Cosa succede nel mondo dell’arte quando la fotocopiatrice irrompe nel mondo industrializzato? Una storia affascinante raccontata da uno specialista dell’editoria underground.

Nati originali, come mai che moriamo copie?
Edward Young nel 1759

Nel 1938 Chester Carlson, un fisico americano che amava lavorare ai suoi progetti in modo del tutto indipendente, si immaginò un innovativo processo di stampa che si basava su di una piastra metallica rivestita di materiale fotoconduttore a carica elettrica e un toner a polvere secca. La tecnologia però non era in grado di fornire le dovute risposte alle domande di Carlson e quindi fu necessario attendere altri vent’anni prima che la macchina fosse immessa sul mercato.
Quello che è certo è che nel 1959 fece la sua comparsa la leggendaria Xerox 914, da molti considerata il prodotto singolo di maggior successo commerciale di tutti i tempi.
La 914 è la prima macchina fotocopiatrice. Prodotto accompagnato da un’innovativa campagna pubblicitaria che mostrava come anche delle scimmie sarebbero state in grado di creare delle copie con il semplice tocco di un pulsante.

Stefano Tamburini, Snake Agent contro Mr. Szigeti, Frigidaire # 40, 1984
Stefano Tamburini, Snake Agent contro Mr. Szigeti, Frigidaire # 40, 1984

XEROX: L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE

Il termine scelto per descrivere questa nuova tecnica di stampa fu Xerografia, termine che univa al greco xeròs –secco – quello di graphía, ovvero scrittura.
Come molte volte accade alle invenzioni, anche in questo caso l’idea di Carlson è stata deviata dalla creatività fino a divenire negli anni un oggetto di culto per la sua unicità estetica, generando il movimento della Xerox Art.
L’arte Xerox – a volte chiamata anche Copy Art – è una forma d’arte nata negli Anni Sessanta, quando si cominciano a sperimentare gli effetti distorsivi e cromatici che si ottengono non coprendo perfettamente l’immagine. I primi lavori dimostrano come la curvatura dell’oggetto, la quantità di luce che raggiunge la superficie dell’immagine e la distanza della copertura dal vetro possano produrre effetti stranianti sul risultato finale, che non sta più nel semplice e immediato copiare.
Di fronte a questo nuovo processo creativo, ecco dunque che vengono descritte tecniche quali il Direct Imaging, ovvero la tradizionale copia, lo Still Life Collage, una variazione ottenuta posizionando un collage di elementi diversi sulla lastra, indagando quindi le dinamiche fra il primo piano e lo sfondo. L’Overprinting, con il quale si costruiscono strati di immagini stampando più volte sullo stesso foglio di carta; la Coloration, variazione della densità e della tonalità del colore ottenuta regolando i livelli di esposizione.

XEROX E LOW-FI: L’ESEMPIO DI STEFANO TAMBURINI

La Xerox Art è però da sempre sinonimo di low-fi viene in mente la Poor Image di Hito Steyerl – e quindi ecco i numerosi esempi di Degeneration, quando cioè si arriva alla ripetizione multipla della copia della copia fino alla degradazione dell’immagine, oppure la Copy Motion, gli effetti di trasfigurazione ottenuti spostando l’elemento sulla lastra durante il processo di scansione. A questo proposito è da ricordare il geniale Snake Agent, postmoderna opera a fumetti di Stefano Tamburini del 1980 successiva a Ranxerox, personaggio pensato come robot costruito letteralmente da pezzi di una fotocopiatrice. In Snake Agent Tamburini parte dalle tavole originali degli Anni Quaranta del fumetto Secret Agent X-9 di Mel Graff per poi stravolgerne il senso ma soprattutto l’estetica attraverso ri-assemblaggi selvaggi e soprattutto un originalissimo quanto sapiente utilizzo proprio della tecnica del Copy Motion per deformare e dotare di movimento i personaggi.
La Xerox Art non è solo una nuova modalità espressiva, ma anche un elemento che accelera e fornisce nuova linfa ad altri linguaggi artistici, pensiamo ad esempio al ruolo delle fotocopie nei collage, nel libro d’artista e nella Mail Art, come dimostra la nascita della International Society of Copier Artists (ISCA), fondata nel 1981 da Louise Odes Neaderland per promuovere la Xerox Art attraverso mostre, eventi e pubblicazioni collettive come ISCA Quarterly.

Esta Nesbitt, Studio sulla Xerografia , 1969I PRIMI XEROX ARTIST

I primi artisti il cui nome è legato alla Xerox Art sono Charles Arnold e Wallace Berman. Il primo era docente presso il Rochester Institute of Technology, sede della fabbrica dei primi modelli di fotocopiatrici Xerox, che eseguì le prime fotocopie con intento artistico a partire dal 1961. Wallace Berman, invece, chiamato Father of assemblage art, usava una fotocopiatrice Verifax – della concorrente Kodak – per creare copie che poi disponeva in griglie, formato allora in auge grazie ai lavori di Andy Warhol e agli studi sul concetto di archivio come forma d’arte.
Altro nome da segnalare è quello di Esta Nesbitt, artista newyorchese che, insieme ad Anibal Ambert e Merle English della Xerox Corporation, ha ampliato i confini della Xerox Art attraverso lo studio e la manipolazione delle macchine arrivando a teorizzare ben tre nuove tecniche xerografiche chiamate chromacapsa, transcapsa e photo-transcapsa.
Gli artisti che dagli Anni Sessanta ad oggi si sono confrontati con la macchina fotocopiatrice sono moltissimi: fra gli altri, Seth Siegelaub, Jack Wendler, Ian Burn, Pati Hill, Laurie Rae Chamberlain, Edward Meneeley, Lesley Schiff e Helen Chadwick.
Nel 1968 viene realizzato in mille copie lo Xerox Book, uno dei libri d’artista più famosi al mondo. Pubblicato a New York nel 1968 da Seth Siegelaub e John W. Wendler, il libro è concepito come una mostra stampata di sette artisti (Carl Andre, Robert Barry, Douglas Huebler, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, Robert Morris e Lawrence Weiner), ognuno dei quali ha a disposizione 25 pagine. L’intento originario del progetto, esteticamente simile al White Album dei Beatles e originariamente senza titolo, prende spunto dalla standardizzazione delle condizioni del concetto-mostra.

