Triennale di architettura di Lisbona. Intervista al duo di Microcities

Di base a Parigi, gli architetti italiani Mariabruna Fabrizi e Fosco Lucarelli si raccontano a Luca Galofaro. Dall’esperienza di Socks allo studio Microcities, fino al contributo alla Triennale di Architettura di Lisbona che prende il via nella settimana di inaugurazione del MAAT.

Mariabruna Fabrizi e Fosco Lucarelli sono due architetti appassionati. Per loro non esiste alcuna differenza tra ricerca e realizzazione, tutto è un continuo flusso di idee da trasformare in progetto. Si sono laureati a Roma e subito dopo sono andati via, per fortuna aggiungo io: è difficile resistere in Italia se si vuole portare avanti un discorso così complesso come il loro. Impossibile resistere, anche se alcuni lo hanno fatto, all’immobilità della Capitale. Hanno lavorato per farsi conoscere in un mercato molto diverso dal nostro; hanno poi costruito il loro spazio di ricerca all’interno dello studio Microcities. Hanno avuto modo di sperimentare le loro idee anche all’università, insegnando all’École spéciale d’architecture a Parigi, a Marne la Vallée, sempre a Parigi, e ora al Politecnico di Losanna. Sono arrivati, come giovani curatori, alla Triennale di Lisbona: un viaggio lento, il loro, costruito sulle tracce della memoria e su un’idea di architettura che nasce dalla stratificazione di tali tracce. Sono andati via da Roma, ma questa città se la portano sempre dietro.

Chi è Socks? Chi è Microcities?
Socks è nato nel 2006 come blog e oggi comprende un atlante esplorabile sotto diverse forme, una selezione di temi e un flusso continuo di articoli. Un nostro riferimento importante sono stati i Number Shows della curatrice di arte concettuale Lucy Lippard che già tra il 1969 e il 1974 si interessava alla progressiva dematerializzazione e al distacco dal valore delle opere d’arte originali. Microcities è invece lo studio di architettura che abbiamo fondato a Parigi nel 2012, dopo aver collaborato prima con diversi progettisti e quindi aver partecipato con il nostro nome proprio a una serie di concorsi internazionali. Se in origine Socks e Microcities erano due realtà parallele, progressivamente il lavoro teorico e la pratica architettonica sviluppata in Microcities ha trovato impulso nell’insegnamento e nello specifico e costante lavoro di scrittura e investigazione che abbiamo dedicato a Socks.

Sigurd Lewerentz, Flower Kiosk at the Malmö Cemetery – photo Karl-Erik Olsson-Snogerod - Arkitektur-och designcentrum
Sigurd Lewerentz, Flower Kiosk at the Malmö Cemetery – photo Karl-Erik Olsson-Snogerod – Arkitektur-och designcentrum

Per me, Microcities e Socks sono due facce della stessa medaglia, la dimostrazione evidente che fare ricerca, non solo attraverso il progetto di architettura, è ancora possibile. Avendo dato ordine alle informazioni in rete, svolgete un lavoro importante: disegnate una mappa di teorie diverse attraverso il tempo, in cui arte, architettura, fotografia e scrittura si sovrappongono.
Quello che puntiamo a fare con Socks e, parallelamente con Microcities, è mettere sullo stesso piano ricerche artistiche e studi utopici con progetti realizzati, in modo da sottolineare le relazioni che intercorrono tra fatti culturali, tecnica, immaginario, e sviluppare degli strumenti per intervenire su ambiti diversi della realtà. Allo stesso tempo, attraverso Socks e Microcities rivendichiamo la specificità degli attributi propri all’architettura come strumenti privilegiati in grado di analizzare e dare forma ai nostri ambienti.

