Parola all’artista di origini giamaicane Nari Ward, fra i protagonisti della mostra allestita al New Museum di New York. Un discorso a tutto tondo su razzismo e discriminazione negli Stati Uniti, guardando alla cultura, ai musei e alla didattica come possibili alleati contro le disuguaglianze.

Anche se una certa parte della società americana sembra accorgersene solo ora, sono tanti gli artisti che arricchiscono il panorama culturale statunitense con tutta la complessità di un’esperienza che affonda le radici in una storia di oppressione sistematica ed esclusione intenzionale dalle opportunità. Questa pluralità di sguardi sull’esperimento rappresentato dal Nuovo Mondo è essenziale perché i cambiamenti che stanno avvenendo da qualche mese nella cultura americana siano profondi e a lungo termine. Di questi temi abbiamo parlato con l’artista di origini giamaicane Nari Ward (St. Andrew, 1963), il cui lavoro da sempre affronta questioni sociali e politiche, concentrandosi in particolare sulle divisioni di classe dettate dal capitalismo e attingendo dalla tradizione dadaista e del readymade. La sua opera Peace Keeper (1995 ‒ ricreata nel 2020) è parte della mostra Grief and Grievance: Art and Mourning in America, in corso al New Museum di New York, di cui vi parleremo nelle prossime settimane.

INTERVISTA A NARI WARD

Come valuti la recente attenzione alle questioni razziali da parte della società americana e delle istituzioni culturali finite sotto accusa per mancanza di rappresentazione?
Sono stato giovane durante il movimento per i diritti civili e questo forse spiega il mio cinismo. Quello fu un momento di risveglio. C’erano proteste e marce, ma poi c’è stata un’interruzione: tutti pensavano che avessimo fatto abbastanza, che fosse sufficiente. E poi cos’è successo? Siamo tornati a una sorta di normalità, ma quella normalità non è giustizia. È una pervasiva struttura di potere maschile e bianco che non viene criticata. Pensavamo che il mercato avrebbe portato il cambiamento, che con la globalizzazione il mercato si sarebbe evoluto verso l’equalizzazione di comunità e Paesi diversi e ora vediamo che non è assolutamente così. C’era idealismo in quel momento, ma alla fine il sistema si è trasformato in un modo più evoluto per mantenere le persone al loro posto, per mantenere lo status quo. Ma lo status quo è la cosa più difficile da mettere in discussione perché determina anche ciò che culturalmente viene sintetizzato e presentato. Oggi con Black Lives Matter vediamo molti giovani, ma mi chiedo se il movimento sarebbe stato così dinamico senza il COVID.

Spiegati meglio.
La pandemia ha fatto crollare quella nozione fittizia di successo che è il sogno americano. L’obiettivo di farsi un’istruzione, trovare lavoro, salire la scala economica, entrare a far parte del sistema di potere, ottenere ricchezza materiale: la pandemia ha spazzato via tutto ciò, ha smantellato quella finzione e le persone sono più inclini a mettere in discussione ciò che è importante per loro. Caduta la finzione, la gente si rende conto che ciò che è davvero importante è l’equità morale.

E come si raggiunge? Le istituzioni culturali possono essere parte di quel cambiamento?
Essenzialmente è amare il prossimo tuo, ecco cos’è: amare i tuoi vicini e rispettarli. Ma la struttura che abbiamo avuto finora si fondava sul fatto che tu potessi determinare chi fosse il tuo vicino. Ed è quello che ha finito per essere il sogno americano: non devi amare il tuo vicino perché puoi scegliere chi è il tuo vicino. Ci sono tutte queste strutture in atto per separare i quartieri, economicamente e fisicamente. Le istituzioni culturali dovrebbero idealmente essere un luogo in cui questi vicini possano avere una conversazione, ma nei fatti rispecchiano lo stato del Paese in cui certe categorie di persone sono lasciate fuori da specifici quartieri. Quindi per me un modo più produttivo per inquadrare la conversazione è vedere chi può far parte di quel quartiere. Mi sembra che ci sia una crescente consapevolezza in questo senso, la gente inizia a interrogarsi su chi sono i suoi vicini, perché non ci sono altri tipi di individui nello stesso quartiere e come questo si rifletta sul mondo reale.

Nari Ward, Bipartition Bell, 2017. Courtesy the artist & Lehmann Maupin
Nari Ward, Bipartition Bell, 2017. Courtesy the artist & Lehmann Maupin

AMERICA E UNITÀ

Uno dei tuoi lavori più famosi e iconici è We The People, in cui riproduci le prime parole della Costituzione degli Stati Uniti con lacci di scarpe o altri materiali. Oggi quell’opera e quelle parole sono ancora più significative. In quelle parole c’è un’idea di unità. Pensi che gli americani siano mai stati un popolo, una unità?
L’esperimento americano si basa sull’idea che, a prescindere da dove vieni, puoi avere un posto a tavola. Magari non sarai lo chef, ma puoi partecipare al consumo delle cose. Ciò che ha reso l’America davvero forte è stato, all’inizio, naturalmente, la terra sottratta agli indigeni, poi la forza lavoro rubata dall’Africa, ma poi è stato il sogno che l’America ha creato per i suoi abitanti, l’idea che tu potessi venire qui da qualsiasi altra parte e avere successo, acquisire beni materiali. Ma quella storia di immigrazione incorporata nel Paese è stata temperata, oggi le persone non sono entusiaste di venire in America come lo erano una volta. Quando sono arrivato io, venendo dalla Giamaica, c’erano tutte queste mitologie sull’America che sfioravano il realismo magico. La storia oggi è molto più brutale: se lavorerai sodo potresti ottenere qualcosa.

