PNA e AFAM: la mostra della XV edizione e il destino della ricerca artistica

Il destino della ricerca artistica nell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Al Premio Nazionale delle Arti XV le concrezioni materiche della ricerca sul campo. Il racconto di Antonio Bisaccia, Direttore Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari e Presidente Conferenza Nazionale Direttori Accademie di Belle Arti.

La XV edizione del PNA
La XV edizione del PNA

In Italia, il destino della ricerca artistica apre uno iato profondo e controverso dentro cui – spesso – precipitano sia le posizioni che ne difendono lo statuto sia quelle che ritengono la ricerca appannaggio delle discipline “scientifiche” stricto sensu. Qualche riflessione sul rapporto tra le strutture apicali della formazione artistica, le AFAM, e la fisionomia della ricerca artistica bisogna cominciare a farla.

IL DESTINO DELLA RICERCA IN CAMPO ARTISTICO

La ricerca nel campo delle arti e della musica incide il senso della bellezza nel solco del cuore pulsante dell’umanità. E questo all’interno di un’ecosostenibilità della conoscenza. E ci riferiamo alla bellezza in senso lato.  Il Kant della Critica del Giudizio ci viene in soccorso: “Perché il giudizio di gusto – dice Kant – consiste proprio nel chiamar bella una cosa soltanto per la sua proprietà di accordarsi col nostro modo di percepirla”. Si tratta dunque non di una bellezza in astratto, o di una bellezza oggettiva (che di per sé è un ossimoro) ma di una bellezza che è frutto di una relazione, e questo vale sia per l’arte contemporanea che per l’arte classica. Questo semplice assioma introduce una caratteristica importante per la ricerca in generale ovvero la coltivazione dell’attrito e del limite come condizione ineludibile. Dice ancora il buon Kant : “La colomba leggiera, mentre nel libero volo fende l’aria di cui sente la resistenza, potrebbe immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare nello spazio vuoto di aria”. In realtà non ci sarebbe volo senza l’attrito dell’aria. Capire dunque che gli ostacoli sono elementi fondativi della ricerca è un’idea che va a braccetto col rifiuto del cosiddetto “pensiero power point”, quel pensiero che – secondo lo studioso Frommers – “ci rende stupidi”. Mi riferisco al pensiero puntato per concetti singoli e riassuntivi, dove la capacità di sintesi è un valore sopravvalutato e dove l’eloquenza è considerata peggio della peste. Ecco, oggi il pensiero power point è stato sostituito dal “pensiero corto” dei social. “Longezza en breve scripta” diceva Jacopone da Todi, ovvero sintesi sì ma ricca di contenuti. Purtroppo però il corto ha preso il posto della brevità. E la povertà espressiva ha preso il posto della sintesi.

COMUNICAZIONE COME ATTO SOCIALE

Tornando agli ostacoli e ai limiti necessari alla ricerca, bisogna aggiungere che conoscere i propri limiti assicura la vita stessa dell’uomo, perché il limite è il lasciapassare per la ricerca; il limite è quel dono che funziona da incubatore delle idee rivoluzionarie e innovative. Prendere confidenza con il senso del limite è il modo migliore per costruire il suo superamento. Di limite in limite, il destino della ricerca, anche artistica, costruisce visioni del mondo e modifica la nostra esistenza, a partire dalla sostanza che conosciamo. Perché in fondo le cose esistono già, i colori esistono già, le note esistono già, la materia esiste già. Ciò che si deve fare è solo portare tutto questo sotto il cerchio di una ricerca non dogmatica e intrisa di tre elementi: condivisione, compenetrazione, comunicazione. Tutto ciò che si deve fare, dunque, è scoprire le cose che esistono già. E non lasciarsi sopraffare. Il secondo livello della scoperta, quello che può potenziarla o debilitarla, è la comunicazione. Spesso la comunicazione comunica solo se stessa, ovvero ha una natura squisitamente autoreferenziale. Comunicare è una parola feticcio già dalla boa di questo secolo, ed è qualcosa di molto effimero e impermanente.  Parliamo da sempre una lingua che non conosciamo. La stessa parola “comunicazione” (che pensiamo di conoscere) deriva da latino communis, ovvero dalla composizione di cum e munis: che vuol dire mettere insieme il proprio Ufficio, la propria Funzione, il proprio Dovere. Essa, in tal senso, non è dunque solo un atto di trasmissione del pensiero:   è  un atto sociale, un atto di condivisione, un atto quindi di generosità. E quando la comunicazione, intesa in questo modo, arriva dall’emittente al destinatario, attraversando le tempeste del contesto sociale, le rigide ambiguità del codice e le nebulose del canale fisico di comunicazione, essa diviene patrimonio condiviso dalla comunità (sia essa scientifica, artistica o altro). La più alta forma di conoscenza, soprattutto nella ricerca, allora ha come secondo nome la parola condivisione. E condividere è anche compartire, prendere parte, essere interessati, ovvero un invito a inter-essere, a “essere dentro” la società. Fuori dalla comunità c’è solo il deserto, ecco perché non ho mai creduto al mito romantico dell’artista tutto genio e sregolatezza: non c’è genio senza appartenenza, e questo perché il genio per essere definito ha necessità di un contesto che lo battezzi, che lo riconosca come tale. E questo avviene sia sincronicamente che diacronicamente. Esso è insomma frutto di un patto sociale, anche nel momento in cui si grida la voglia di dipartire da questo patto, infrangendo le regole. Ma le regole sono quel sistema di permessi e divieti che consentono alle infrazioni di avere un’identità.

