Che cos’è il design computazionale. Intervista all’architetto Arturo Tedeschi

“Non credo sia possibile pensare a un’architettura realmente sostenibile senza l’impiego della progettazione algoritmico/parametrica”. A dichiararlo è l’architetto e designer computazionale Arturo Tedeschi, che recentemente a Berlino ha progettato l’installazione “beCOme”. Lo abbiamo intervistato

Arturo Tedeschi, Cloudbridge, render
Arturo Tedeschi, Cloudbridge, render

Architetto e designer computazionale, classe 1979, Arturo Tedeschi vive e lavora a Milano. Il suo lavoro è stato pubblicato su diverse riviste internazionali ed esposto in tutta Europa. In qualità di consulente, ha collaborato con marchi e uffici di fama mondiale come Ross Lovegrove Studio, Zaha Hadid Architects, Adidas, Volkswagen, fornendo servizi relativi alla modellazione algoritmica, alla geometria complessa, alla fabbricazione digitale, alla realtà virtuale e alla progettazione basata sui dati. Nel 2019 è stato nominato Ambasciatore d’Italia per il Design dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Con lui abbiamo discusso del rapporto tra design e recycle, con lo sguardo rivolto sia al contesto attuale che al prossimo futuro.

Arturo Tedeschi, horizON lamp, Venezia, Palazzo Loredan. Photo Arturo Tedeschi
Arturo Tedeschi, horizON lamp, Venezia, Palazzo Loredan. Photo Arturo Tedeschi

INTERVISTA AD ARTURO TEDESCHI

Secondo Bruce Mau, designer e CEO di Massive Change Network, “il designer di successo progetta per la natura, aprendo a privilegiate opportunità di business mai viste nella storia dell’umanità. Quale posto trova il binomio design-natura nella tua professione?
Per un designer computazionale lo studio dei processi naturali rappresenta una traiettoria di ricerca imprescindibile per l’innovazione nell’ambito dell’ottimizzazione della forma, soprattutto per quanto riguarda la ricerca del minimo. Il design generativo è ormai una metodologia consolidata in ambito industriale per creare componenti in grado di fare di più con meno: dal telaio di un veicolo alla geometria tridimensionale di una valvola, fino alla creazione di nuovi materiali. Ma il design generativo si estende anche al territorio dell’immateriale, come ad esempio all’ottimizzazione dei layout per l’architettura e, in generale, all’organizzazione degli spazi e dei flussi.
Un tema per me collaterale è la ricerca di nuove interfacce in grado di dare ricchezza espressiva alla ricerca del minimo, superando una semplicistica visione biomorfa del design cosiddetto d’avanguardia. La progettazione della pelle-interfaccia è un tema fondamentale e meno esplorato di quanto si possa immaginare.

Puoi farci qualche esempio?
In generale, quando penso a nuove forme di relazione con la natura, non immagino mai un ritorno a un mondo deindustrializzato o a un livello di integrazione superficiale tra sistemi artificiali e naturali. Tendo a considerare “naturale” qualsiasi attività o espressione umana che ha dimostrato negli anni di entrare in armonia con il contesto ambientale e di creare occasioni di crescita e sviluppo. Secondo questa lettura, il binomio design-natura acquista un significato radicalmente diverso. Nel 2020 abbiamo lavorato al progetto di una lampada che ha visto l’incontro tra la stampa 3D e l’abilità dei maestri vetrai muranesi. L’isola di Murano ‒ con i suoi secoli di storia ‒ è un esempio straordinario di rapporto inscindibile tra uomo e territorio. Murano rappresenta uno dei distretti artigiani a più alta densità in Europa; se, da un lato, globalizzazione e turismo rischiano di accelerare pericolosamente i ritmi produttivi (con conseguenze sull’ecosistema lagunare), pensare a nuove “ricette” per il vetro (destinate a ridurre sostanze potenzialmente inquinanti), favorire il low-tech e valorizzare il capitale umano sono tutte strategie di design, inteso come attività di trasformazione dell’ambiente.

