Holland Green. Non solo Design Museum a Londra

A Londra un nuovo complesso residenziale di lusso finanzia, in parte, l’intervento di recupero di un monumento del secondo dopoguerra, ora sede del New Design Museum.

OMA, Holland Green, Londra
OMA, Holland Green, Londra

Si è parlato a lungo del New Design Museum di Londra, trasferitosi nell’ex sede del Commonwealth Institute a South Kensington e aperto al pubblico dal 24 novembre 2016. Gli interni, firmati dall’architetto John Pawson e la rivalutazione di copertura e facciata di OMA con Allies & Morrison hanno suscitato entusiasmo e interesse a livello mondiale. Oltre alla fama degli architetti, ciò che rende singolare questo progetto è che fa parte di una operazione di rigenerazione urbana, quella dell’area di Holland Green, gestita dall’immobiliare Stuart Lipton. Su Kensington High Street, al confine con Holland Park, il complesso comprende infatti tre blocchi di edifici residenziali di lusso costruiti intorno al Design Museum, per un totale di 40mila mq. Il restauro dell’ex Commonwealth Institute è parzialmente finanziato da una percentuale dei ricavi di vendita degli appartamenti. Holland Green è dunque allo stesso tempo un’operazione di recupero e ri-funzionalizzazione di un bene culturale e un investimento del mercato immobiliare privato. Fra i primi, più vistosi effetti c’è il confondersi degli utenti del museo con i residenti dei lussuosi appartamenti: una situazione insolita che potrebbe avere molti lati positivi ma anche suscitare interrogativi, risultando poco convincente.

OMA, Holland Green, Londra
OMA, Holland Green, Londra

HOLLAND GREEN. IL PROGETTO DI OMA

Nel 2007 vengono affidate a OMA la pianificazione del sito e le nuove costruzioni, con il compito di dare un futuro alla preesistenza, un edificio realizzato su progetto di RMJM del 1962, chiuso al pubblico nel 2002. L’ex Commonwealth Institute è un monumento riconosciuto come bene culturale e questo vincolo ha ostacolato l’approvazione del progetto: in un primo tempo considerato troppo impattante dall’English Heritage, e poi, a seguito di modifiche, oggetto dei lavori iniziati ufficialmente nel 2010.
Il risultato finale sono tre nuovi edifici residenziali, per un totale di 54 unità abitative, che seguono l’orientamento del New Design Museum, ruotato di 45 gradi rispetto all’asse stradale. Ogni struttura ha un’altezza diversa per affinità con la conformazione urbana: l’edificio frontale risponde alla scala degli edifici di Kensington High Street, il più grande alle altezze di due strutture adiacenti al parco, entrambe degli Anni Sessanta; l’edificio più piccolo segue l’altezza del museo. Le loro forme geometriche ortogonali creano un voluto contrasto con la copertura parabolica del New Design Museum. Le facciate sono definite da file di finestre verticali identiche, interrotte da ampie terrazze e volumi aggettanti. Inoltre, nei piani interrati gli edifici ospitano una serie di spazi comuni per i residenti: un cinema, una palestra, una piscina, una spa e un parcheggio condiviso con il museo.

OMA, Holland Green, Londra
OMA, Holland Green, Londra

LA CONVIVENZA TRA PUBBLICO E PRIVATO

L’ambizioso obiettivo di progettare un’area dove il pubblico e il privato coesistono in un’unica dimensione è evidente nella pianificazione del suolo. L’edificio anteriore, arretrato rispetto alla cortina stradale, permette la realizzazione di una piazza che rappresenta il diaframma tra la città e Holland Green, un invito a entrare. Nella parte posteriore, Holland Park invade il suolo confondendosi con gli interstizi verdi tra i blocchi residenziali e il Design Museum. La vicinanza con il Victoria & Albert Museum, le Serpentine Galleries e il Royal College of Art ne assicura le potenzialità come polo d’attrazione culturale e come strumento per la rigenerazione urbana di South Kensington. Le grandi aperture degli appartamenti mettono in stretto rapporto visivo i lussuosi interni con la città e il parco, come se lo spazio comune fosse un proseguimento delle abitazioni: in una lettura economica, questo effetto diventa un punto di forza per la vendita immobiliare. Genera interrogativi e perplessità, d’altro canto, pensare alla convivenza tra i residenti, con la loro necessaria esigenza di protezione e chiusura, e l’utenza del Design Museum; una incertezza, in questo aspetto particolare del rapporto tra pubblico e privato, che potrà essere risolta solo dall’esperienza, dagli utenti stessi e dalla loro convivenza. Del resto è quando la progettazione si confronta con gli abitanti che l’oggetto architettonico diventa città.

Bianca Felicori

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Bianca Felicori
Bianca Felicori è architetto junior e studentessa del corso di Laurea Magistrale in Architettura e Disegno Urbano presso il Politecnico di Milano. Inizia il suo percorso nella redazione di Domus insieme all’ex direttore Nicola Di Battista, correlatore della sua tesi di laurea triennale “L’occhio dell’arte in Domus” dedicata al rapporto tra la disciplina artistica e quella architettonica, con il contributo di Mimmo Paladino. Dopo l’esperienza all’interno della redazione, partecipa attivamente agli eventi dedicati all’architettura in Italia - Salone Internazionale del Mobile e Biennale di Venezia. Nata a Bologna e residente a Milano, è oggi redattrice di Artribune e si occupa di architettura e arti visive.