AFAM E UNIVERSITÀ

Inoltre, è necessario superare il dramma dell’opposizione tra le cosiddette due culture. Charles Snow, in un suo celebre saggio – The two cultures and a second look – del 1963, argomentava sulla contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica e scriveva: «Il numero 2 è un numero molto pericoloso: ecco perché la dialettica è un processo pericoloso. Bisogna considerare con molto sospetto i tentativi di dividere ogni cosa in due». Il pericolo è quello del rapporto tra due modi di concepire il mondo (della formazione, della didattica, della ricerca, etc.). Applicando il concetto della divisione all’universo della formazione terziaria, AFAM e Università, possiamo affermare la medesima cosa. Ciò che è Universitas non può essere scisso nel nome di un’opposizione duale tra conoscenza scientifica e conoscenza artistica, in senso lato. Il risultato sarebbe lo stesso che si ottiene dividendo in due una molecola d’acqua. Separando i due atomi di idrogeno dall’atomo di ossigeno, l’acqua non ha più lo statuto dell’acqua. E’ tempo dunque per un’integrazione piena tra le due culture, del resto lo diceva già William Blake: “Ciò che oggi è dimostrato fu un tempo solo immaginato”. Ecco la sintesi perfetta per il superamento dell’opposizione tra le due culture. Le istituzioni Afam, al pari dell’Università, contribuiscono a debellare il “gas serra” ammorbante dell’ideologia. E lo fanno con lo spirito costruttivo della critica, ovvero con la disposizione alla separazione, alla distinzione, come dice il significato della parola critica, per poter enucleare ogni produzione di senso. L’arte è una bisillabica adescatrice scriveva lo studioso francese, Regis Debray. Essa quindi attrae ed è seduttiva, ovvero ti conduce al suo sé, per invitarti a produrre un correlativo oggettivo del tuo punto di vista che, in alcuni casi, diventa un punto di vita. Attrae talmente che Leo Longanesi ha detto: “L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati“. La trovo una definizione geniale perché narra in una sola frase tutto il dramma delle auto-mitologie, della retorica dell’incomprensione e delle aspirazioni deluse. Ma la delusione non è un tassello negativo nell’esistenza di ognuno, soprattutto nell’ambito della ricerca, anche artistica. Anzi, essa è il motore stesso della conoscenza, la reificazione delle possibilità perdute, il senso pieno che il tentativo non è che il primo passo verso l’impossibile. In una società  che celebra vincenti incalliti ed influencer debordanti, c’è bisogno di una forte dose di vaccino multivalente contro il pressappochismo virulento della superficie e della superficialità. La superficie ha senso e serve solo se sotto il suo derma abita la carne della realtà.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Ministero Università e Ricerca (@mur_gov_)

LA XV EDIZIONE DEL PNA

Ed è la realtà della ricerca artistica a cui i giovani promettenti di questa edizione del PNA XV, inaugurato dal Ministro Maria Cristina Messa, hanno dato un nome e un’identità, nel solco della madre di tutte le metafore: il viaggio. Sia esso selva oscura, cima tempestosa, siepe acquattata, ritorno a Itaca, Odissea nello spazio, terra di nessuno o inferno, purgatorio o paradiso. In tutti i casi, il viaggio è solo il destino ineludibile di tutti quegli elementi della natura che non possono che diventare il dna della nostra cultura, ovvero quel dna culturale – altra faccia del dna biologico- che scrittura il mondo come protagonista delle nostre attenzioni emotive, cercando un posto fisso nel calendario. E l’emozione, all’etimo, è l’unico carburante pulito e rinnovabile che e-muove le nostre coscienze dentro un unico destino di conoscenza. Il sistema dell’arte è, in tal senso, un’infrastruttura delle emozioni che sostiene lo sviluppo, nell’idea che la vera banca del nostro paese è l’immaginazione. La cosa che salta più agli occhi, guardando queste opere esposte al Mas.edu di Sassari (visibili fino al 15 gennaio 2022) è la mancanza dei grandi formati perché il lockdown li ha annientati. Il fatto che per tanti mesi non sia stato possibile svolgere i laboratori in presenza ha costretto spesso i ragazzi a lavorare in spazi angusti, in casa e nelle loro stanze, creando opere intimiste di formato ridotto che, all’interno degli spazi enormi del Masedu sembrano perdersi. In generale viene fuori una visione spaventata dell’inatteso, come inattesa è stata la pandemia. Per questi giovani il viaggio si è spostato in una dimensione intima, interiore, all’interno di un’esigenza di introspezione, dalla quale ripartire per creare una nuova idea di comunità. Il futuro, con loro, non è solo un’enunciazione.

Antonio Bisaccia

PNA- XV edizione
Fino al 15 gennaio 2022

Museo d’Arte MAS.EDU
Via Antonio Piga Sacerdote, 9,
Sassari SS
http://pna15.accademiasironi.it/masedu

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonio Bisaccia
Antonio Bisaccia è titolare della cattedra di prima fascia di “Teorie e metodo dei Mass-Media” presso l’Accademia Albertina di Torino. Collaboratore di riviste e quotidiani, tra i suoi libri ricordiamo "Alexandre Alexeieff: il cinema d’incisione", Book Editore, CastelMaggiore (Bo), 1993; "Effetto Snow. Teoria e prassi della comunicazione artistica in Michael Snow", Costa & Nolan, Genova, 1995 (Premio nazionale Filmcritica-Umberto Barbaro 1996); "Punctum fluens: comunicazione estetica tra cinema e arte d’avanguardia", Meltemi, 2017. Dirige la rivista “Parol- Quaderni d’Arte e di Epistemologia”, edita da Mimesis. Attualmente è Presidente della Conferenza Nazionale dei Direttori delle Accademie di Belle Arti italiane e Direttore dell’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari.