Prime impressioni da Arte Fiera 2022. Bene ma non benissimo

Arte Fiera Bologna: motivi di plauso e qualche criticità. Ecco come sta andando la prima giornata di manifestazione

Prosegue lo scombussolamento del calendario degli eventi post pandemici. Così, dopo una Biennale di Venezia atipicamente aperta in aprile, Arte Fiera di Bologna cade nella prima metà di maggio in luogo del consueto gennaio o febbraio. È probabilmente questa una delle principali ragioni per la quale l’ente fiera bolognese, solitamente organizzato, ha mostrato qualche falla.

ARTE FIERA: LE CRITICITÀ

In questi giorni BolognaFiere non si aspettava ArteFiera. La collocazione come detto è anomala e inedita. E cade in concomitanza ad altre rassegne di proporzioni ben più grandi. Risultato? Le squadre dedicate agli allestimenti sono impegnate da altre parti dell’enorme quartiere fieristico bolognese e la vicinanza tra un evento e l’altro rende facile arrivare lunghi. I problemi – rimarcati da urla e litigi nella giornata precedente all’apertura – si sono concentrati sulla copertura del cartongesso degli stand, realizzata non con il solito stucco e pittura ma con una pellicola. Soluzione adottata anche in molte fiere internazionali ma qui non riuscita al meglio, creando le tipiche «bolle» che, con il caldo di questi giorni, rischiano di aumentare di volume. Per cercare di tamponare l’insoddisfazione di alcuni operatori tuttavia la fiera diretta da Simone Menegoi ha deciso una draconiana amputazione dei costi: tutti gli espositori, a quanto pare, pagheranno il 40% in meno. Su questo tema si è esposto Marco Momoli, direttore di Business Unit Cultura BolognaFiere, che ha spiegato a Artribune: “effettivamente i problemi ci sono stati e lo abbiamo riconosciuto. Purtroppo, non erano previsti né prevedibili in quanto il tempo era poco e l’allestimento impegnativo. Ci eravamo organizzati in anticipo, selezionando un numero adeguato di squadre con competenze specifiche per allestire questo tipo di fiera. Tuttavia, quasi la metà delle squadre di montatori si è ritirata con poco preavviso a causa del Covid. Abbiamo cercato di fare il possibile per correre ai ripari ma non siamo arrivati a dare quello che volevamo. A fronte di questa problematica, ci siamo immediatamente scusati e fatto a tutti gli espositori uno sconto del 40% sulla tariffa complessiva. Un giusto riconoscimento che segna la nostra presa di consapevolezza sull’importanza della situazione“. Ha poi proseguito: “Abbiamo parlato con le gallerie cercando di fare il nostro meglio per andargli incontro. Sicuramente dal punto complessivo della qualità degli allestimenti non siamo arrivati dove avremmo voluto, ma il risultato finale funziona, complice anche la qualità delle opere esposte. Siamo quindi contenti del fatto che nessuna galleria ci abbia abbandonato; evidentemente tutto quello che abbiamo messo in atto nella volontà di dare un segnale concreto ha avuto un riscontro di fiducia“. Anche Art City, la rassegna di eventi collaterali coordinata da Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo, presenta alcune criticità organizzative. Una su tutte, il main event, ovvero la performance di Tino Sehgal in Piazza Maggiore, che è calendarizzata da venerdì a domenica, quando molti operatori del settore, soprattutto dal centro-nord, restano in città soltanto nella giornata di giovedì. Un’estensione sarebbe dunque stata gradita.

ARTE FIERA BOLOGNA: I MOTIVI DI PLAUSO

Licenziate le criticità, veniamo agli abbondanti motivi di plauso. Il programma di Art City, e ancor di più degli eventi in città magari privi del «cappello» ufficiale, è ricco e di qualità: dalla doppia mostra di Italo Zuffi al MAMbo e Palazzo de’ Toschi all’installazione di Carlos Garaicoa all’Oratorio di San Filippo Neri, dalla riscoperta di Augusto Betti a Paradisoterrestre alle bottiglie di Flavio Favelli nel Bar Maggiore. Quanto alla fiera propriamente detta, notevole il programma Op là, con nomi che vanno da Invernomuto a Luca Trevisani a Jacopo Benassi. I due padiglioni sottolineano la differenziazione fra moderno e contemporaneo (all’opposto della direzione intrapresa da miart a Milano) e soprattutto il moderno cresce in qualità grazie alla «imposizione» di un numero massimo di artisti per ogni booth, scelta coraggiosa del direttore Simone Menegoi. Da vedere, ad esempio, il focus di Pirro Cuniberti (G.A.M.) e la sfilata di capolavori di Morandi, Casorati, Pistoletto, Fontana, de Chirico e Burri da Tornabuoni, nonché l’affondo su Franca Maranò (1920-2015) da Richard Saulton. Funziona assai bene anche il mix fra storicizzati e viventi: da Mazzoleni (Torino-Londra) si affiancano Senatore, Francolino e Reimondo a Burri, Fontana e Vasarely; da Repetto (Londra, in direzione Parigi) Sassolino e Melotti.

GLI STAND DA NON PERDERE

Uno sguardo lo merita anche lo stand Non si esce vivi dagli anni ’80 da Benappi (Torino), con un maestoso Paladino del 1984.  Nel padiglione contemporaneo emerge con forza la pittura, grazie anche a una sottosezione dedicata (Pittura XXI), che fa da controcanto a quella consacrata a fotografia e immagini in movimento. Fra i nomi che spiccano, Nazarena Poli Maramotti (Sara Zanin, Roma), Francesco De Grandi (Rizzuto, Palermo – con una minipersonale che dimostra un livello altissimo di qualità dell’artista siciliano), Serena Vestrucci (Renata Fabbri, Milano), Alessandro Sciaraffa (Giorgio Persano, Torino), Franco Guerzoni (G7, Bologna). L’allestimento più intrigante? Quello che alterna le fotografie di Mimmo Jodice ai diapason di Mario Airò (Vistamare, Pescara-Milano). Ma per la lista dei 10 migliori stand vi rimandiamo ad un successivo contenuto.

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Redazione

Redazione

Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.

Scopri di più