Xerox Book, Senza titolo di Robert Morris, 1968
Xerox Book, Senza titolo di Robert Morris, 1968

Per concludere, l’affascinante Choreography for Copy Machine (Photocopy Cha Cha), cortometraggio realizzato nel 1991 da Chel White in cui tutte le immagini sono create utilizzando la fotocopiatrice Sharp e dei gel colorati. Il film raggiunge un’estetica onirica con elementi che vanno dal sensuale all’assurdo.  
In Italia si ricordano gli esperimenti di Alighiero Boetti con Nove Xerox AnneMarie del 1969 e soprattutto di Bruno Munari con la serie Xerografie iniziata nel 1963. Un amore, quello di Munari per la fotocopiatrice, testimoniato anche dal testo introduttivo al suo libro Xerografia del 1972, in cui scrive: “Se si vuole arrivare a un’arte per tutti (e non a un’arte di tutti) è necessario trovare degli strumenti che facilitino l’operazione artistica e, contemporaneamente, dare a tutti i metodi e la preparazione per poter operare”.

ATTUALITÀ DELLA XEROX ART

Da dove proviene l’incredibile fascino esercitato dalla Xerox Art? Dalla sua ontologica propensione alla democrazia espressiva associata ai cardini della creatività contemporanea? Una creatività sempre più derivante da riproducibilità e riappropriazione dell’esistente, del ready made di duchampiana memoria?
La Xerox Art nasconde segreti ancora da approfondire e sarebbero molti gli aspetti sotto cui andare a esplorare le sfumature e le derivazioni che la rendono, oggi più che mai, attualissima. Non volendo (ri)cadere nel consueto citazionismo di Walter Benjamin, basti semplicemente gettare uno sguardo meno distratto del solito, a quella che Jay David Bolter chiama “planitudine digitale” per riconoscere con chiara evidenza quanto le tendenze che oggi riscontriamo sul web e che a volte possono apparire sorprendenti, siano al contrario già presenti nella Xerox Art e, più in generale, in certa arte underground nata a partire dagli Anni Sessanta.

Bruno Munari, Xerografia, 1972
Bruno Munari, Xerografia, 1972

Temi quali il remix, il détournement, la scrittura collettiva, l’arte relazionale, la narrazione per database o l’arte copia/incolla provengono (anche) da qui. Un’arte, quella xerografica, che se vista con gli occhi dei contemporanei può essere considerata antesignana della Glitch Art – pensata per un uso lavorativo massivo, rapido e semplice, che dagli uffici e dalle copisterie si è espansa con costi relativamente contenuti realizzando, ben prima dell’avvento del web e della cosiddetta Folk Art, il sogno delle avanguardie novecentesche di rendere potenzialmente ogni uomo e donna un artista. Un concetto espresso alla perfezione in un saggio scritto da Judith Hoffberg per l’edizione del 1986 di The ISCA Quarterly in cui la bibliotecaria d’arte cita Marshall McLuhan: “Caxton e Gutenberg hanno permesso a tutti gli uomini di diventare lettori, la Xerox ha permesso a tutti gli uomini di diventare editori”, aggiungendo infine che: “Basta sostituire artisti con uomini e hai l’inizio di una rivoluzione”.

– Francesco Ciaponi

Dati correlati
AutoriCharles Arnoldi, Wallace Berman, Seth Siegelaub, Carl Andre, Robert Barry, Douglas Huebler, Joseph Kosuth , Sol LeWitt, Robert Morris, Lawrence Weiner, Lawrence Weiner , Alighiero Boetti, Bruno Munari
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Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi, laureato in Storia della stampa e dell’editoria presso l’Università di Pisa con una tesi dal titolo “Mondo Beat: la nascita dell’editoria underground in Italia“, dopo anni di fanzine e Happening Underground, nel 2010 fonda Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Dal 2016 dirige il sito e l’omonima casa editrice Edizioni del Frisco con articoli di approfondimento sulla storia della grafica e dell'editoria indipendente. È art director del magazine indipendente Friscospeaks. È autore di "The Big Lebowski Art Collection" (EdF, 2016), "Underground: ascesa e declino di un'altra editoria" (EdF, 2018), "Amazing Surf Logos" (EdF, 2019). Dal 2019 è docente di Storia della stampa e dell’editoria presso LABA, Libera Accademia di Belle Arti di Rimini e collabora con eventi (Fruit Exhibition) e istituti accademici (Accademia di Brera, Accademia di Frosinone, ACCA Jesi, ISIA Firenze). Negli anni ha collaborato con articoli e interviste con magazine internazionali quali Polpettas magazine (Spagna), Moof magazine (Inghilterra) e The Concern Newsstand (USA).