Hai un ruolo fondamentale nel campo della progettazione parametrica, nel cosiddetto “Algorithms-Aided Design” per citare la tua pubblicazione. Proprio grazie a questo avanzato metodo di progettazione è possibile anche ridurre gli scarti, ottimizzando l’intero processo di costruzione. Ci sono progetti realizzati o ricerche a cui stai lavorando in cui questo aspetto si fa obiettivo principale?
Abbiamo recentemente collaborato, in qualità di external suppliers, alle strategie di organizzazione di una nascente carbon-neutral smart city pensata per circa un milione di persone. La sostenibilità parte dalla relazione uomo- città e la distribuzione delle tipologie è stata ottimizzata per rendere le funzioni accessibili attraverso percorsi pedonali. La gamma di variabili in gioco non era controllabile attraverso sistemi di progettazione lineari basati su esperienza, intuizione, CAD, 3D, fogli di calcolo. Algoritmi iterativi, simulazioni e ottimizzazioni multiobiettivo sono stati gli strumenti di base per ottenere specifici obiettivi di circolazione e ridurre drasticamente l’utilizzo di mezzi di trasporto (privato e pubblico), attivando un effetto domino virtuoso all’interno dell’intero sistema. Questo metodo può generare elementi architettonici apparentemente ridondanti o costruttivamente impegnativi, ma capace di innescare una riduzione del costo e della complessità generale. Non è più possibile ragionare in termini di ottimizzazione specifica e non sistemica usando strumenti innovativi all’interno di un approccio tradizionale.

Arturo Tedeschi, bECOme. Photo Hannes Jahreis
Arturo Tedeschi, bECOme. Photo Hannes Jahreis

L’INSTALLAZIONE BECOME A BERLINO

Per l’apertura del nuovo Flagship Store a Berlino, Adidas accoglie beCOme, l’installazione sospesa stampata in 3D di diciassette metri, interamente realizzata con plastica riciclata. La scultura, che attraversa tutti i piani, simboleggia un impegno attivo a supporto della sostenibilità anche nel campo industriale. Quali sono stati gli approcci non convenzionali al concept e nella ricerca del materiale?
Credo nel valore simbolico degli oggetti e nella forma come racconto, in modo particolare per opere che non rispondono a un rigido programma funzionale. Viviamo un periodo particolarmente fortunato perché la tecnologia offre la possibilità di creare oggetti fisici aventi la stessa forza espressiva dell’arte digitale. L’installazione bECOme simboleggia l’impegno urgente di trasformare i rifiuti plastici in risorse, passando attraverso diversi processi di trasformazione; un impegno da perseguire attraverso comunicazione, educazione e azioni quotidiane. L’installazione è essa stessa una dichiarazione di sostenibilità, nascendo dalla trasformazione di plastica riciclata in filamenti utilizzati nel processo di stampa tridimensionale.

E per quanto riguarda il design delle superfici e il metodo di lavoro?
Pensare alla forma come strumento narrativo significa prima di tutto avvicinarsi alla tecnologia in modo laico, non convenzionale, sfuggendo alla celebrazione della tecnica e del materiale. La stampa 3D è un processo di fabbricazione relativamente giovane, ma caratterizzato da una forte “ritualità”, da regole e tabù, ed è spesso associata a un’estetica rigida. Al contrario, in bECOme, il flusso narrativo diventa materia densa e gravita attorno all’idea di trasformazione dei materiali plastici e di come essi possano diventare un valore all’interno di un processo circolare. Per raggiungere questo scopo la modellazione tridimensionale è stata ibridata con realtà virtuale e software di animazione digitale all’interno dei quali abbiamo animato ‒ e poi freezato ‒ un morphing dinamico che descrive la transizione materica dal plastic-waste al filamento, passando per lo stato intermedio composto da particelle e materia fluida. Se dettagli complessi e migliaia di particelle sono facilmente gestibili in ambito digitale, la relativa transizione a oggetti reali ha richiesto lo sviluppo di decine di righe di codice per il controllo degli ugelli che è andato ben oltre il comune problem-solving legato agli sbalzi, agli spessori minimi e ai supporti. Ha avuto, inoltre, un ruolo centrale la rappresentazione dei componenti tridimensionali attraverso l’utilizzo di voxel (pixel volumetrici) che ha semplificato le procedure di fusione digitale delle migliaia di oggetti 3D in una singola entità geometrica.

