A pochi giorni dall’annuncio del tema, Luca Galofaro racconta in anteprima ad Artribune contenuti e intenti della seconda edizione della kermesse transalpina, le cui mostre comporranno “un grande atlante della solitudine”.

Squadra che vince non si cambia. Anzi, si allarga. Torna, dall’11 ottobre al 19 gennaio 2020, la Biennale d’Architecture d’Orléans, la manifestazione dedicata all’architettura lanciata nel 2017 dal Frac Centre Orléans – Fonds Régional d’Art Contemporain. E lo fa affiancando al sodalizio curatoriale della prima edizione, composto dal direttore del centro Abdelkader Damani e Luca Galofaro, un team di curatori associati. Inconfondibile omaggio al capolavoro di Gabriel García Márquez e alla immaginaria città di Macondo in cui è ambientato, Years of Solitude è il titolo della seconda edizione della kermesse transalpina, pensata dal duo curatoriale come una riflessione sul tema della solitudine.
La solitudine è uno stato prima mentale che fisico, che si riflette sul modo in cui abitiamo il mondo”, esordisce Galofaro, “è la condizione tipica della nostra epoca: caratterizza tanto il paesaggio sociale, in cui gli individui pur stando assieme si sentono soli, quanto quello dell’architettura, sempre più marginalizzata e incapace di immaginare il futuro”. Per indagare declinazioni e mutamenti di questa condizione, Damani e Galofaro hanno rielaborato il format dell’edizione inaugurale: “La Biennale di Orleans è nata come un dialogo fra memorie passate e in divenire, fra l’architettura radicale del passato e il contemporaneo. Ma questa volta, anziché progetti, abbiamo voluto mettere a confronto paesaggi. È per questo che abbiamo deciso di aggiungere un team di curatori associati, ai quali abbiamo chiesto di raccontare le solitudini di diverse parti del mondo”.
Messe a sistema con ricerche passate e presenti, le mostre a cura di Davide Sacconi, Pierre Frey, Nora Akawi, Frida Escobedo con Luciano Concheiro e Javier Nueno (iii), Hernan Diaz Alonso e Cornelia Escher andranno a comporre “un grande atlante della solitudine”, da esplorare in diverse location diffuse nella città.

Ruy Klein, Notre Dame de La Tourette, Los Angeles, 2019. Courtesy of Ruy Klein
Ruy Klein, Notre Dame de La Tourette, Los Angeles, 2019. Courtesy of Ruy Klein

FRA LE SOLITUDINI DEL MONDO

Il percorso espositivo avrà inizio dalla sede del Frac Les Turbolences, dove “una dichiarazione d’intenti affidata ad artisti di diverse epoche – Ahmed Mater, Absalon, John Cage, Chris Marker – e a un solo architetto, il solitario John Hejduk” fornirà una bussola per orientarsi fra le solitudini del mondo. Fra queste, anche un focus sull’Italia, frutto di una partnership d’eccezione con il museo MAXXI di Roma: “Le utopie concrete di alcuni autori della collezione MAXXI – Luigi Pellegrin, Costantino Dardi, Franco Purini – dialogheranno con le architetture incompiute di Waiting Land, viaggio simbolico di Karen Lohrmann e Stefano de Martino nel paesaggio urbano italiano che ha rinunciato all’architettura, la cui solitudine sembra essere sempre più evidente”.
Ai futuri prossimi dell’esistenza umana guarderanno invece la Sci-Fi artist Lucy MacRae e l’architetto storyteller Liam Young, mentre Hernan Diaz Alonso in The architectural beast “mescolando attraverso un algoritmo i progetti di quindici autori contemporanei in un’unica grande installazione metterà in questione l’autorialità del progetto nell’era digitale”. Ad affiancare la mostra principale nel complesso firmato da Jakob + MacFarlane saranno due monografiche. In Homo faber: a narrative Cornelia Escher ripercorrerà la pratica sperimentale dell’architetto tedesco Günter Günschel, fra i mostri sacri della collezione FRAC. In My creations will speak for me Pierre Frey “riporterà alla luce la controversa e prolifica opera di Fernand Pouillon, ricostruendo il suo archivio di progetti per Algeri, attraverso disegni e gli scatti di Daphné Bengoa”.

Luigi Pellegrin, Disegni di fantasia, 1991. Collezione MAXXI
Luigi Pellegrin, Disegni di fantasia, 1991. Collezione MAXXI

DA CUBA AL MESSICO, DAL BRASILE AL GIAPPONE

Il viaggio fra le solitudini passate e presenti proseguirà poi nella Collegiale di Saint-Pierre-Le-Puellier, dove Dreams Seen Up Close a cura di Davide Sacconi racconterà l’esperienza radicale del gruppo brasiliano Arquitetura Nova, “le cui rivoluzionarie pratiche costruttive portarono i suoi membri allo scontro con il regime e al conseguente isolamento, in carcere o in esilio”. Fra le navate della chiesa sconsacrata dell’XI secolo, le architetture in cemento di Sergio Ferro, Flavio Imperio e Rodrigo Lefevre dialogheranno con gli edifici scolastici di Ricardo Porro a Cuba e le ricerche di autori contemporanei, “dagli alloggi cooperativi del collettivo Usina_ctah ispirati proprio al lavoro di Nova, alle opere di Lacaton & Vassal, fino all’ultimo film di Bêka & Lemoine, “ButoHouse”, dedicato alla casa che un danzatore di Buto sta costruendosi da solo a Tokyo”.
La geografia di Years of Solitude si estenderà al Messico con Frida Escobedo, Luciano Concheiro e Xavier Nueno (iii) che in From solitude to desolation “restituiranno in immagini e video la desolazione causata dallo smantellamento delle strutture statali di 6 paesaggi del territorio messicano”, per poi concludersi con una passeggiata sulla centralissima Rue Jeanne d’Arc, adornata dagli immaginari radicali di architetti del mondo arabo a cura di Nora Akawi.
Una biennale diffusa, costruita come un dialogo fra passato e presente, che trasformerà il Frac in un grande laboratorio in cui testare, a partire dalla memoria dell’architettura in esso custodita, le possibilità di un fare ricerca riportando alla luce tempi, luoghi e orizzonti diversi.

– Marta Atzeni

www.frac-centre.fr

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Marta Atzeni
Interessata alle intersezioni fra l'architettura e le arti, si è laureata in Architettura presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi teorica sui contemporanei sviluppi delle collaborazioni fra artisti e architetti. Collabora con l’AIAC nell’organizzazione di eventi, mostre e workshop; è parte del network di GVultaggio Architecure & Design.