Top e flop di Arte Fiera Bologna. Il meglio e il peggio della (scorsa) settimana dell’arte

Ecco cosa ci ha convinto e cosa no, tra mostre, performance, stand e più di qualche disguido. I giudizi della redazione di Artribune

La settimana dell’arte intorno ad Arte Fiera Bologna si è svolta non senza qualche disguido e colpo di scena. Ve la abbiamo raccontata in presa diretta, vi abbiamo dato gli appuntamenti e i premi, ma ora chiudiamo il racconto con la consueta classifica del meglio e del peggio. Ecco cosa ci ha convinto e cosa no.

1. TOP – LE PERFORMANCE DI JACOPO BENASSI E TINO SEHGAL

Tino Sehgal art city Bologna ph. Irene fanizza

Bologna in questa edizione si è distinta per aver suggellato il suo legame con la tradizione performativa, in una soluzione di continuità fluida e organica. E questo è successo negli ambiti più disparati, da quello fieristico a quello pubblico. Ci ricorderemo a lungo, infatti, della performance di Jacopo BenassiUnisex, svoltasi in diversi momenti nei bagni dell’area Infopoint di BolognaFiere. Momenti liberi e “punk” in cui l’artista ha trasformato le toilette in un concerto senza palco, suonando e cantando – o meglio, reiterando la parola che dà il titolo alla performance – con il coinvolgimento del pubblico, ma anche degli asciugamani elettrici. Lirica e intima (seppur nello spazio pubblico), invece, l’azione collettiva ideata da Tino Sehgal, in cui per tre giorni 45 ballerini e interpreti hanno attraversato Piazza Maggiore, cuore della città, muovendosi, correndo e confondendosi tra la folla, ma anche fermando i passanti e raccontando loro storie personali. Un’opera senza oggetti, in cui i performer sono stati portatori e veicolo di narrazioni di gioia, dolore, morte e rinascita.

2. TOP – LE MOSTRE

Perché lo faccio perché. La vita poetica di Giulia Niccolai
Perché lo faccio perché. La vita poetica di Giulia Niccolai

Il focus ultra-italiano del nuovo corso di Arte Fiera (ormai da qualche anno) si è riflettuto abbastanza anche nelle mostre allestite in città. Zero esterofilia e grande enfasi su artisti italiani o a mezza carriera o storici. Con mostre importanti e ben congegnate.

Senza nulla togliere a Italo Zuffi, lui è solo un esempio. Un esempio lampante di come, chissà per quale ragione, ci siamo disinteressati più o meno tutti a una intera generazione di artisti italiani, e alcuni li abbiamo proprio accantonati. Zuffi è uno di quelli. Poi vai a vedere la retrospettiva al MAMbo, curata da Lorenzo Balbi e Davide Ferri, e ti accorgi che ad artisti che hanno fatto un terzo delle cose, e pure peggio, in Francia gli fanno una monografica al museo quando hanno 28-30 anni. Pensi dunque di avere almeno la scusa del “però ormai non lavora più, e se lo fa le sue opere saranno fiacche”, ma quando visiti la parte di mostra allestita a Palazzo De’ Toschi capisci che no, l’errore non ha alcuna scusante. Ma è anche il caso di Sissi che ha presentato i suoi lavori ‘anatomici’ in una ex chiesa oggi trasformata in laboratorio di restauro. Chicca assoluta la mostra su Giulia Niccolai al Padiglione Esprit Nouveau subito fuori dalla fiera. Fa eccezione la mostra del non italiano (ma assai legato all’Italia) Andreas Angelidakis curata da Antonio Grulli a Palazzo Bentivoglio. Sicuramente la più importante mostra dell’artista ateniese in Italia e con ogni probabilità la mostra più importante che abbiamo visto in questi giorni a Bologna

3. TOP – LA GESTIONE DELLE DIFFICOLTÀ E LE VENDITE

Simone Menegoi, direttore artistico Arte Fiera © Arte Fiera

I problemi logistici di Arte Fiera li abbiamo raccontati e spiegati in presa diretta. Così come, in presa diretta, abbiamo sottolineato il fatto che il direttore Simone Menegoi non ne aveva alcuna responsabilità, ma professionalmente “ci ha messo la faccia” e non si è tirato indietro, anche quando volavano gli stracci. La faccia – e i soldi – ce li ha messi pure l’Ente Fiera, restituendo il 40% di quanto versato dalle gallerie. Che non è poco, anzi. Se poi ci aggiungi che la fiera, a dire dei tanti galleristi che abbiamo intercettato, è stata tutt’altro che avara in fatto di vendite, allora i motivi per non tornarci sono davvero risibili. Anche perché il prossimo appuntamento sarà in gennaio, come in era pre-Covid, quindi senza la sovrapposizione con altri eventi che ha causato i problemi suddetti.

