Fa tappa al Brooklyn Museum di New York la mostra già ospite della Tate Modern di Londra nel 2017. Un approfondimento sulla cultura afroamericana nel contesto d’oltreoceano, in un periodo storico cruciale.

Erano gli Anni Sessanta e, nonostante il Civil Rights Act del ‘57, la popolazione afroamericana degli Stati Uniti continuava ad affrontare quotidiane discriminazioni e violenze. La mostra Soul of a Nation: Art in the Age of Black Power, in corso al Brooklyn Museum, offre un ampio sguardo retrospettivo sugli anni dal 1963 al 1983, un periodo di rivoluzioni politiche, sociali ed estetiche, in cui la cultura nera cercava una propria voce e spazi d’espressione. Un ventennio durante il quale gli artisti neri americani si organizzarono in gruppi e collettivi per dare vita a un modo di fare arte socialmente significativo, che riuscisse a riflettere l’unicità e complessità dell’esperienza nera in un Paese attraversato da forti tensioni.
La mostra, organizzata dalla Tate Modern di Londra nel 2017, arriva ora al Brooklyn Museum ristabilendo la connessione con il Paese che a queste opere ha dato origine. “Portare la mostra a New York”, ci spiega Ashley James, assistente curatrice al Brooklyn Museum, “significa soprattutto avere l’opportunità di approfondire il dibattito estetico del tempo, in gran parte nato proprio all’interno del contesto newyorkese. Inoltre, il Brooklyn Museum ha una lunga storia di mostre e programmi pubblici dedicati alle importanti questioni esplorate in questa esposizione”.
I due piani del museo su cui si sviluppa la mostra raccolgono 150 opere di oltre 60 artisti che spaziano dal figurativo all’astratto, dal collage all’assemblage, dalla scultura alla performance alla fotografia.
Entrando nella prima sala, si viene accolti dalle note di Feeling Good, cantata da Nina Simone. La musica consente al visitatore di stabilire immediatamente il periodo storico e l’atmosfera di quegli anni: un momento di rabbia, ma anche di speranza, trovata nella forza collettiva di un movimento che riusciva a pervadere tutti gli aspetti della vita delle persone. Erano quegli gli anni, infatti, in cui la comunità afroamericana si organizzava in strutture di supporto ai cittadini, nel tentativo di colmare le carenze di una società che spesso dimenticava quella parte della popolazione.

A sx, Elizabeth Catlett, Black Unity, 1968. A dx, Faith Ringgold, #18. The Flag Is Bleeding, 1967, dalla serie The American People. Installation view at Brooklyn Museum, New York 2018
A sx, Elizabeth Catlett, Black Unity, 1968. A dx, Faith Ringgold, #18. The Flag Is Bleeding, 1967, dalla serie The American People. Installation view at Brooklyn Museum, New York 2018

POLITICA E SOCIETÀ

La mostra è divisa in due parti. La prima, al quarto piano, è organizzata secondo un ordine geografico che, partendo dalla New York del 1963, offre al visitatore una cornice di riferimento legata a realtà territoriali che hanno dato specifiche connotazioni alla ricerca estetica degli artisti esposti. Rispetto all’allestimento della Tate, quello di Brooklyn enfatizza maggiormente gli aspetti regionali della produzione artistica del periodo. “Siamo stati in grado di mettere insieme una sezione dedicata agli artisti del Sud, con David Driskell in primo piano”, continua James, “e di aggiungere ad altre sezioni alcuni artisti come Fred Eversley e Suzanne Jackson”.
Ampio spazio hanno, in questa sezione della mostra, i tanti movimenti, gruppi e collettivi nati nelle città americane, come Spiral Group, Kamoinge Workshop, AfriCOBRA e il femminismo nero. Tra quadri e dipinti, si riconoscono volti noti, icone del movimento, come Malcom X, Martin Luther King Jr., Angela Davis, Fannie Lou Hamer, John Coltrane, ed emerge l’eco di drammatici momenti storici come la marcia su Washington, quella da Selma a Montgomery o la sommossa di Watts.
La seconda parte dell’esposizione si sviluppa seguendo il filo dell’innovazione estetica apportata da questi artisti, in cerca di una voce distintiva per veicolare un messaggio politico e sociale. “Il secondo piano”, riprende la curatrice, “apre a concetti e domande chiave del momento, accostando artisti provenienti da tutta la nazione. C’è comunque un dialogo tra i due piani, tanto che, dopo aver visto la sezione ‘Figurazione e astrazione’ del secondo piano, il visitatore è portato a ripensare, o magari anche a tornare indietro, a quello che ha visto al primo piano, cercando di ritrovare anche in quelle opere la stessa tensione della rappresentazione”.
La tensione è quella della ricerca di un modo nuovo e personale di essere americani, che tenesse conto delle origini come anche della storia di un popolo. Ne deriva un’estetica che è politica per definizione, anche quando non si sforza di esserlo. Spiega Ashley James: “Il gruppo AfriCOBRA riteneva che il suo stile pittorico fosse particolarmente ‘nero’ e avesse un’importanza politica: la sua estetica era informata dall’idea della musica, in particolare africana, e ritenevano essenziale che il suo lavoro potesse diventare strumento politico per migliorare le condizioni dei neri all’interno della comunità. Dall’altro lato, Emory Douglas, che svolgeva le funzioni di ministro della cultura per il Black Panther Party, creava immagini certamente politiche, ma non necessariamente lo si chiama in causa quando si parla di un’estetica specificamente nera. Al contrario, alcuni artisti astratti afroamericani consideravano il proprio lavoro politico. Tom Lloyd, per esempio, espresse l’idea che la semplice immagine di un artista nero che lavora all’interno della propria comunità avesse un peso politico. Altri non trovavano che le loro astrazioni fossero legate a una causa politica di per sé, ma ritenevano che riflettessero la cultura afroamericana a vari livelli, dall’uso dei materiali ai riferimenti culturali. Insomma questa mostra evidenzia come l’arte e la cultura afroamericane siano indistinguibili dalla cultura americana”.

David Driskell, Soul X, 1968
David Driskell, Soul X, 1968

RISCOPRIRE LE ORIGINI

Per la cultura afroamericana, gli anni del movimento per i diritti civili e del Black Panther Party furono anche anni di ri-scoperta delle origini africane, di un legame indissolubile con la madre terra. L’Africa e la sua estetica entrano nella ricerca di questi artisti in modi personali e spesso inattesi. Spiega ancora la curatrice: “Molti degli artisti in mostra si sono rivolti all’arte africana, ma ne hanno tratto lezioni diverse con risultati diversi. Per esempio, alcuni degli artisti di Los Angeles che usano l’assemblage, come Betye Saar, si sono ispirati direttamente a specifici oggetti scultorei africani visti nei musei. Mentre il gruppo AfriCOBRA di Chicago vedeva la sua estetica vibrante e colorata come radicata in un’idea più generale della musica e del movimento africani. C’è stato anche chi, come l’artista Merton Simpson, ha creato una sua galleria dedicata all’arte africana. Molti degli artisti in mostra hanno fatto diversi viaggi in Africa nel corso degli anni.  E per molti di loro il concetto stesso di astrazione era radicato nell’arte africana”.
Anche nelle opere in cui l’artista sceglie un linguaggio più astratto, questa mostra riesce comunque a parlare al visitatore in modo diretto e onesto, sfiorando a volte il limite del didascalico. Anche dove ci sono simboli e allegorie, come per esempio in The First One Hundred Years: He Amongst You Who is Without Sin Shall Cast the First Stone: Forgive Them Father For They Know Not What They Do (1963-72), di Archibald J. Motley Jr., la lettura è immediata. Come pure in The Liberation of Aunt Jemima (1972), di Betye Saar, che riprende un’immagine universalmente nota agli americani, quella dell’affabile e accogliente Mami, icona di un popolare sciroppo per dolci, e le mette in una mano una scopa e nell’altra un fucile, rovesciando l’immagine stereotipica di una servitù docile in un simbolo radicale di rivolta e orgoglio.

Wadsworth A. Jarrell, Revolutionary (Angela Davis), 1971. Brooklyn Museum © artist or artist's estate
Wadsworth A. Jarrell, Revolutionary (Angela Davis), 1971. Brooklyn Museum © artist or artist’s estate

UNA NUOVA URGENZA

Negli Anni Ottanta la blackness di quella ricerca estetica che si era nutrita di uno specifico momento politico e sociale cominciò a sbiadire nel multiculturalismo. Ma il momento attuale ripropone un carattere di urgenza che torna a chiedere l’impegno degli artisti, soprattutto di quelli che si muovono in culture di minoranza oggi minacciate da un rampante nazionalismo. “‘Soul of a Nation’”, conclude la curatrice del Brooklyn Museum, “celebra le precedenti generazioni di artisti neri innovativi, del periodo del movimento Black Power, ma vuole anche essere un ponte verso una nuova generazione di voci black che si stanno impegnando per trovare visibilità, creando scompiglio nel mainstream. Credo che l’urgenza che traspira da queste opere sia percepita e condivisa dalle tante persone che, nell’attuale momento politico, sentono un rinnovato senso di urgenza”.

‒ Maurita Cardone

New York // fino al 3 febbraio 2019
Soul of a Nation: Art in the Age of Black Power
BROOKLYN MUSEUM
200 Eastern Parkway
www.brooklynmuseum.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.