Alla Calouste Gulbenkian Foundation di Lisbona sono in arrivo tre giorni di talk sui temi esaminati dalle mostre della Trienal de Arquitectura de Lisboa. In questa intervista Éric Lapierre, che ha diretto la terza edizione dell’appuntamento, ripercorre l’esperienza in un confronto aperto con gli omologhi internazionali.

Cinque esposizioni principali, un simposio internazionale, dieci progetti associati e altrettanti workshop: questi i numeri di A Poética da Razão, quinta edizione della Triennale di Architettura di Lisbona, che dallo scorso ottobre si snoda fra musei, centri culturali, palazzi e dimore storiche della capitale lusitana. Una grande rassegna diffusa dedicata alla cultura progettuale contemporanea, pensata come un’indagine corale sulle diverse forme della razionalità in architettura. A curare le varie sezioni, un numeroso gruppo di ricercatori ed educatori, tra cui gli italiani  Mariabruna Fabrizi e Fosco Lucarelli, fondatori dello studio parigino Microcities e della piattaforma di ricerca Socks Studio, e Ambra Fabi e Giovanni Piovene, dello studio di base a Milano piovenefabi.
Un team internazionale guidato dall’architetto e teorico francese Éric Lapierre, con cui abbiamo ripercorso i punti salienti di una manifestazione che sta crescendo a ogni edizione. E che, nella volontà di raggiungere un pubblico sempre più ampio, estende il suo programma ben oltre le date ufficiali: se infatti il sipario sulla kermesse calerà ufficialmente il prossimo 2 dicembre, ci sarà tempo ancora fino al 13 gennaio per visitare al MAAT – Central Tejo la mostra principale Economy of Means e addirittura fino al 16 febbraio per Agriculture and Architecture al CCB – Garagem Sul di Belém.

Eric Lapierre. Photo © Luísa Ferreira
Eric Lapierre. Photo © Luísa Ferreira

L’INTERVISTA

Riavvolgiamo il nastro al 2016, quando, insieme a Sébastien Marot, Fosco Lucarelli e Mariabruna Fabrizi, Ambra Fabi e Giovanni Piovene, Laurent Esmilaire e Tristan Chadney, hai vinto la call for curatorship per la quinta edizione della Triennale di Lisbona. Come è nata l’idea di proporvi come team curatoriale?
Siamo un gruppo di amici docenti: Sébastien, Fosco, Mariabruna, Giovanni, Ambra, Laurent e Tristan sono i professori che coordino nel master in Architecture & Experience dell’École d’architecture de la ville et des territoires Paris-Est. Quell’anno nel mio seminario di ricerca avevamo iniziato a indagare la razionalità in architettura: dopo due decenni di edifici-icone, senza alcuna logica né regola sia dal punto di vista formale che ambientale, era tempo di ricordare che la buona architettura si fonda sulla ragione. La Triennale di Architettura di Lisbona ci è sembrato il contesto perfetto per portare il tema al centro del dibattito.

A Poética da Razão si compone di diverse sezioni, introdotte al MAAT – Central Tejo dalla tua mostra-manifesto Economy of Means: in che modo hai esplorato la razionalità negli spazi dell’ex centrale elettrica di Belém?
Economy of Means indaga il DNA di una buona forma architettonica, proponendo un approccio progettuale basato sull’efficienza dei mezzi. L’uso del minor numero possibile di mezzi per raggiungere un obiettivo conduce infatti a una concentrazione di contenuto: è questo il presupposto per un’architettura razionale, nonché l’origine di qualsiasi forma di bellezza. Economy of Means racconta questo approccio mettendo in mostra architetture tanto del passato quanto contemporanee: idee e principi della disciplina architettonica sono infatti universali, e vengono semplicemente adattati alle esigenze e alle specificità di ogni epoca.

Come prosegue la riflessione sulla razionalità nelle altre esposizioni principali?
Ognuna delle mostre fa luce su una diversa forma di espressione della razionalità in architettura. In Agriculture and architecture, ad esempio, Sébastien Marot mostra come, fino alla rivoluzione industriale, architettura e agricoltura siano cresciute in simbiosi, proponendo di ripensare l’architettura contemporanea ricucendo questo legame secondo i principi della permacultura. Nel palacio Sinel de Cordes, Natural Beauty, a cura di Laurent Esmilaire e Tristan Chadney, guarda al rapporto tra razionalità costruttiva e forma attraverso un parallelo con la natura.

Inner Space, Triennale di Architettura di Lisbona 2019. Photo © Fabio Cunha
Inner Space, Triennale di Architettura di Lisbona 2019. Photo © Fabio Cunha

E poi ci sono i curatori italiani…
Sì. Negli spazi del MNAC, Mariabruna Fabrizi e Fosco Lucarelli esplorano con Inner Space come l’immaginazione degli architetti sia radicata nella ragione, e come questo consenta all’architettura di influenzare altri campi disciplinari, e, viceversa, di farsi influenzare. Al Culturgest Giovanni Piovene e Ambra Fabi, in What is Ornament?, hanno invece indagato il ruolo dell’ornamento oggi attraverso i suoi legami con la storia.

Un insieme eterogeneo di temi e questioni, con punti di vista piuttosto diversi fra loro.
Assolutamente sì. Ciò che però accomuna tutte e cinque le esposizioni è il fatto che il loro contenuto e la loro presentazione sono stati pensati come un unico gesto. Siamo quasi tutti sia progettisti che teorici: per noi, dunque, forma e contenuto sono un’unica cosa.

Da Chicago a Orléans, passando per Sharjah fino a Seoul, assistiamo al vertiginoso moltiplicarsi di triennali e biennali dedicate all’architettura: qual è per te il significato di queste manifestazioni?
Vedo biennali ed eventi simili come un canale per comunicare a un pubblico non solo di addetti ai lavori. In questa triennale sono a capo di un gruppo di docenti che dedica la maggior parte del suo tempo a trasmettere conoscenza: ho immaginato quindi The Poetics of Reason come un’occasione per educare all’architettura un pubblico molto più vasto rispetto ai nostri studenti. Abbiamo promosso un’idea di disciplina razionale, accessibile e comprensibile a tutti. In questo modo l’architettura diventa un sistema di conoscenza trasmissibile, in grado di suscitare dibattiti, aprire discussioni, stimolare approcci critici e dunque capace di contribuire a formare una cultura comune.

What is Ornament, Triennale di Architettura di Lisbona 2019. Photo © Fabio Cunha
What is Ornament, Triennale di Architettura di Lisbona 2019. Photo © Fabio Cunha

A dodici anni dal suo debutto, la Triennale di Architettura Lisbona è oggi un’istituzione consolidata nel panorama internazionale: quale pensi sia il suo punto di forza?
A differenza, ad esempio, delle edizioni in corso della Triennale di Oslo o della Biennale di Chicago, che hanno attinto da altre discipline quali la sociologia, la politica o l’ecologia per formulare i concept delle loro esposizioni, i team curatoriali selezionati dal consiglio della Triennale hanno sempre iscritto il loro pensiero all’interno della disciplina architettonica. Ciò non significa che a Lisbona non ci si occupa di questioni sociali o ambientali, ma che queste vengono affrontate con gli strumenti propri della nostra disciplina. Dal mio punto di vista, è un approccio molto valido: mi auguro quindi che la Triennale di Lisbona confermi questo indirizzo nelle prossime edizioni.

Concludiamo con un auspicio: come vorresti che Poetics of Reason venisse ricordata?
Come il momento in cui gli architetti hanno definito la poesia della loro disciplina, da un lato, specificamente legata alla ragione e, dall’altro, come base e genealogia di un’architettura futura, in grado di affrontare le questioni ambientali con i propri strumenti concettuali. Così da non lasciare la risposta a queste domande esclusivamente nelle mani dell’ingegneria e della tecnologia.

Marta Atzeni

https://2019.trienaldelisboa.com/

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Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.