Quindi tornando a We The People
We The People nasce con l’idea di scavare in parole che all’epoca nessuno era interessato a esaminare, parole che tutti conoscevano ma nessuno ne comprendeva veramente le implicazioni. Volevo presentarle come un’esperienza e attraverso un materiale che si riferisse al corpo, ecco perché i lacci di scarpe. Volevo far fermare le persone e farle guardare qualcosa che pensano di conoscere, portarle a riesaminare quel che ne sanno e le sue diverse componenti. Ho fatto una traduzione in arabo di quella frase e ho scoperto che la traduzione non è l’equivalente, nella lingua araba non c’è lo stesso senso di appartenenza. C’è qualcosa come noi “siamo” il popolo, non “noi il popolo”. È una frase molto diversa che implica altri, l’idea che ci sono degli altri che non sono te. Per me è stato illuminante pensare che l’idea di “noi il popolo” in altre culture potrebbe non essere nemmeno possibile da un punto di vista grammaticale

Nari Ward, Peace Keeper, 1995
Nari Ward, Peace Keeper, 1995

RAZZISMO E PEDAGOGIA

Nei tuoi lavori affronti da sempre questioni di equità e razzismo. Ritieni che, in quanto artista nero, questi temi siano una scelta obbligata?
La vera nozione di liberazione è che gli artisti di colore possano parlare di ciò che vogliono e che questo venga convalidato in quanto parte della loro esperienza. C’è la tendenza a vedere la popolazione afroamericana come un monolite, ma non è così. Ci sono così tante aspettative e atteggiamenti diversi. Non esiste un solo modo e nessun modo è giusto. Personalmente, ho sempre pensato che si parla dal proprio spazio di esperienza e il mio spazio di esperienza è molto legato alle lotte per la giustizia sociale. La mia consapevolezza della politica e del discorso culturale mi porta a parlare di disuguaglianza. Ogni artista è un narratore, vogliamo raccontare una storia e perché sia vera deve venire dalle nostre esperienze. E più a fondo puoi andare in quell’esperienza, più intensa e rivitalizzante quell’esperienza può diventare per l’artista.

Credi che l’attuale interesse delle istituzioni culturali americane nei confronti degli artisti di colore sia autentico o vedi il rischio di un fenomeno passeggero nato per le ragioni sbagliate?
Il rischio senza dubbio esiste. Ma non sono sicuro che ci sia un modo per aggirare questa cosa. L’alternativa è dire “beh, non abbiamo bisogno di loro, perché non stanno raccontando la nostra storia“. La nozione di valore è una cosa strana del mondo dell’arte. Cos’è che rende questa cosa potente, speciale, importante? Va oltre la capacità tecnica dell’artista, quindi forse il criterio è come quel qualcosa si collega alla tua esperienza. Quello che dici tu è che si possa correre il rischio di avere una selezione basata esclusivamente sulla razza? Potrebbe essere inevitabile prima di arrivare a uno spazio di conversazione in cui saremo in grado di vedere quali artisti e quali visioni reggeranno la prova del tempo e saranno quindi importanti. Chissà cosa sarà importante tra vent’anni. Nel frattempo è inevitabile che possa esserci anche della mediocrità, ma da quella mediocrità otterrai anche le esperienze necessarie per una più ampia gamma di coinvolgimento.

Il modo in cui alcuni musei stanno affrontando queste questioni, tuttavia, sembra a volte portare la conversazione nella direzione opposta. Penso al caso della cancellazione della mostra di Philip Guston…
In questo momento i musei sono eccessivamente cauti perché vedono dei possibili detonatori e quindi prendono iniziative che sono il risultato di un’ansia per ciò che potrebbe accadere, invece che usare certi argomenti scomodi o difficili come piattaforme di discussione ed educazione e invece che vedere in questi temi un’opportunità più che una minaccia. L’enfasi dei musei è troppo sulle collezioni e non abbastanza sull’istruzione. I dipartimenti didattici dei musei sono sempre il sottoinsieme della cosa principale che è l’aspetto curatoriale. L’istruzione è come il gruppo di supporto del cantante principale che è il curatore. Penso che dovrebbero invertire questo equilibrio in modo da usare quello spazio per un discorso pedagogico e aperto. Questa è la chiave: avere una conversazione aperta sulle questioni più difficili.

Maurita Cardone

New York // fino al 6 giugno 2021
Grief and Grievance: Art and Mourning in America
NEW MUSEUM
235 Bowery
https://www.newmuseum.org

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AutoreNari Ward
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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.