A Madrid la mostra che ricompone l’ultimo capolavoro di Annibale Carracci

Si dipana fra Italia e Spagna l’intricata vicenda degli affreschi della cappella Herrera nell’attuale Chiesa del Sacro Cuore a Roma. A raccontarla è la mostra al Prado di Madrid: ne abbiamo parlato con il curatore

La splendida mostra che si è aperta in questi giorni al Museo del Prado racconta non una, ma molte storie che legano Spagna e Italia. Annibale Carracci. Gli affreschi della Cappella Herrera è un viaggio che ha inizio nella Roma dei primi anni del Seicento, quando Annibale Carracci (Bologna, 1560 – Roma, 1609) ‒ uno dei pittori più celebri dell’epoca, reduce dal successo per la decorazione di Palazzo Farnese ‒ riceve l’incarico di affrescare una cappella privata nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, a piazza Navona (oggi Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore). Sarà l’ultimo capolavoro del maestro bolognese.
La mostra – che in luglio sarà al Museo nazionale d’arte di Catalogna, a Barcellona, e, in autunno, approderà a Palazzo Barberini a Roma ‒ è curata da Andrés Ubeda, direttore aggiunto del Prado, che vi ha dedicato anni di studio. Si tratta di un evento unico perché riunisce per la prima volta 16 dei 19 frammenti dell’importante ciclo pittorico del Barocco italiano, affreschi praticamente sconosciuti e che, dalla seconda metà dell’Ottocento, sono dispersi tra Roma, Barcellona e Madrid.

Annibale Carracci. Gli affreschi della Cappella Herrera. Exhibition view at Museo Nacional del Prado, Madrid 2022
Annibale Carracci. Gli affreschi della Cappella Herrera. Exhibition view at Museo Nacional del Prado, Madrid 2022

INTERVISTA AD ANDRÉS UBEDA

Come nasce il progetto della mostra?
Nasce dalla necessità di colmare un buco nero nella vicenda artistica di Annibale Carracci. Nel 1971, lo studioso nordamericano Donald Posner (scomparso nel 2005) nella biografia dell’artista cita l’esistenza di un gruppo di opere murali, in parte andate distrutte e in parte irrecuperabili per il cattivo stato di conservazione. Questo fatto scoraggia gli studiosi successivi e porta a disinteressarsi degli affreschi.

Chi è il committente e qual è la genesi della cappella?
Juan Enríquez de Herrera è un mercante e banchiere spagnolo fra i più facoltosi della Roma tra Cinque e Seicento. Nel 1602 acquista una cappella nella chiesa di San Giacomo o Santiago degli Spagnoli (allora principale luogo di culto della corona di Castiglia) e assolda Annibale Carracci per decorarla con le storie di San Diego di Alcalá, che aveva salvato miracolosamente la vita a suo figlio; un santo umile, francescano, di origini andaluse, e dall’iconografia poco nota al tempo. Carracci esegue gli affreschi nella cappella tra il 1604 e il 1605, dapprima direttamente di sua mano, poi ‒ non potendo più salire sui ponteggi perché malato – affidando l’esecuzione materiale a tre giovani collaboratori, tutti di origini emiliane: Francesco Albani, Giovanni Lanfranco e Sisto Badalocchio. La bellezza dell’opera nel suo insieme è tale da suscitare subito l’ammirazione dei contemporanei e una fama che persiste nel tempo, con citazioni in documenti, scritti e lettere, fino all’Ottocento.

Quando e come giungono gli affreschi in Spagna?
Tra il XVIII e XIX secolo, l’influenza spagnola a Roma diminuisce e anche la chiesa di Santiago cade in stato di abbandono. Si decide perciò di trasferire le opere d’arte in Santa Maria in Monserrato, la chiesa della Corona d’Aragona nello Stato Vaticano. Nel 1833 gli affreschi della Cappella Herrera vengono perciò traumaticamente strappati dalle pareti, per fortuna per mano di Pellegrini Succi, un abile maestro di questa tecnica, al servizio del Papa; alcuni, poi, vengono custoditi nella bottega dello scultore catalano Antonio Solà, che li mostra ad appassionati e curiosi. È solo nel 1850, con il riallacciarsi dei rapporti diplomatici tra Spagna e Vaticano, che una parte dei dipinti (sedici soltanto) lascia l’Italia per giungere a Barcellona via mare. Da allora, purtroppo, la vicenda è avvolta in una nebulosa: non sappiamo come e perché nove restarono in Catalogna, alla Real Accademia di Belle Arti di San Jordi, e sette finirono a Madrid, dagli Anni Settanta chiusi nei depositi del Prado.

