Oscurato dai colleghi Adalberto Libera e Luigi Moretti, Mario De Renzi ha contribuito in realtà a scrivere un importante capitolo della architettura romana durante il Ventennio fascista.

Tra le più importanti figure dell’architettura italiana della prima metà del Novecento, Mario De Renzi (Roma, 1897-1967) è stato oscurato da personalità come Adalberto Libera o Luigi Moretti, ma le sue opere realizzate testimoniano un talento di indubbio livello, abbinato a una buona dose di visionarietà. Dopo il diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma, entra poco più che ventenne nello studio di Alberto Calza Bini, trampolino per i suoi primi successi , fra i quali spicca la costruzione delle case d’abitazione per i dipendenti del Governatorato di Roma (1925), nell’attuale piazza Mazzini , dove De Renzi e il suo socio Luigi Ciarocchi aderivano al “barocchetto”, lo stile che prevedeva il recupero di forme architettoniche tratte dall’architettura minore del Sei e Settecento romano nell’ambito delle case popolari, che torna nelle suggestive soluzioni delle case ICP al quartiere Flaminio intorno a piazza Perin del Vaga (1925-27), con citazioni da Francesco Borromini e Filippo Raguzzini. Due anni dopo De Renzi e Ciarocchi costruiscono un complesso edilizio per gli impiegati del Governatorato in via Andrea Doria, dove però la lezione del barocchetto si irrobustisce verso soluzioni più vicine all’edilizia dell’antica Roma.

I PROGETTI DI MARIO DE RENZI

La prima occasione per dare corpo alle proprie idee è la costruzione dell’isolato delle case convenzionate Federici in viale XXI Aprile, realizzato tra il 1932 e il ’37: una superficie di 15000 metri quadrati con 442 appartamenti disposti su due cortili, insieme a 70 negozi e un cinema, poi trasformato in supermercato. Un edificio dalle forme nordiche e quasi avveniristiche, che in certi punti sembra citare i disegni dell’architetto Antonio Sant’Elia: non è un caso che Bruno Zevi lo definisca “un’architettura futurista”.
Se De Renzi lo conoscono in pochi, la casa invece è nota a chi ama il cinema, visto che Ettore Scola ci ambientò nel 1977 uno dei suoi film migliori, Una giornata particolare, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni. I due si incontrano il 6 maggio 1938, unici abitanti di quella che Renato Nicolini definisce “casa metropoli”, perché tutti gli altri sono andati ad assistere all’incontro fra Hitler, appena arrivato a Roma, e il suo ospite Benito Mussolini, che gli aveva mostrato il campo aereo di Centocelle, abbellito con una serie di apparati scenici disegnati proprio da De Renzi.

Palazzina Furmanik, Roma. Photo Ludovico Pratesi
Palazzina Furmanik, Roma. Photo Ludovico Pratesi

MARIO DE RENZI E L’ARCHITETTURA FASCISTA

All’interno dell’evoluzione dell’architettura fascista Mario De Renzi occupa un posto a sé: nel dibattito che segue alla seconda mostra dell’architettura razionale nel 1931, promossa dal Movimento italiano per l’architettura razionale (MIAR), l’architetto si schiera con la fazione opposta, denominata RAMI (Raggruppamento architetti moderni italiani), sostenuta da Calza Bini. In quell’occasione si definisce “moderno sì, ma italiano”, promotore di un’architettura che esprimesse “il nuovo sì, ma con proporzioni classiche”. L’occasione per dichiarare le sue convinzioni arriva nel 1933, quando De Renzi comincia a collaborare con il trentino Adalberto Libera. Insieme firmano l’allestimento della facciata del Palazzo delle Esposizioni che ospita la Mostra della Rivoluzione Fascista, nel decennale della Marcia su Roma. Ma l’opera più importante che celebra questo felice binomio è il Palazzo delle Poste su via Marmorata (1934), che coniuga in maniera perfetta il razionalismo con le innovazioni futuriste. Il loro sodalizio viene così descritto da Bruno Zevi: “I due si integrano magnificamente: la romana mollezza trova il giusto complemento nella dura logicità e nell’asciutta ritrosia del partner trentino”.
Ormai convertito a forme più rigorose, nel 1935 De Renzi costruisce, insieme a Giorgio Calza Bini, figlio del suo maestro Alberto, la palazzina Furmanik sul lungotevere Flaminio, considerata un capolavoro del razionalismo romano: tra le sue caratteristiche più innovative figuravano le persiane scorrevoli, poi eliminate. È il canto del cigno di uno dei protagonisti della scena urbana del Ventennio, che attende ancora il giusto riconoscimento del suo valore.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.