Arturo Tedeschi, bECOme, modello 3D. Photo Hannes Jahreis
Arturo Tedeschi, bECOme, modello 3D. Photo Hannes Jahreis

SCENARIO E PROSPETTIVE DELLA PROGETTAZIONE PARAMETRICA

Pensi che la progettazione parametrica rimarrà un settore di nicchia, destinato ai soli tecnici, o che le aziende investiranno di più per adattare questo tipo di approccio anche all’architettura diffusa e agli oggetti di uso quotidiano?
Come indirettamente affermato, non credo sia possibile pensare a un’architettura realmente sostenibile senza l’impiego della progettazione algoritmico/parametrica. La sostenibilità è oggi praticamente codificata (e lo sarà sempre di più) nell’ambito del ciclo di vita di prodotti e componenti, ma ciò non basta. Un sistema di facciata può essere performante e green se si valuta la scheda tecnica dei componenti, ma può essere paradossalmente inefficace o ridondante se prodotti, forma e layout dell’edificio non sono pensati come tessere tridimensionali di un puzzle complesso che, per ovvie ragioni, non è gestibile con gli strumenti predittivi tradizionali.

Per utenti e consumatori sta diventando sempre più importante il fatto che i prodotti derivino o vengano assemblati in processi a basso impatto ambientale. Al contempo in architettura non si riesce a fare più a meno dell’aspetto tecnologico. Verso quale orizzonte desidereresti fosse indirizzato l’intero comparto creativo del futuro?
Attenzione all’ambiente, rapporto simbiotico con la tecnologia e ricerca dell’autentico sono tutte caratteristiche della generazione post-millennial. Il mio auspicio è che il comparto creativo non sottovaluti gli aspetti immateriali e psicologici della progettazione, a ogni scala.
Il tema della sostenibilità non può limitarsi allo studio di materiali e processi a basso impatto da impiegare all’interno di tipologie ordinarie, ma deve porre l’uomo al centro. Viviamo un’epoca che impone un ripensamento profondo degli spazi e del relativo impatto psicologico. Stanno cambiando la casa, l’ufficio, gli spazi pubblici. Per decenni sono state ottimisticamente sviluppate idee di spazio visionarie per quello che ai tempi chiamavamo “telelavoro”. Ora che si chiama smart working ed è una realtà con un sapore diverso, è urgente la necessità di immaginare nuove condizioni atte a favorire la prossimità e l’interazione sociale in un mondo che si avvia verso la sovrapposizione di reale e virtuale.

Nicola Violano

https://www.arturotedeschi.com/

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Nicola Violano
Nicola Violano (1989), laurea in architettura con massima votazione e tesi sui territori di cava e le strategie di rifunzionalizzazione di un comparto lapideo. Opera nell’ambito della progettazione architettonica e contribuisce alla didattica dei corsi di Composizione architettonica presso l’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. Partecipa a numerosi workshop, tra cui OC International Summer School, le varie edizioni di Marmomacc-Stone Academy tenute in sedi differenti, Favelas con vista e altri. Espone alla Biennale di Venezia (2012) con un progetto sulle stratificazioni di Corinto, al Medi Stone Expo di Bari (2013) curando con Erika Pisa, Domenico Potenza e Marco Ragone la mostra su “Angelo Mangiarotti e la pietra di Apricena”, al MAC-Museo d’Arte Contemporanea di Lissone con il progetto Trita-Sapori selezionato per il Premio Lissone Design. Tra Italia e Germania, collabora con diverse testate, quali Artribune, Domus, Architettura di pietra, Archeologia Viva, AZ marmi e WOOmezzometroquadro, di cui è cofondatore. Oggetto delle ricerche attuali, guida anche per il lavoro condotto con Erika Pisa sull’installazione a Milano-Expo 2015 e i prodotti disegnati per alcune collezioni di design, è la temporaneità dall’archetipo.