Prosegue la nostra rassegna sui dimenticati delle arti in Italia. Dopo il pittore Mario Puccini, questa settimana vi raccontiamo la storia del poeta romano Sergio Corazzini, morto di tubercolosi a soli ventuno anni.

Tutta la dolce, rassegnata tristezza della mia vita è in un pensiero di morte”. In questo verso è riassunto il dramma della giovane e tormentata esistenza di Sergio Corazzini (1886-1907), uno dei poeti più intensi e meno conosciuti del primo Novecento, che il critico Emilio Cecchi colloca tra i crepuscolari, accanto a Guido Gozzano e Corrado Govoni, maestro e punto di riferimento del giovane Corazzini, che nasce nel conforto di una famiglia borghese romana.

LA FAMIGLIA CORAZZINI VA IN ROVINA

Suo padre Enrico era funzionario della Dataria Pontificia: la sua posizione gli permette di far studiare i due figli, Sergio e Gualtiero, al Collegio Nazionale di Spoleto. Purtroppo a causa di investimenti sbagliati la situazione economica della famiglia peggiora di colpo, e nel 1898 i ragazzi sono costretti a tornare a Roma e ad abbandonare gli studi per cercare un impiego. Sergio trova lavoro presso la compagnia di assicurazione La Prussiana, dove passava le sue giornate in una stanza buia e misera: l’unico sfogo erano le ore trascorse al caffè Sartoris, accanto alla tabaccheria gestita dal padre su via del Corso.

Sergio Corazzini
Sergio Corazzini

IL CENACOLO ROMANO E L’ESORDIO LETTERARIO DI CORAZZINI

Lì Sergio incontra un gruppo di letterati come Gino Calza-Bini, Giulio Cesare Santini, Tito Marrone , Antonello Caprino e lo stesso Govoni. Passano ore a discutere di poesia, la vera passione di Corazzini, che legge e studia Giovanni Pascoli, Gabriele d’Annunzio, Jules Laforgue e il belga Maurice Maeterlinck, vincitore del Nobel nel 1911. Ai tavoli del Sartoris il ragazzo veste in maniera elegante e ricercata, con cappelli e papillon, forse per ricordare l’agiatezza del passato, e beve grandi quantità di Pernod.
Nel 1902, a soli sedici anni, Sergio pubblica sulla rivista Pasquino de Roma la sua prima poesia in romanesco, intitolata Na bella idea, seguita da Partenza, comparsa sulle pagine di Rugantino. Poemi intrisi di una dimensione malinconica e decadente, legata alla comparsa delle prime avvisaglie della tubercolosi, malattia della quale soffriva sia la madre Carolina che il fratello Gualtiero. Così i toni dei suoi versi si riempiono di tristezza: Corazzini percepisce l’avanzare della malattia e la esprime nella raccolta L’amaro calice, pubblicata nel 1904: lo stesso anno che vede il debutto al teatro Metastasio della sua unica opera teatrale, Il traguardo, senza successo.

IL VIAGGIO A NOCERA UMBRA E L’AMORE PER TANIA

Pochi mesi dopo parte per Nocera Umbra, nella speranza che il clima possa migliorare la sua salute, sempre più precaria, come scrive all’amico Guido Sbordoni: “Io sono così debole, così fanciullo, e tremo d’angoscia, ora tremo perché il male progredisce sempre, sempre e domani non potrò uscire…”.
Nella cittadina umbra conosce una ragazza danese, Tania, della quale si innamora. Il rapporto è esclusivamente platonico, ma Sergio vagheggia i suoi capelli biondi e le sue mani bianche e sottili, come scrive in una lettera del 1906 all’amico Alfredo Tusti, riportata da Roberta degl’Innocenti: “In quell’istante in cui posso fissarla profondamente, intensamente, trafiggendole gli occhi con le lance dei miei sguardi, io mi sento così buono, così tenero, così dolce, che la mia vita fugge lenta e soave, e s’inazzurra e s’inciela”.

Sergio Corazzini Poesie edite e inedite (Einaudi, Torino 1968)
Sergio Corazzini – Poesie edite e inedite (Einaudi, Torino 1968)

IL CARTEGGIO CON ALDO PALAZZESCHI E LA MORTE

Purtroppo la vita di Corazzini non è destinata a durare a lungo: viene ricoverato nel sanatorio di Nettuno in condizioni fisiche e psicologiche molto debilitate, ma continua a scrivere.
Tornato a Roma, negli ultimi mesi di vita intrattiene un fitto carteggio con Aldo Palazzeschi, cominciato dalla recensione che Corazzini pubblica del suo primo libro di poesie I cavalli bianchi nel 1905. L’ultima lettera che Sergio scrive ad Aldo nell’inverno del 1906, pochi mesi prima di morire, è straziante: “Prega per il tuo Sergio malato, nella più povera chiesa fiorentina. Non ti ho mai pensato intensamente come ora”.
Due le raccolte più interessanti per comprendere il suo stile: l’antologia curata da Stefano Jacomuzzi (Einaudi, 1968) e Poesie, a cura di Idolina Landolfi per la Bur (Milano 1992).

– Ludovico Pratesi

LE PUNTATE PRECEDENTI

I dimenticati dell’arte. Liliana Maresca
I dimenticati dell’arte. Antonio Gherardi
I dimenticati dell’arte. Brianna Carafa
I dimenticati dell’arte. Fernando Melani
I dimenticati dell’arte. Pietro Porcinai
I dimenticati dell’arte. Giuseppe Vannicola
I dimenticati dell’arte. Alberto Martini
I dimenticati dell’arte. Il Maestro di Castelsardo
I dimenticati dell’arte. Storia del pittore Pilade Bertieri
I dimenticati dell’arte. Mario Puccini

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.