity, Milano. Photo Giovanni Hanninen
The White House. Domestic Propaganda. Dropcity, Milano. Photo Giovanni Hanninen

La Casa Bianca come archivio e palcoscenico della società

Da quando diventò residenza presidenziale ufficiale, nell’Ottocento, la Casa Bianca ha subìto diversi rimaneggiamenti strutturali, e molti interventi sull’allestimento degli interni. Dal 1961, gli arredi dismessi confluiscono nella collezione della White House Fine Arts Committee. In mostra, “la Casa Bianca è analizzata come archivio e palcoscenico: uno spazio in cui l’architettura degli interni connette personale e collettivo, pubblico e privato, norma e deviazione”, spiega Colaci. Ogni presidenza ha dovuto infatti confrontarsi con tematiche cruciali del proprio tempo: dall’integrazione delle minoranze sotto J.F. Kennedy alla crisi energetica durante la presidenza di Nixon, dal rapporto tra corpo e potere emerso con Clinton alla guerra tra culture e religioni sotto G. W. Bush, alla riflessione sulla salute pubblica promossa da Obama e first Lady, fino alla deriva dell’auto mitizzazione dell’ultima presidenza Trump. In questo contesto, ogni elemento rintracciabile nello spazio della White House si configura come un segno all’interno di un sistema simbolico più ampio.

Si spazia dai doni ricevuti dai presidenti, più o meno esibiti, raccolti nella sezione Gift Archive, al focus sulla tavola presidenziale – e sui gusti gastronomici dei celebri inquilini della Casa Bianca – dell’installazione The Dish of the Day, che è dunque pretesto per approfondire l’evoluzione delle politiche alimentari negli Stati Uniti. L’episodio sulla Deep America si concentra sul personale di servizio (“per restituire uno spaccato dell’America profonda, dove genere, integrazione e lavoro si intrecciano nelle infrastrutture invisibili che rendono il potere abitabile”), mentre Rituals of Entertainment trasforma i rituali domestici e pubblici della Casa Bianca in una scena mediatica. Common Threshold si concentra, invece, sulla recinzione della Casa Bianca come dispositivo difensivo e simbolico: spazio di attrazione turistica e, al tempo stesso, superficie di contatto per il dissenso.

Livia Montagnoli

The White House. Domestic Propaganda
Dropcity, Ex Magazzini Raccordati
Via Sammartini 56, Milano
Fino al 28 aprile 2026

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati