In concomitanza con l’anniversario dei venticinque anni del museo, la mostra intitolata a Jean Dubuffet offre una ricognizione sulla produzione artistica del pioniere dell’Art Brut, attraverso le opere più significative prodotte tra gli Anni Quaranta e gli Anni Ottanta del secolo scorso

Contro la norma, contro la tradizione, contro la convenzione, contro la bella maniera, contro la forma rasserenante, contro l’arte che “non si occupa delle cose del mondo”. Su questi intenti Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985), ha elaborato la sua prolifica produzione, segnando uno spartiacque nella storia dell’arte del Dopoguerra e coniando per primo la definizione di Art Brut. Con il titolo Jean Dubuffet: ferviente celebración, a cura dell’Assistant Curator del Solomon R. Guggenheim Museum di New York David Max Horowitz, il Guggenheim di Bilbao presenta una selezione dei dipinti tra i più significativi per il percorso dell’artista attraverso quattro decenni, dai suoi esordi negli Anni Quaranta fino alle ultime serie, che completa nel 1984. Una “celebrazione” che passa anche per un importante traguardo legato al museo ospite, ovvero i venticinque anni dall’apertura del Guggenheim di Bilbao, prima pietra di una felice pagina artistica, architettonica e culturale della città basca.

Jean Dubuffet, Miss Choléra, gennaio 1946, olio, sabbia, ciottoli e paglia su tela, 54,6 x 46 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York © Jean Dubuffet, VEGAP, Bilbao, 2022
Jean Dubuffet, Miss Choléra, gennaio 1946, olio, sabbia, ciottoli e paglia su tela, 54,6 x 46 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York © Jean Dubuffet, VEGAP, Bilbao, 2022

LA MOSTRA DI DUBUFFET AL GUGGENHEIM DI BILBAO

Quel che ci attendiamo dall’arte è che ci disorienti, che ci faccia saltare le porte dai cardini. Che ci riveli delle cose – del nostro essere stesso, delle nostre posizioni – aspetti fortemente inattesi, fortemente insoliti. La funzione capitale dell’artista è quella dell’inventore”. È stata un’arte senza mezzi termini – del “tutto o niente” – quella di Dubuffet, che già giovanissimo aveva abbandonato la prestigiosa Académie Julian percependo un incolmabile distacco tra le nozioni che gli venivano impartite dall’istituto e la sua personale concezione dell’arte, così esplicitamente esposta nella prefazione del suo lavoro letterario Prospectus et tous écrits suivants del 1967. Un sentimento che esploderà dopo gli orrori della guerra, quando gli ideali di bellezza avranno ceduto il passo a una disumanità dalla quale non si torna indietro, ormai ineluttabilmente sotto gli occhi di tutti. La realtà si presenta in tutta la sua crudezza, ed è nei folli, nei bambini, negli emarginati sociali e in coloro che sono affetti da problemi psichici che Dubuffet trova il reale valore della sua cifra stilistica, sempre coerente con se stessa nonostante le incessanti sperimentazioni formali e materiche.

Jean Dubuffet, L'instant propice, 2-3 gennaio 1962, olio su tela, 198,8 x 164,1 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York © Jean Dubuffet, VEGAP, Bilbao, 2022
Jean Dubuffet, L’instant propice, 2-3 gennaio 1962, olio su tela, 198,8 x 164,1 cm. Solomon R. Guggenheim Museum, New York © Jean Dubuffet, VEGAP, Bilbao, 2022

DUBUFFET TRA FIGURAZIONE E ASTRAZIONE

Un pensiero avvallato dalle opere della cerchia parigina che frequenta – tra questi Raoul Dufy, Juan Gris, Fernand Léger, André Masson e Suzanne Valadon –, dal lavoro dell’artista spiritista Clémentine Ripoche e dal libro L’arte dei folli del Dott. Hans Prinzhorn. Gli esiti sono visibili in opere come Miss Choléra o Volontà di potenza (Volonté de puissance), entrambe del 1946, dove la canonica rappresentazione della figura umana lascia il posto a forme fantasmatiche, primitive e grottesche, la cui tragicità è accentuata dalla superficie resa attraverso una densità di frammenti pastosi mescolati su base a olio. Jean Dubuffet: ferviente celebración registra i passi principali dell’evoluzione stilistica del padre dell’Art Brut, documentando l’evoluzione formale delle tele in cui la figura umana progressivamente si sgretola e dissolve, procedendo verso soluzioni astratte in cui il dato reale è appena intuibile nella molteplicità di linee e colori. È questo il caso di Hourloupe, protagonista della seconda grande sala del museo che chiude l’esposizione: nella totale deflagrazione dell’immagine, è ancora possibile scorgere dei frammenti di realtà, una moltitudine dal sapore universale. “L’arte è novità per essenza”, scriveva ancora Dubuffet. Anche le invenzioni sull’arte devono essere novità. C’è un solo regime salutare per la creazione artistica: quello della rivoluzione permanente.

Giulia Ronchi

Bilbao // fino al 21 agosto 2022
Jean Dubuffet: ferviente celebración
GUGGENHEIM MUSEUM BILBAO
Avenida Abandoibarra 2
https://www.guggenheim-bilbao.eus/

Dati correlati
AutoreJean Dubuffet
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Ha collaborato con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne.