Un libro ripercorre la storia del design con uno sguardo femminista. L’autrice ce lo racconta
“La sedia del sadico” è l’ultimo saggio di Chiara Alessi e vuole far saltare certi paradigmi del design, per rinegoziare il concetto di “standard”. In questa intervista ci ha spiegato perché e come farlo
La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne è il titolo del nuovo libro di Chiara Alessi, edito da Laterza. L’autrice si è posta l’obiettivo di far saltare dei paradigmi storicamente dati per “naturali” e “neutrali” nel design. Una dichiarazione di intenti mai contro qualcuno, ma spinta dall’urgenza e dal desiderio di rinegoziare i cosiddetti standard. L’abbiamo raggiunta per un’intervista (illuminante).

Intervista a Chiara Alessi
Quando è nata l’idea di questo saggio dal titolo “munariano”, che mi subito fatto pensare alla “Sedia per visite brevissime”?
Intanto, questo rimando alla sedia instabile, sbilanciata e respingente per “gli ospiti senza sorriso” di Bruno Munari è un’intuizione a cui non avevo pensato, ma che mi piace moltissimo e di cui la ringrazio e approfitto. Al contrario di Munari, però, che la aveva pensata come gesto di riflessione e provocazione – “Se la vita corre veloce, se il tempo accelera l’esistenza, se la frenesia ruba il tempo” – in questo caso ho preferito concentrarmi su quegli oggetti apparentemente “sconsiderati” dal progetto, cioè non considerati generalmente dai designer, e che però riflettono e rinforzano una struttura sociale precisa di esclusione e silenziamento. Oggetti a tutti gli effetti politici, ma tradizionalmente ignorati dai miglioramenti, la ricerca, l’esperienza, come invece succede a quasi tutti gli altri oggetti che riguardano i corpi, come i sedili delle automobili, le attrezzature sportive… Ho scelto di partire dal corpo delle donne, perché è quello che abito e da cui parlo, ma lo stesso vale per tutti i corpi storicamente marginalizzati nella progettazione o ridotti a “simbolo”, “paradigma” che poi è una marginalizzazione di secondo grado…
Nel libro si parte da un micromondo, delicato quanto fondamentale nella vita di una donna, per allargare il discorso alla storia e all’evoluzione del design. Un cambiamento di marcia “potente” rispetto ai suoi precedenti lavori (saggi e podcast). Quale intento l’ha mossa?
Il mio lavoro è studiare il rapporto tra oggetti, strumenti, invenzioni e società, culture, epoche che li hanno prodotti: chiedermi in che modo le culture generano la propria storia materiale ma anche in che modo gli oggetti definiscono gesti, spazi, relazioni tra le persone. Nelle mie ricerche mi muove sempre un vuoto o un troppo pieno. Chiedermi se una storia può essere raccontata in un modo diverso, se un oggetto non compare in un museo perché questo avviene, quale racconto si vuole insabbiare e quale si vuole prediligere. Da questo punto di vista non mi sembra così diverso l’intento de La sedia del sadico. Ma immagino dipenda anche dal fatto che guardo a una poltrona di Cassina con lo stesso sguardo con cui osservo un picchetto da tenda o uno speculum cioè chiedendomi perché è lì, per chi, come funziona, che messaggi incarna, quali stratificazioni di interventi lo hanno portato a essere quello che è, che cultura riflette.

Quanto è urgente la necessità di parlare e dare luce a tutte le donne designer “mancate” nei secoli? E come “rinegoziare” le funzioni oggi?
Dare luce a quelli che Lea Vergine chiamava “i vetri delle case di fronte” è un dovere storico e di immaginario. Escludere uno sguardo indebolisce la lettura di tutte e tutti, ma anche l’esperienza. Penso chiunque abiti un corpo di donna sperimenti, tanto per dirne una, cosa significa portarlo in giro in città maschiocentriche dove tutto è votato al profitto e a una lettura sicuritaria degli spazi pubblici che rinforza il concetto che per le donne sia meglio stare a casa. Ma parlare di “funzioni” al plurale significa provare a evitare a nostra volta di invisibilizzare l’esperienza di chi ha un corpo disabile in città fatte a misura di corpi abili, o delle persone razzializzate. Nel libro, partendo dalla riflessione di Carlotta Cossutta in Domesticità, per esempio, cito il tema della casa che è stato un terreno di conflitto tra i femminismi stessi, chi da una parte, tipicamente le donne bianche, spingeva per un’emancipazione e chi, come le comunità oppresse, dava alla casa una funzione appunto politica da preservare. Si deve guardare al plurale e chiedersi sempre chi è escluso da una lettura semplificata.
Difendere le esigenze del femminile è chiedere di aprire il mondo della progettazione e della commercializzazione a più persone possibili, rispondendo ai nostri tanti modi diversi di funzionare. Un approccio che tende ad arricchire e aumentare le risposte contro lo strapotere dello standard, perché il design può rivoluzionare il modo di agire il nostro corpo e il suo rapporto con l’ambiente. Quali reazioni sta suscitando questo saggio, che ti espone anche a una presa di posizione davvero notevole?
Ho scritto un libro, nella mia testa e nei miei intenti, che completasse la trilogia cominciata dodici anni fa con Laterza, con un primo libro dedicato al design dopo gli Anni Zero, tra quarta rivoluzione industriale e mercato globale, e uno sul design senza designer, cioè tutte le maestranze escluse tradizionalmente da racconto del design patinato da rivista. Questo libro voleva far saltare altri paradigmi storicamente dati per “naturali” e “neutrali” nel design come ci è stato trasmesso fin qui, tipo la firma, l’utente standard, il mito dell’invenzione e della evoluzione degli oggetti, cercando di smentire che avvenga in modo lineare e prevedibile. Sono molto positivamente sorpresa dal fatto che l’interesse si sia allargato oltre la cerchia del design intercettando l’esperienza di molte donne, incluse – e questa era la reazione che temevo di più – professioniste nel campo della ginecologia che si sono fatte alleate di questa ricerca. Sul resto, e quindi le reazioni scandalizzate o addirittura offese della componente maschile che sente erodere il proprio privilegio nella progettazione, posso solo dire che come sempre chi scrive è responsabile di quello che scrive e non di ciò che chi legge, ammesso che legga, vuole vederci per lamentare una non meglio sostenuta ipotesi di contro-cancellazione. Per altro, e lo sostengo fin dell’indice con l’uso ricorsivo della parola “rinegoziare“, il buon design non lo è mai, se può essere usato contro o su qualcuno.
Annalisa Trasatti
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