La letteratura oggi: la crisi del romanzo come sintomo di un cambiamento sociale
Per quanto ci si possa affezionare a delle forme narrative è fisiologico che le stesse cambino nel tempo. La scrittura riflette la società di cui registra e subisce crisi e trasformazioni, dunque non stupisce che oggi il romanzo, dispositivo di rappresentazione collettiva abbia ceduto il passo a narrazioni che riflettono la frammentazione della contemporaneità
L’altro giorno ho letto queste considerazioni di Christian Caliandro su Artribune, a proposito di Beppe Sebaste: “non credo che possa esistere letteratura senza comunità, credo anzi che lo ‘spazio letterario’ sia esattamente il luogo fondativo della vita comune, ciò che crea e popola moltitudini”.
Questa riflessione tocca un nodo centrale della cultura contemporanea: il rapporto tra letteratura, comunità e produzione narrativa.
Il romanzo nasce, nel tronco millenario della narrativa, tra XVII e XVIII Secolo, insieme all’ascesa della borghesia. Non è un caso. Questa nuova classe sociale presenta caratteristiche decisive per lo sviluppo di una forma letteraria più ampia, complessa e inclusiva rispetto alla narrazione medievale, rinascimentale e alla tradizione orale, che resta a lungo la forma più diffusa di racconto.
Il romanzo come forma letteraria “specchio” della borghesia
La borghesia condivide interessi economici, valori morali, aspirazioni politiche; possiede una visione del mondo relativamente coerente e, soprattutto, una “missione” storica. Il romanzo diventa così il suo specchio, ne racconta conflitti, ambizioni e contraddizioni, ma anche la fiducia nel progresso e nella costruzione di un ordine sociale.
In questo senso, il romanzo è più di una forma narrativa: è un dispositivo di rappresentazione collettiva. Presuppone un pubblico capace di riconoscersi nei personaggi e nelle situazioni, una comunità che condivida codici culturali e orizzonti simbolici. Il “Romanzo”, con la maiuscola, è dunque il prodotto di una società che, pur divisa, possiede — o cerca — assi comuni attorno a cui organizzarsi.
L’individuo separato dal mondo al centro del “Romanzo” moderno
Certo come osserva Georg Lukács, il romanzo è anche il genere tipico di un mondo in cui l’unità tra individuo e realtà si è spezzata: è la forma della perdita di un ordine armonico, in cui valori e realtà coincidevano, come nell’epica classica. Nel romanzo moderno, l’individuo è separato dal mondo e vive una frattura, perché il mondo è frammentato e i valori non sono più condivisi. E tuttavia, anche in questa “epica di un mondo senza dio”, permane un orizzonte di senso comune: il romanzo, pur rappresentando il conflitto tra individuo e società, resta interno alla koinè formale del mondo borghese, da cui non esce neppure nelle sue espressioni più avanguardistiche.
La crisi del romanzo dopo la Seconda Guerra Mondiale
Questo equilibrio si incrina nel Novecento e si spezza definitivamente dopo la Seconda Guerra Mondiale. La società si frammenta e si atomizza; le grandi narrazioni ideologiche entrano in crisi; le identità collettive si indeboliscono. Al loro posto emergono soggettività plurali, spesso isolate, che faticano a riconoscersi in un progetto comune. Nazioni, classi sociali, “popolo” tendono a perdere consistenza simbolica e vengono sostituite da ciò che è stato definito “moltitudine” (A. Negri -Impero)
In una simile condizione viene meno il terreno su cui il romanzo aveva potuto svilupparsi. La rottura non è tanto formale — la letteratura non “fa rivoluzioni” e non cambia direttamente il mondo (A. Asor Rosa-Intellettuali e classe operaia) — quanto strutturale, è l’industria culturale a imporre un mutamento di registro, mentre la forma romanzo sembra avviarsi verso il proprio “canto del cigno”, con le sublimi prove del primo Novecento, in cui un intellettuale ancora legato alla repubblica delle lettere intravede l’emergere di un nuovo mondo dominato dalle merci.
Le “narrazioni” che oggi hanno sostituito il romanzo
Non sorprende, allora, che oggi l’industria editoriale produca soprattutto “narrazioni” più che romanzi. Si tratta spesso di opere di qualità, talvolta raffinate e originali, vere e proprie prove d’artista. Tuttavia, queste opere restano isolate: non generano un immaginario condiviso, non contribuiscono a costruire una visione collettiva del mondo. Sono frammenti, esercizi di stile, che riflettono la frammentazione della società contemporanea.
La crisi del romanzo, dunque, non è semplicemente letteraria, ma il sintomo di una trasformazione più profonda: “il romanziere, con la sua tendenza alla rappresentazione, si trova, a questo riguardo, alla mercé dello Spirito del Tempo assai più degli altri artisti” (R. Scholes-R. Kellogg – La Natura della Narrativa).
L’importanza della comunità per la funzione fondativa della letteratura
Senza comunità, senza un orizzonte condiviso, la letteratura perde la sua funzione fondativa. Continua a esistere, certo, ma in forma dispersa, individuale, spesso autoreferenziale. La domanda che ne deriva è inevitabile: è possibile immaginare nuove forme di comunità capaci di generare un nuovo romanzo? Probabilmente no — e forse non avrebbe nemmeno senso, come non avrebbe senso oggi tentare di scrivere un’epica. Altre sono le forme della narrativa contemporanea — cinema, fiction, serie, social, videogiochi — e non passano necessariamente attraverso la pagina scritta, se non come supporto o matrice.
In questo scenario, i romanzieri sono spinti a cercare nuove strategie, a esplorare possibilità diverse: “i romanzieri moderni sono indotti a nuovi stratagemmi, alla scoperta di possibilità nuove nella loro arte “(R.Scholes-R.Kellogg).
Domenico Ioppolo
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