4. TOP – IL NUOVO SPAZIO DI FAVELLI

artefiera 2022 ph Irene Fanizza

Flavio Favelli piglia tutto ad Arte Fiera che si presenta con una collaborazione con il brand di Amaro Montenegro, una delle opere più iconiche in fiera (l’insegna “Bolognese” che aggetta sulla facciata esterna dello stand di Francesca Minini) e l’apertura di un nuovo spazio in un ex magazzino di circa 250 mq al civico 5 di viale Antonio Silvani. A tenerlo aperto gli studenti e gli ex studenti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Una operazione che mette in mostra vent’anni di carriera del grande artista italiano in un ex magazzino della città con una mega mostra personale che ci fa anche, però, chiedere, a quando in un museo?

5. FLOP – LA FIERA A MAGGIO INSIEME AD ALTRE FIERE IMPATTANTI

Arte Fiera Bologna

Che il pericolo ci fosse, era scritto. Che le scelte a disposizione non fossero molte, anche. Per non voler saltare l’appuntamento del 2022 e arginare le problematiche dovute al Covid-19 Arte Fiera Bologna si è spostata dalla consueta collocazione a inizio anno in tarda primavera, andandosi a collocare in una finestra occupata già da altre fiere impattanti gestite da Bolognafiere, con un sovraccarico di lavoro per gli allestitori e il personale tutto. Il risultato è storia, e si è configurato nei disagi vissuti dagli espositori che abbiamo raccontato qui. Certo, il bel sole delle giornate di Arte Fiera ha mitigato i nervosismi, ma forse, pandemia permettendo, sarebbe meglio tornare all’agenda originale…

6. FLOP – I SERVIZI

Arte Fiera Bologna

Saranno state le molte fiere in contemporanea, la faticosa ripresa post pandemica, il caldo bollente di maggio. Sarà quel che volete ma i servizi che il quartiere fieristico di Bologna e la città in generale hanno messo a disposizione dei visitatori non sono risultati all’altezza. Non è la prima volta, ma è successo anche stavolta. Come se non bastassero i taxi introvabili in città, impossibile rinfrancarsi con del buon cibo come ormai avviene in tutte le fiere internazionali, specie se rivolte ad un pubblico business di fascia alta. Bar, vip lounge, self service hanno rappresentato una esperienza a tratti horror sotto ogni aspetto (servizio, qualità del cibo, assortimento, tempi…) che non invoglia i collezionisti a tornare, che disincentiva al passare più ore in fiera, che in definitiva danneggia tutti. Inclusa l’immagine della città.

7. FLOP – LA MOSTRA DEDICATA ALLA GALLERIA NEON

Neon Bologna
Neon Bologna

Si chiama No Neon, no cry, la mostra dedicata alla storica galleria Neon nata nel 1981 in via Solferino a Bologna per volontà di un gruppo di amici e studenti del Dams, tra i quali Gino Gianuizzi che l’ha condotta per oltre trent’anni. Alla Neon, trasferitasi successivamente in via Avesella, poi in via Bersaglieri, infine in via Zanardi (ne abbiamo ricostruito la storia qui) è dedicata la mostra project al MAMbo di Bologna a 11 anni dalla chiusura (l’avventura di Neon si è conclusa nel 2011), comprimendo una gloriosa storia di galleria, di ritrovo di intellettuali, di anima sperimentale della città, che solo a Bologna sarebbe stata possibile in uno spazio modesto che ha dato vita ad un assembramento congelato e non sinottico, non ragionato e poco comprensibile, privo persino di foglio di sala, di questa eroica esperienza.

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