In un maestoso ex mulino di Milano sta per nascere un nuovo polo culturale: studi, residenze, alberghetto creativo
Ludovica Virga ha rifiutato offerte milionarie per portare a termine il progetto Mulino Factory. Uno spazio dove convivono più forme d’arte. Che si aprirà alla fine del Salone del Mobile 2026
A pochi passi dal Cimitero Monumentale di Milano, sopravvive un raro esempio di archeologia industriale che ha scelto di non piegarsi alla trasformazione immobiliare. Proprio in Via Aosta 2, un ex mulino risalente al 1929 continua a vivere, reinventandosi senza rinnegare la propria identità. L’edificio, progettato dall’ingegnere e urbanista Cesare Chiodi con la collaborazione di un giovanissimo Gio Ponti, in un’epoca in cui Milano iniziava a definire il proprio volto moderno, è stato per decenni un centro produttivo legato alla lavorazione dei cereali e alla produzione di pasta. Oggi, quegli stessi spazi ospitano una realtà profondamente diversa ma non meno dinamica, ovvero la Mulino Factory.
Mulino Factory a Milano
Apre a Milano Mulino Factory
La trasformazione non è avvenuta attraverso un progetto di riconversione tradizionale, né secondo le logiche standard degli hub creativi contemporanei. Mulino Factory si configura piuttosto come una comunità in evoluzione, dove la dimensione produttiva si è spostata dal piano materiale a quello immateriale. Non si producono più beni, ma relazioni, idee e collaborazioni. Tutto secondo il volere di Ludovica Virga, nipote di Salvatore Virga, l’imprenditore che acquisì il mulino negli Anni Cinquanta. “Il mulino è stato costruito nel 1929 su progetto di Chiodi e Ponti per la famiglia Sordelli. Mio nonno lo ha poi comprato nel 1955”, spiega Virga ad Artribune in questi giorni frenetici prima dell’apertura a ridosso della Milano Design Week 2026. “Veniva dalla Sicilia, dove aveva dei molini, ma era molto avanti per il suo tempo. Ha visto in Milano la città del futuro e ha deciso di trasferirsi qui. Purtroppo, a un certo punto si è tolto la vita e mio padre, venticinquenne, ha ereditato tutto. Non era pronto a gestirlo e la proprietà è rimasta bloccata e frammentata per anni”.
Ludovica Virga ha un trascorso da stilista con il suo brand Mua Mua, che ancora porta avanti con passione, e fino a poco tempo fa viveva a Bali. Poi decide di tornare in Italia, a Milano, e di dare nuova vita a un progetto che con gli abiti non c’entra nulla, ma ha piuttosto a che fare con la creatività. Quella vera. “Quando l’ho preso in mano ho fatto un cambio radicale, dando una visione basata su creatività e co-living”, afferma. “Infatti, l’ho chiamato Mulino Factory: è un mix tra il mulino e la Factory di Andy Warhol. Ho fatto una vera e propria selezione delle persone che vivono qui. Se non trovo la persona giusta, preferisco lasciare lo spazio vuoto. Oggi abbiamo anche una piccola waiting list”. Tra i residenti figurano personalità provenienti da ambiti diversi. L’artista Lola Montes Schnabel lavora ai suoi dipinti in uno degli studi, mentre l’architetto Sofia Albrigo sviluppa progetti negli spazi adiacenti. Attività imprenditoriali come Cashberry condividono lo stesso ecosistema con realtà legate al benessere fisico, come Tyger Gym, dove si svolgono allenamenti e discipline come il Taekwondo. All’interno degli ambienti, la stratificazione del tempo è evidente. La luce naturale filtra dalle grandi finestre e si posa su pavimenti, restituendo la percezione di un luogo che conserva memoria del proprio passato. In questo contesto, le attività si sviluppano in modo spontaneo, quasi organico: studi aperti, momenti di concentrazione alternati a pause informali, incontri casuali che si trasformano in opportunità progettuali.
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Mulino Factory a Milano
Tom Dixon torna al Salone 2026
Di fatto, in un solo luogo, convivono per il momento una palestra, un bar e una galleria d’arte. E se ciò è possibile, è anche merito della ristrutturazione a firma dello Studio Uao. Ma la chicca è l’hotel, riconvertito dallo studio Drs di Tom Dixon, che aprirà al pubblico le sue dodici stanze al termine del Salone del Mobile 2026. Il designer britannico Dixon ha diretto creativamente il progetto, fornendo poi le luci, ma Virga precisa che altre partnership hanno contribuito alla realizzazione di questo “alberghetto che voglio trasformare in un ibrido tra artist residency e foresteria. Alcune camere saranno affittate, altre offerte agli artisti. I ricavi serviranno a finanziare eventi culturali e la galleria. Gli artisti lasceranno delle opere e costruiremo nel tempo una collezione”. L’obiettivo è dare un luogo al suo bisogno di fare comunità, collaborare tra persone per ottenere qualcosa di grandioso. Rifiuta settimanalmente offerte milionarie per acquistare lo spazio, ma lei vuole tenerlo e non vederlo abbattuto per crearci degli appartamenti. E in un contesto urbano come quello milanese, segnato da una crescente pressione immobiliare e dalla proliferazione di residenze di lusso, la scelta di mantenere viva una “fabbrica” (seppur di idee) assume un valore simbolico. Il nome stesso richiama esplicitamente la Factory di Andy Warhol, ma il parallelismo più significativo non è di natura estetica. È nella dinamica interna, nella capacità di generare connessioni imprevedibili e processi creativi collettivi. Mulino Factory rappresenta così un modello alternativo di rigenerazione urbana: un luogo che non si limita a conservare il passato, ma lo utilizza come base per nuove forme di produzione culturale. Un’eredità industriale che vuole continuare a generare valore.
Giulio Solfrizzi
Mulino Fatory Via Aosta 2 Milano
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Giulio Solfrizzi
Barese trapiantato a Milano, da sempre ammaliato dall’arte del vestire e del sapersi vestire. Successivamente appassionato di arte a tutto tondo, perseguendo il motto “l’arte per l’arte”. Studente, giornalista di moda e costume, ma anche esperto di comunicazione in crescita.