Annibale Carracci e Francesco Albani, San Diego de Alcalá riceve l'elemosina, 1604 05. Madrid, Museo Nacional del Prado
Annibale Carracci e Francesco Albani, San Diego de Alcalá riceve l’elemosina, 1604-05. Madrid, Museo Nacional del Prado

LA MOSTRA SU CARRACCI AL PRADO

Qual è il contributo del Prado a questa mostra?
Il nostro progetto è un esercizio di responsabilità: abbiamo restaurato e studiato a lungo i frammenti giacenti nei depositi del Prado ‒ i quattro trapezi che decoravano la volta della cappella e i due ovali dei pennacchi ‒ un lavoro di cui siamo davvero soddisfatti. I nove dipinti custoditi al Mnac – due provenienti dalla parete esterna della cappella, quattro tolti dalle pareti laterali interne, più due giganteschi San Pietro e San Paolo che fiancheggiavano l’altare, e infine il Padre Eterno della lanterna ‒ erano già stati invece restaurati a Barcellona ed esposti al pubblico nelle sale del museo.

All’appello, però, mancano alcune opere del ciclo originale di affreschi…
Sì, due tondi che decoravano la parte alta della parete dell’altare e un ovale dei pennacchi, opere che consideriamo oggi perdute. Il quadro d’altare, invece, un olio su tavola che raffigura San Diego di Alcalá che intercede per Diego Enríquez de Herrera (il figlio del committente), è esposto a Madrid e proviene dalla chiesa del Monserrato a Roma.

Com’è strutturata l’esposizione a Madrid?
Abbiamo cercato di evocare in maniera simbolica una visita alla cappella Herrera, oggi distrutta, attraverso un allestimento scenografico che ricrea un piano architettonico dello spazio reale, ma in sequenze orizzontali. Le prime due sale sono un’introduzione storica alla mostra, con la bellissima Vista di Piazza Navona del Vanvitelli (opera del 1699, prestito del Museo Thyssen), documenti e un video didattico. Le altre sale sono una sorta di ingresso e ascesa immaginari tra le pareti della cappella, fino alla sommità della lanterna. Completano la mostra, studi e disegni del Carracci e del suo circolo, la maggior parte provenienti dalla collezione della Regina Elisabetta.

Federica Lonati

Madrid // fino al 12 giugno 2022
Annibale Carracci. Los frescos de la capilla Herrera
MUSEO DEL PRADO
Paseo del Prado
www.museodelprado.es

Dati correlati
AutoreAnnibale Carracci
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Federica Lonati
Federica Lonati (Milano, 1967), giornalista professionista italiana, dal 2005 vive a Madrid. Diploma al Liceo Classico di Varese e laurea in Lettere e Filosofia all’Università Cattolica di Milano, si è formata professionalmente alla Prealpina, quotidiano di Varese, scrivendo di cronaca, ma anche di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 al 2005 ha lavorato nella redazione di Lombardia Oggi, supplemento settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero della stessa Prealpina, occupandosi delle pagine di arte, moda e classica. Dalla Spagna ha scritto articoli per Libero, Qui Touring, Corriere del Ticino e Sole 24 ore. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con Agrisole, supplemento settimanale del Sole 24 ore, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola. Oggi scrive articoli, interviste e reportage raccontando la Spagna contemporanea, la sua cultura e il suo mondo artistico. Come freelance, oltre all’impegno costante con Artribune (iniziato nel 2014), collabora con testate come Bell’Europa e Bell’Italia, Il Gambero Rosso, Interni e D di Repubblica.