In quale maniera il vostro lavoro di ricerca influenza il modo di fare architettura?
Qualsiasi progetto di Microcities, dalla scala minima di un elemento di arredo o espositivo fino a quella urbana, nasce oggi come un lavoro di sintesi su specifici temi. In seno a Socks, questi stessi temi si sviluppano attraverso raccolte di gruppi di articoli nei cosiddetti “topics”.
Allo stesso tempo, Socks si è trasformato in un progetto editoriale a lungo termine strutturato in modo analogo a un vero e proprio progetto architettonico, pur mantenendo la caratteristica originaria di parlare dell’architettura in quanto strumento conoscitivo multiforme, cercandone le tracce in diversi mezzi di espressione dell’uomo.

Triennale di Architettura di Lisbona – Andre Tavares – photo ©Valter Vinagre
Triennale di Architettura di Lisbona – Andre Tavares – photo ©Valter Vinagre

Come è nata la proposta di partecipare alla Triennale di Lisbona in veste di curatori?
Questo processo investigativo-operativo è saltato all’attenzione dei due direttori della Triennale di Architettura di Lisbona 2016: Diogo Seixas Lopes e André Tavares, tanto da chiamarci a curare i contenuti della mostra principale, intitolata The Form of Form, sviluppata insieme ai tre studi di architettura Office KGDVS, Johnston Marklee e Nuno Brandao Costa.

Io non amo la figura del curatore, perché penso sia fondamentale considerare la ricerca come una forma di progetto e quindi sono più interessato a quando sono i progettisti a pensare le mostre di architettura…
Poiché consideriamo che l’esperienza percettiva di Form of Form possa avere senso unicamente nell’esplorazione in situ, ogni scelta curatoriale è stata interpretata, sin dall’inizio, come un vero e proprio progetto architettonico. Sia, in senso stretto, se ci riferiamo alla progettazione dell’arredo espositivo, che in senso più ampio, in relazione ai contenuti e al modo in cui essi partecipano alla definizione dello spazio espositivo in una dialettica con i padiglioni concepiti e realizzati dai tre studi di architettura sopra citati.

Marco Cadioli, Necessary Lines #03, 2014 - © marcocadioli.com
Marco Cadioli, Necessary Lines #03, 2014 – © marcocadioli.com

Cosa potete anticiparci del vostro contributo alla Triennale?
Senza voler anticipare troppo, possiamo dire che la scelta più radicale è stata quella di rispondere alla ecletticità dei padiglioni con un’installazione visiva perfettamente regolare e ordinata, in grado però di creare rapporti visivi e concettuali a tutte le distanze tra i contenuti esposti. Se ogni stanza o gruppo di stanze sono dedicati a un tema formale evocato da una serie di immagini eterogenee per modalità espressive ma allo stesso tempo formalmente analoghe, alcuni particolari lavori, in forma di modelli, stampe o proiezioni, hanno il compito di guidare l’osservatore all’esplorazione delle stanze, sintetizzando i contenuti che i gruppi di opere intorno esprimono in maniera meno esplicita. Scegliendo programmaticamente di non indicare un percorso privilegiato, lasciamo il pubblico libero di immergersi nell’esplorazione di questo atlante esteso su più di mille metri quadrati, invitandolo a creare una narrazione personale. Infine, vogliamo rivolgere il nostro pensiero a Diogo Seixas Lopes, architetto e intellettuale brillante e profondo scomparso troppo presto, al quale dedichiamo questo nostro lavoro, per la fiducia che ha riposto in noi, sperando, almeno in parte, di averla ripagata.

Luca Galofaro

http://microcities.net/
http://socks-studio.com/
http://www.trienaldelisboa.com/theformofform/

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Luca Galofaro
Luca Galofaro è uno dei fondatori dello studio di architettura IaN+. Docente in urban design alla Confluence di Lione, ha insegnato a The Bartlett School of Architecture di Londra, alla Ecole Spéciale d’Architecture di Parigi e alla Kent State University di Firenze. Autore di numerosi libri, tra cui “Artscapes. Art as an approach to contemporary landscape” (Gustavo Gili, 2003 / Postmediabooks, 2006) e “Aristide Antonas” (Libria, 2015), scrive per Arte e Critica, Domus e Abitare. È autore di due blog di architettura: The Booklist e The Imagelist.