In un libro il legame tra l’architettura di Robert Venturi e l’Italia

Ripercorre gli anni meno noti di Robert Venturi il saggio firmato da Rosa Sessa attingendo da documenti poco conosciuti, dalla corrispondenza e dai diari di viaggio.

Robert Venturi giovane professore alla University of Pennsylvania, 1961-65. Courtesy The Architectural Archives, University of Pennsylvania, by the gift of Robert Venturi and Denise Scott Brown
Robert Venturi giovane professore alla University of Pennsylvania, 1961-65. Courtesy The Architectural Archives, University of Pennsylvania, by the gift of Robert Venturi and Denise Scott Brown

Il libro di Rosa Sessa, frutto di un lavoro di rielaborazione della sua ricerca dottorale, costituisce uno studio sistematico e metodologicamente rigoroso sulla figura di Robert Venturi, dalla sua nascita fino al 1966, un anno particolarmente significativo nella biografia intellettuale dell’architetto americano e fortemente “periodizzante” dal punto di vista storiografico, poiché, com’è noto, proprio in quell’anno furono pubblicate due pietre miliari della letteratura architettonica del secondo Novecento: Complexity and Contradiction in Architecture di Venturi e L’architettura della città di Aldo Rossi.
Questo studio si inserisce in una linea di ricerca coltivata da anni dall’autrice attraverso pubblicazioni specialistiche volte a indagare gli scambi culturali – in ambito architettonico – tra Italia e America del Nord e sviluppate sulla scorta di un itinerario formativo che, partito da Toronto, è giunto a New York per poi approdare a Filadelfia. È appunto il tema del viaggio a occupare il centro tematico del volume, nonché una delle caratteristiche distintive del lavoro che Sessa ha svolto in prima persona, muovendosi in direzione opposta a quella di Venturi, ma con una analoga convinzione di fondo: quella che il lavoro dell’architetto, sia esso di carattere progettuale o storiografico, necessiti di un’esperienza diretta, che preveda un elevato livello di interazione con l’oggetto dell’indagine e che si nutra di tutti quei fattori eteronomi funzionali alla lettura contestuale.

Robert Venturi (a destra) sul tetto della cattedrale di Chartres insieme a William Shellman nell’estate del 1948. Courtesy The Architectural Archives, University of Pennsylvania, by the gift of Robert Venturi and Denise Scott Brown
Robert Venturi (a destra) sul tetto della cattedrale di Chartres insieme a William Shellman nell’estate del 1948. Courtesy The Architectural Archives, University of Pennsylvania, by the gift of Robert Venturi and Denise Scott Brown

VENTURI PRIMA DI VENTURI

Il titolo del libro rivela immediatamente i due elementi portanti della trattazione: la relazione tra Venturi e l’Italia, incentrata sui viaggi compiuti a valle della prima parte dei suoi studi a Princeton nel 1948 e nell’ambito del programma di studi dell’American Academy in Rome alla metà degli Anni Cinquanta; la scelta degli estremi cronologici, in particolare quella del terminus ad quem. Partendo da quest’ultimo, è opportuno segnalare la sua rilevanza poiché la ricerca di Sessa si ferma là dove prende avvio la diffusione internazionale di Venturi e, di conseguenza, la fase storiograficamente più nota della sua produzione. In altre parole, prima che le costruzioni teoriche legate alla post-modern architecture dessero risonanza internazionale alle opere dell’architetto americano, mettendo spesso in risalto quei caratteri iconici e formalistici che hanno, nel tempo, allontanato l’attenzione dalla ricerca delle ragioni profonde di un certo modus operandi.
Qui, invece, si affrontano con intenti sistematici quegli aspetti meno indagati, ma sostanziali per comprendere le radici fondative del pensiero di Venturi e, quindi, le motivazioni del suo approdo a Complexity and Contradiction in Architecture e la successiva evoluzione verso Learning from Las Vegas. Un’operazione che incrementa il valore storiografico di questo libro poiché contiene in nuce la contestazione di una tendenza storiografica ipostatizzante, incline a erigere mitologie e a generare misinterpretazioni. Contro di essa, il lavoro dell’autrice ricostruisce, attraverso il ricorso a una vasta gamma di fonti documentarie perlopiù inedite – dalle corrispondenze private agli appunti di studio e di viaggio, dalle fotografie scattate dall’architetto alle bozze della tesi di laurea, per citarne solo alcune – la vicenda intellettuale e professionale di Venturi nei suoi primi quarant’anni, durante i quali sono oggetto d’indagine: l’educazione familiare; la formazione universitaria – di grande importanza per cogliere l’origine della sua prospettiva teorica e progettuale, dovuta principalmente all’influenza dei docenti Jean Labatut e Donald Drew Egbert –, incluso il primo viaggio in Europa e l’elaborazione della tesi di laurea; le vicende degli Anni Cinquanta, caratterizzate dalle prime collaborazioni con gli studi professionali di architettura e dall’esperienza presso l’American Academy in Rome; infine, la prima metà degli Anni Sessanta, durante i quali Venturi porta avanti, parallelamente, la realizzazione delle sue prime concrete occasioni progettuali – la Vanna Venturi House, la North Penn Visiting Nurse Association e la Guild House –, il corso di Teoria dell’architettura tenuto presso la University of Pennsylvania e la stesura di Complexity and Contradiction in Architecture.

Rosa Sessa – Robert Venturi e l’Italia (Quodlibet, Macerata 2020)
Rosa Sessa – Robert Venturi e l’Italia (Quodlibet, Macerata 2020)

L’INFLUENZA DELL’ITALIA SU VENTURI

In questo denso studio monografico il tema del rapporto tra Venturi e l’Italia viene sviscerato sin dalle sue origini familiari, per poi essere approfondito attraverso i diversi viaggi di studio e valutato in termini di ripercussioni sul suo orientamento teorico e sugli aspetti compositivi dei suoi primi progetti. Nel fare ciò, l’accurato lavoro sulle fonti documentarie, con particolare riferimento a quelle relative ai viaggi in Italia, non risulta mai conchiuso entro le maglie strette della lettura filologica, offrendo sempre l’opportunità di accrescere il livello di comprensione della più generale concezione architettonica e della sua evoluzione fino al 1966. Anche se il pensiero di Venturi risulta sostanziato dall’intreccio di questo e altri fattori trattati nel libro – come il già citato rapporto con i docenti della Princeton University, responsabili di quell’atteggiamento antidogmatico e inclusivo, nonché quello con Louis Kahn –, si evince con chiarezza che la visita delle città italiane durante il periodo dell’American Academy in Rome dal 1954 al 1956 ha condizionato profondamente le sue successive riflessioni.
Inoltre, proprio il racconto di quegli anni è ricco di aspetti significativi e di molteplici spunti storiografici, come ad esempio il rapporto tra Venturi ed Ernesto Nathan Rogers nell’ambito del percorso di studi presso l’American Academy. A tal proposito, è interessante notare che di lì a poco l’architetto milanese sarà al centro della nota polemica sorta in seno al CIAM di Otterlo del 1959 – che sancì la fine di quell’istituzione trentennale – incentrata sulle modalità di riconsiderazione del passato e delle specificità locali. Questo evento, seppur da una prospettiva diversa, rivela un allineamento tra Venturi e la posizione del gruppo italiano – quella di Rogers in particolare –, che va inquadrato nell’ambito della ricerca, durante il secondo dopoguerra, delle possibili vie d’uscita dalle stagnazioni del Movimento moderno. Come sostenne lo stesso Venturi: “As an architect I try to be guided not by habitat but by a conscious sense of the past – by precedent, thoughtfully considered”.

‒ Alberto Terminio

Rosa Sessa – Robert Venturi e l’Italia. Educazione, viaggi e primi progetti, 1925-1966
Quodlibet, Macerata 2020
Pagg. 312, € 14,40
ISBN 9788822911735
www.quodlibet.it

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Alberto Terminio
Alberto Terminio è dottorando di ricerca in Architettura presso il DiARC dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Qui si laurea discutendo una tesi in Storia dell’architettura contemporanea dal titolo La nascita del Team 10: alternative per una teoria urbana 1947-59. I suoi studi sono rivolti principalmente all’architettura del Novecento, con particolare riferimento al nodo storico-critico determinato dall’affermazione del “moderno” e dal suo superamento. In tale ottica, assumono un ruolo portante le tematiche relative ai Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM, 1928-1959), da cui si dipartono le sue principali linee di ricerca, perseguite attraverso i percorsi accademici e quelli della pubblicistica di settore. Dal 2017 fa parte del comitato redazionale della rivista «Op.cit. Selezione della critica d’arte contemporanea» diretta da Renato De Fusco, con il quale è autore di un libro edito nello stesso anno dalla Franco Angeli. Ha scritto per «Op.cit.», «Ananke», «HPA. Histories of Postwar Architecture», «Le carré bleu» e altre riviste di settore. Ha partecipato a convegni e seminari internazionali in qualità di relatore. Attualmente sta conducendo una ricerca sul ruolo e la partecipazione degli architetti italiani ai primi CIAM.